Tikrit, Chiesa Verde, Arbaeen Wali. La memoria pezzo per pezzo

Chiesa Verde Tikrit, Iraq, distrutta dall'Isis.
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La notizia di nuove ferite aperte nel tessuto culturale iracheno è rimbalzata ieri sui mezzi di comunicazione internazionali, insieme alle immagini delle rovine della cosiddetta Chiesa Verde e della moschea di Arbaeen Wali, nei pressi di Tikrit, fra i principali siti storico-religiosi del Paese e dell’intero Medio Oriente.

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Bologna e Mosca al tempo della Madonna di Vladimir

Madre di Dio di Vladimir
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Dopo vent’anni, la diocesi di Bologna torna a raccontare con un documentario le vicende che hanno portato un’icona russa della Madre di Dio di Vladimir, o Madonna della Tenerezza, nella cattedrale cittadina di San Pietro. Al centro di uno storico scambio fra la diocesi italiana e il Patriarcato di Mosca, l’icona è ancora oggi simbolo di un ventennio di rapporti di amicizia fra la Chiesa cattolica bolognese e quella ortodossa russa.

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Mossul ferita. Le persone, la memoria

Vittore Carpaccio, San Giorgio e il drago, 1502, Venezia, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.
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Mentre al ritmo del tamburino statunitense anche l’Occidente sembra essersi accorto della tragica situazione mediorientale, nella sua avanzata pressoché indisturbata il Califfato dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) sta travolgendo vite e memorie.

Ricchissima di storia e sede di una delle più antiche comunità cristiane dell’Iraq e dell’intero Medio Oriente, Mossul – nome arabo della biblica Ninive, capitale assira, il cui sito storico sorge di fronte all’attuale centro abitato, sull’altra sponda del Tigri – figura tra le città più gravemente colpite dall’attuale conflitto.

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Santa Cecilia e quella “musica” incandescente

Jacques Blanchard, Santa Cecilia, prima metà del XVII secolo, San Pietroburgo, Museo statale Ermitage.
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Nonostante la devozione popolare a santa Cecilia sia attestata da secoli – almeno dall’epoca alto-medievale – molti dei dettagli della vita e del martirio della giovane aristocratica, vergine e cristiana, sfuggono all’analisi storica.

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I quattro novissimi dell’arte

Bernt Notke, Danza macabra (particolare), fine XV sec., Tallinn, Chiesa di San Nicolò.
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Definire “novissima” la morte non suona certamente orginale. In realtà questo termine, adattamento del latino novissĭma, sta ad indicare nella teologia cristiana le cose ultime, quelle cui va incontro ineluttabilmente ogni uomo, come la tradizione di questi giorni, privata della sua componente cucurbitacea, ci ricorda.

Morte, giudizio particolare, Paradiso e Inferno, a tratteggiare per il singolo il più generale quadro escatologico del destino ultimo dell’intera umanità. Cose sulle quali teologia ed arte hanno ampiamente riflettuto, giungendo in entrambi i casi a significative vette elaborative, che per l’arte culminarono nel tardo Medioevo in un vero e proprio filone, detto appunto dei quattro novissimi.

Un’elaborazione alla quale diede certamente un insolito – e drammaticamente energico – spunto l’esperienza traumatizzante della peste, alla quale si dovette fra il 1347 e il 1353 la morte di almeno un terzo della popolazione del continente europeo ed eguali decurtazioni di vite in Asia e nel Vicino Oriente. Un avvenimento affatto nuovo e forse anche neppure così inatteso, ma che costrinse una società illusa dalla crescita – più economica che solidale – della tarda età medievale a fare i conti con fattori che la partita doppia dei massari non aveva considerato.

L’epidemia creò le condizioni per l’instaurazione di un rapporto quotidiano, personale e del tutto nuovo con la morte, qualcosa che dalle epoche successive si cercò progressivamente – e con apparente successo – di tornare ad allontanare, sino ancora ai giorni nostri. L’arte ne trasse un inatteso ed originale impulso, confrontandosi con concetti sino a quel momento in gran parte banditi da soggetti pensati in gran parte per mostrare il bello, il buono, l’edificante.

Quest’ultimo messaggio, in verità, non venne meno, ma si connotò di una componente di energica, bruta e realistica fisicità sino a quel momento sconosciuta anche nelle epoche d’oro del naturalismo, e che si fuse rapidamente con i più miti – sebbene non meno vividi ed energici – riferimenti scritturali, veri dominatori sino a quel momento di gran parte dell’arte medievale. Nell’insinuarsi di un gusto per il macabro e lo scioccante, si fece strada una nuova consapevolezza della morte e, con questa, il poderoso cambiamento delle codificazioni artistiche ad essa abbinate, specie nella scultura e nella pittura.

Corpi smagriti in decomposizione (come nei monumenti funebri detti transi, fra i quali caso notevole è la tomba dell’arcivescovo inglese Henry Chichele), ossa esposte, balli commisti di vivi e morti (come nel genere della danse macabretotentanzdanza macabra, diffusa soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale), trionfi della malattia e della morte (come nel celebre Trionfo della morte di Buonamico di Martino o Buffalmacco, presso il Camposanto di Pisa), instradamenti di buoni e cattivi a differenti destini eterni (come nel celebre Trittico di Danzica di Memling) si mescolarono e si fusero con le celebrazioni artistiche della vita mondana di fine secolo.

Veri memento mori nella loro traduzione artistica della vanità dell’esistenza, ma anche strumenti di conversione attentamente progettati e collocati in punti strategici all’interno di chiese e cimiteri, a servire da contemplazione e ammonimento. Sorprende ancora oggi l’efficacia delle iscrizioni – veri e propri slogan ante litteram – che invitano prepotentemente al ricordo, all’umiltà e al pentimento: dal più comune noi eravamo come voi, voi sarete come noi, fino ai più elaborati quel che sarete voi, noi siamo adesso: chi si scorda di noi scorda sé stesso (ossario presso la chiesa di San Francesco al Fopponino, a Milano). Echi da un’epoca nella quale l’inventiva non aveva bisogno di zucche vuote.

Hans Memling, Trittico di Danzica, 1467-1473 circa, Danzica, Muzeum Narodowe.
Hans Memling, Trittico di Danzica, 1467-1473 circa, Danzica, Muzeum Narodowe.

Nell’immagine principale: Bernt Notke, particolare della Danza macabra, Tallinn, Chiesa di San Nicolò.

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Antonello da Messina: la tomba e la spazzatura

Antonello da Messina, Vergine Annunziata, 1476 c., Palermo, Palazzo Abatellis.
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Sul luogo di sepoltura di Antonello da Messina, uno dei più grandi pittori del ‘400, il dibattito storico è ancora aperto. Di certo si sa solo che il luogo da lui stesso indicato per il suo riposo, il convento di Santa Maria del Gesù a Messina, è invaso dal degrado, fra vandali, ruderi, erbacce e spazzatura.

Il luogo – in origine bellissimo e oggi in attesa di un sempre più urgente intervento di messa in sicurezza – è indicato fra le disposizioni del testamento dell’artista, scoperto nel 1903. È questa indicazione ad aver condotto alcuni ad ipotizzare che il sito messinese oggi possa custodire le spoglie del pittore e non a Venezia, come sostenuto in precedenza. Analisi condotte dal CNR fra le strutture del sito, ancora non del tutto esplorate, con l’ausilio del geo-radar hanno permesso di confermare la presenza delle mura di un edificio sottostante e fra esse potrebbe esserci anche la cripta di Antonello.

Al di là della tomba dell’artista, però, il sito ha molte altre cose da dire e da mostrare, in gran parte oggi celate a turisti e messinesi. La struttura religiosa, fra l’altro, è di notevole valore storico e religioso. Il luogo gode infatti del primato di più antico convento carmelitano in Europa e di essere stato il primo fondato da frati minori osservanti in Sicilia, edificato sopra un più antico sito di acque termali, di epoca romana. È lì che sorse, nel corso del XIII secolo, il convento, intitolato alla Madonna del Carmelo, per opera di frati carmelitani di ritorno dalle crociate di Terrasanta, in seguito alla pace raggiunta fra l’imperatore svevo Federico II e il sultano della controparte islamica.

Il convento passò di mano in mano nei secoli: alle suore del terz’ordine carmelitano prima (fino al 1360), a fra’ Matteo Gallo di Agrigento, seguace di San Bernardino da Siena, poi, che lo gestì fino al 1421. Lo stesso Antonello da Messina, terziario francescano, nel proprio testamento dispose di essere sepolto nel saio francescano e che, in polemica con un Chiesa che giudicava divenuta troppo mondana, al suo funerale non partecipasse il clero, né locale, né regolare.

Naturalmente quello del convento di Santa Maria del Gesù non è che uno dei numerosissimi monumenti di straordinario valore storico – ed economico, se posti in grado di accogliere turisti italiani e stranieri – non sfruttati, ma anzi abbandonati ad un colpevole stato di degrado e di consunzione. Cittadinanza e autorità locali sono ora decise a porre rimedio all’immobilismo statale ed è stato predisposto un progetto di riqualificazione, con la partecipazione della cooperativa Trapper, della Soprintendenza e forse anche della facoltà di Archeologia dell’Università di Messina, primo passo per la messa in sicurezza del luogo e per dare finalmente inizio agli scavi. A questo scopo è anche stata attivata anche una raccolta fondi (maggiori informazioni sul sito di Trapper onlus).

Nell’immagine: Antonello da Messina, Vergine Annunziata, 1476 c., Palermo, Palazzo Abatellis

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