Vittorio Bachelet. Fare memoria della famiglia e della politica

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Gli imbarazzi emersi durante il dibattito sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica palesano il malessere di gran parte della classe cosiddetta dirigente in Italia. Contravvenendo ad uno dei capisaldi della scienza politica del secolo scorso, l’emergenza non ha agevolato la formazione, il ricambio o il miglioramento della classe dirigente, sia essa economica, politica o culturale.


Le conseguenze della diffusione del Covid-19 non sono che l’ultima increspatura – in termini di tempo e finora – dell’onda lunga della grande crisi che da anni condanna l’Italia, e con essa l’Europa e il mondo, all’impasse. Crisi spirituale e crisi di senso. Crisi di quanti hanno smarrito la strada e il significato ultimo del proprio destino fra le pieghe del populismo, del miracolismo laicista e della ricerca del personale interesse. Poche speranze che l’attuale classe dirigente sia in grado di ottemperare alla missione che le è affidata: tracciare la rotta. Incapace di individuarla. Difficile non riconoscere i frutti di questo smarrimento: il ripiegamento nell’inquietudine, nella latitanza rispetto ai propri compiti, nella rabbia, nel rancore, nello scetticismo. Nel complottismo.

Una classe politica che insegue il popolo (e sé stessa)

Se è vero che «il mondo, oggi soprattutto, è totalmente interdipendente» e che «non possiamo andare avanti con la categoria dell’Illuminismo; ci vuole un pensiero nuovo, creativo», anche la crisi che stiamo sperimentando non può che essere interconnessa e culturale.

È quasi scontato applicare la crisi a molta parte della classe politica, non solo italiana: l’approssimazione degli eletti, la pochezza culturale disarmante, l’assenza di una visione complessiva e del perseguimento del bene comune, l’abbandono della ricerca della verità e del senso della realtà, la distorsione degli organi della rappresentanza diretta, il salasso di credibilità e il diffuso discredito nell’ambito della giustizia. Non stupisce che il tramonto di Montesquieu preluda, subdolamente, alla notte dell’uomo forte dal quale sperare la miracolistica soluzione di tanti problemi.

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(Ir)rappresentanti?

Eppure. Eppure, innegabilmente, gran parte della classe politica è ben lontana dall’incarnare risorse, energie e competenze delle quali la società è ricca. Una parte non piccola di questa è dotata di senso di responsabilità, di coraggio e di visione, nel tessuto imprenditoriale e lavorativo, nelle professioni e nel terzo settore, nella cultura e nelle istituzioni.

Perché la politica, quella alta, quella che non si può improvvisare, è intessuta con la storia, anche dell’Italia. Rimpiangere i tempi passati, però, non è di grande utilità. Fare memoria, questo sì. Vale, allora, riandare con il ricordo ad Aldo Moro, a Schuman, a De Gasperi, ad Adenauer. Curiosamente, all’Europa. Ad un’altra Europa, probabilmente.

Famiglia europea

«Non una unificazione solo contro qualche cosa, ma per qualche cosa». A scriverlo, nel n. 6 del periodico Coscienza del 20 marzo 1953, è Vittorio Bachelet, giurista e politico. L’articolo, La facciamo l’Europa?, ha ancora molto da dire ed è fra i testi del volume Scritti civili curato da Matteo Truffelli per l’Editrice Ave (2005). L’occasione per una riflessione è offerta allora a Bachelet dalla riunione della Conferenza dei ministri degli esteri dei sei Paesi membri della Comunità del carbone e dell’acciaio, firmatari del trattato per la Comunità europea di difesa.

Politica alta, si diceva, ma tutt’altro che lontana. Anzi, in grado farsi prossima nella saggezza delle espressioni, nell’eleganza dello stile, nell’autorevolezza dell’esempio. Il prossimo 12 febbraio ricorreranno i 42 anni dalla morte di Bechelet, avvenuta nel 1980 alla Sapienza sotto i colpi delle Brigate Rosse, e forse la sua principale lezione – ed eredità – non appartiene all’orizzonte della politica, ma a quello del quotidiano. Alla famiglia, che dell’autentica politica è prima espressione e riferimento imprescindibile.

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Per quelli che hanno colpito

«Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri», dice Giovanni Battista, secondogenito allora 24enne di Vittorio Bechelet, ai funerali del padre. Parole che irrompono nella lotta al terrorismo più di un processo, che stanano ideologie di morte più di una retata.

Buonismo ammantato di cristianesimo? Piuttosto la lucidissima espressione di una famiglia maturata nella fede. Passando anche per la Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) e per l’Azione Cattolica degli anni del Concilio Vaticano II. Di quest’ultima, Vittorio Bechelet è nominato prima vicepresidente nazionale da Giovanni XXIII e poi, da Paolo VI, presidente con il compito di rinnovare l’organizzazione secondi i principi del Concilio Vaticano II. Un uomo della legge e della politica in grado di affermare: «Il sacrificio eucaristico, la comunione del Corpo di Cristo, la sua presenza fra noi sono il culmine della vita della Chiesa e la fonte e la forza dell’azione missionaria della Chiesa e in essa e con essa dell’apostolato dei laici». Ve lo immaginate, oggi? Sono quelli gli anni dell’impegno del laicato consapevole, ma anche a favore della vita nascente e dell’indissolubilità della famiglia.

Già, la famiglia. «Ai funerali di Vittorio Bachelet la famiglia perdonò gli assassini. Pregò per me», ricorda nel libro Il prigioniero (Feltrinelli, 2003) Anna Laura Braghetti, già membro della colonna romana delle Brigate Rosse, coinvolta nell’omicidio Moro e una dei due assassini di Bechelet. Di nuovo la famiglia, che tocca il cuore e cambia lo sguardo. Dando vita, anche fra la militanza armata, ad un crescente processo di dissociazione.

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Paolo e Adolfo

Perché la famiglia di Vittorio Bechelet non è soltanto quella che lo unisce a Maria Teresa, Maria Grazia e Giovanni Battista. È anche l’opera a favore dei brigatisti recuperati, delle famiglie numerose e di quelle cristiane separate che impegna padre Paolo Bechelet – fratello gesuita di Vittorio, cappellano alla Sapienza per 14 anni e il confessore più apprezzato dai seminaristi del Collegio Leoniano di Anagni. Così come famiglia è l’impegno di padre Adolfo Bachelet, fratello e gesuita anch’egli, al lavoro nelle carceri fra i detenuti politici. E che battezza, insieme a don Luigi Di Liegro e al cappellano del Penale di Rebibbia, padre Mario Berni, il secondo figlio di Maurice Bignami, ex capo militare del gruppo terroristico Prima Linea. Anche questo è «conservare la memoria del battesimo», «custodire l’identità cristiana dei figli». Altro che passi indietro. E penosi balletti di parte.

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