Isis, Isil, Is: il rebranding del terrore

Isis, Isil, Is: il rebranding del terrore

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Nell’approcciarsi alla realtà del Califfato affacciatosi sulla scena mediorientale, le difficoltà linguistiche appaiono quasi scontate, tanto più considerato il generale appiattimento dei media italiani sul tramite della terminologia anglosassone, particolarmente affezionata agli acronimi. È questo elemento che, unitamente al ruolo giocato nelle azioni del Califfato (e dell’informazione internazionale) da fattori che potremmo definire di marketing, ad aver generato il proliferare di sigle con le quali il gruppo è conosciuto: Isis, Isil, Da’ish (o Daesh), Is.

Sebbene la sigla Isis sia ad oggi la più utilizzata dai mezzi d’informazione, rappresentanti dell’ONU avevano inizialmente optato per l’uso dell’acronimo Isil, riferito ad “Islamic State in Iraq and the Levant”. Anche a causa di una certa ambiguità di traduzione dalla lingua araba all’inglese, questa prima sigla ha però ceduto rapidamente il passo all’acronimo Isis, più adatto a soddisfare la ricerca di immediatezza sempre più diffusa fra gli organi di informazione.

In questo caso la sigla viene generalmente sciolta in “Islamic State in Iraq and Syria”, dando con ciò esplicita informazione delle due principali aree coinvolte dall’espansione del Califfato. In realtà, le radici dell’acronimo sono più complesse, se viene considerata l’originale traduzione: “Islamic State in Iraq and al-Sham”. Corrispettivo in lingua araba della sigla è l’acronimo Da’ish o Daesh, abbreviazione di “al-Dawla al-Islamiya fi Iraq wa al-Sham”.

L’uso del termine al-Sham è di antica origine e carico di significati. È infatti utlizzato nel mondo islamico sin dal VII secolo per riferirsi alla “Grande Siria” (o all’intero “Levante” o a “[territorio sotto il dominio della] città di Damasco”), area i cui confini – prima culturali che politici – si estendevano dalle coste mediterranee all’Eufrate, dall’Anatolia all’Egitto. È in questi territori, un tempo sotto dominio bizantino e parte della Dioecesis Orientis del tardo Impero Romano, che nel VII secolo sorse, sull’onda dell’espansione del mondo islamico, uno storico califfato, rashidun prima, omayyade poi ed infine abbaside. Una realtà statuale che volesse emulare gli antichi fasti di al-Sham, come sembra emergere dai roboanti proclami dell’Isis, mirerebbe oggi a territori che si estendono dal sud dell’attuale Turchia all’Egitto nord-orientale, passando per gli Stati di Siria, Iraq, Libano, Israele e Giordania.

È probabilmente nell’ottica di un superamento dei confini politici moderni che, ultima in ordine cronologico, è stata coniata la sigla Is. Riferita semplicemente ad “Islamic State”, il nuovo acronimo è il risultato dell’adeguamento anglosassone al nuovo nome che lo Stato jihadista si è imposto nei propri video propagandistici ed in altro materiale rivendicativo: al-Dawla, “lo Stato”.

Rispondendo alla necessità di una sigla comunemente accettata e riconoscibile, che ponga al contempo un limite al fiorire di acronimi verso i quali l’Isis ha sempre mostrato la propria contrarietà, l’operazione di rebranding ha manifestato una volta di più l’attenzione del Califfato per quelle che potrebbero apparire come vere e proprie strategie di marketing, tanto più se si considera l’ausilio – per molti versi sorprendente, visti i presupposti del gruppo – di alcune piattaforme social sin troppo tipicamente riconducibili alle mode occidentali. Qualcosa di cui tenere certamente conto per una realtà che mostra di essere in grado di fare sempre più affidamento, anche proprio attraverso la Rete, su appoggi ed adesioni tutt’altro che limitate alla sola area mediorientale.

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simone mv

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