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Nella società del coronavirus c’è ancora spazio per un baby boom?

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Nella morte cerchiamo la vita. Dai balconi, fra le sirene delle ambulanze e sui social. Ma quanto spazio siamo realmente disposti a concederle?

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Il tempo che stiamo vivendo ci spinge a ricercare spasmodicamente la vita. L’isolamento si esorcizza dai balconi degli stessi caseggiati che fino ad ora sono stati il simbolo di una società che ha scelto l’individualismo e l’indifferenza. La musica ad alto volume prova a sottrarre alle sirene delle ambulanze il predominio sul silenzio. Nella condanna ad una solitudine prolungata anche l’asettica socialità offerta dai mezzi digitali scopre una nuova dimensione.

Persino ogni nascita – avvenimento spesso ignorato, quando non apertamente scongiurato – è celebrata dai media come un segno di speranza. È la cronaca che si accompagna ad ogni grande evento di morte, che avvenga per causa della guerra o di una calamità naturale. Nella morte cerchiamo la vita.

Lo abbiamo fatto uscendo dall’oscurità del secondo dopoguerra, unendo crescita economica e aumento della natalità. «Nella ricostruzione il nostro popolo ha sempre saputo esprimere il meglio di sé», ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo ultimo messaggio agli italiani. Così è stato con il “miracolo economico” degli anni Cinquanta e Sessanta, che in Italia e in buona parte dell’Occidente ha coinciso anche con l’epoca del baby boom, l’esplosione di matrimoni e nuovi nati. «Le prospettive del futuro sono – ancora una volta – alla nostra portata», sostiene ancora il Presidente. Molto, però, è cambiato da allora, tanto in ciò che è percepito come un “valore” dalla popolazione italiana quanto nella dignità della sua classe politica.

C’è ancora spazio per un baby boom? Se il dono della vita fosse soltanto il risultato di un atto fisico, certamente sì. La storia recente è costellata di aumenti reali o presunti della natalità giunti dopo periodi di isolamento imposto, a cominciare dal grande blackout di New York del 1965. Una speranza, forse, ma anche una terribile banalizzazione.

La questione, infatti, è ben più profonda e, in ultima analisi, ci costringe ad interrogarci su quanto spazio siamo disposti a concedere alla vita. Da questo punto di vista, l’iniziale indifferenza per un’epidemia che sembrava spegnere “soltanto” la vita degli anziani è un dato tutt’altro che incoraggiante. Tanto quanto non lo sono i segnali che giungono dal mondo anglosassone, sin troppo spesso avanguardia dei peggiori cambiamenti di mentalità in atto. Associated Press, tra le maggiori agenzie di stampa internazionali, con sede negli Stati Uniti, parla già di «un’altra curva che può essere appiattita» oltre a quella dei nuovi contagi di coronavirus: quella della natalità. Potrebbe o dovrebbe? Una sfumatura inquietante. «Milioni di partner romantici, rinchiusi insieme per settimane o mesi, con poco altro da fare se non guardare le repliche e giocare ai giochi da tavolo. Una ricetta per un baby boom, giusto? Non così in fretta». Negli Stati Uniti Planned Parenthood, collettivo di organizzazioni in prima linea a sostegno del controllo della nascite, annuncia di stare già lavorando a pieno regime perché l’approvvigionamento di anticoncezionali e il lavoro delle cliniche per l’aborto non subiscano rallentamenti a causa dell’epidemia.

Non va meglio sull’altra sponda dell’Atlantico. Il Guardian fotografa la condizione di «centinaia» di coppie britanniche, per lo più omosessuali, alle quali le nuove restrizioni sulla mobilità internazionale stanno impedendo di sfruttare appieno la maternità surrogata. Vale a dire gli accordi presi con donne, spesso residenti in Paesi in via di sviluppo, pagate per mettere al mondo figli a beneficio di presunti genitori in Paesi ad avanzato sviluppo economico. Vita – sacra e reale – ottenuta per corrispondenza. Secondo il Guardian, al momento sarebbero 21 i neonati bloccati dopo aver fatto tappa negli Stati Uniti, e un altro centinaio dovrebbero nascere tramite maternità surrogata nei prossimi mesi, “diretti” verso Francia, Singapore e Israele.

«La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità», ha ricordato papa Francesco durante il momento di preghiera straordinario sul sagrato di una Piazza San Pietro deserta. «Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici».

Il prossimo anno, inevitabilmente, ci chiamerà ad un bilancio. Ma se, allora, le settimane di “zona rossa” ci appariranno come un tempo di costruzione o di distruzione sta a noi sceglierlo, ora. Stiamo «scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia», come ha ricordato il Pontefice. Perché ne verrà, in ogni caso, una svolta radicale per il nostro Paese e il nostro futuro.

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