L’Afghanistan di Angelo Panigati. “Padar giãn”, “Padre caro”

Una lettura di 5 minuti

[2/4] Seconda tappa del viaggio in Afghanistan attraverso le memorie di padre Angelo Panigati, missionario barnabita scomparso nel 2005, dal 1965 al 1990 unico sacerdote cattolico nel Paese, «una parrocchia grande due volte l’Italia» (qui il primo appuntamento della serie, qui il libro nel quale ho raccolto alcuni stralci della sua esperienza).


Di padre Angelo Panigati

Sciahrukh, il figlio di Tamerlano, che fece erigere l’alta nicchia del Santuario “Sazur-gah” (luogo del lavandaio) non poteva prevedere, sei secoli fa, l’effetto psicologico che il suo luogo di preghiera avrebbe avuto sul sacerdote cattolico presente in Afghanistan. Nel 1966 il Santuario, gioiello artistico, storico e culturale della città di Herat, era ancora asilo per i criminali. Lo stavo visitando per rendere omaggio al mistico Ansani, quando fui affrontato da un inquilino con la domanda: “Tu, di chi sei schiavo?”. Non conoscevo ancora abbastanza la persona per rispondergli a tono. Lo fece Rahim, collaboratore in casa mia e spia della polizia durante i viaggi: “Come, schiavo di chi? É creatura di Dio come noi!”.

Ho capito allora, io, prete della minoranza straniera cristiana in un Paese solidamente musulmano, che c’era posto anche per me. Dovevo, certo, restare nei limiti del mio servizio ai cristiani di passaggio. Mi si negava ogni possibilità di proselitismo o di missione; ma il Paese era a mia disposizione per conoscerne le bellezze naturali, gli usi e i costumi e, perfino, per condividere lo spirito religioso nei punti che ci univano.

La prima espressione con la quale si sono rivolti a me all’inizio era “Mullah Sabib”, cioè “Signor Prete”. A poco a poco, dopo aver “condiviso il pane e il sale” con alcuni amici afghani conquistati lentamente ma per sempre, mi hanno chiamato definitivamente, in famiglia, “Padar giãn”, “Padre caro”. Al mercato continuavano a rivolgersi a me con il titolo di “Signor Prete”, ma sulla tessera di residenza, che mi permetteva di raggiungete miei parrocchiani stranieri dovunque si trovassero come assistenti tecnici, volontari o perfino carcerati, il titolo ufficiale era: “Guidatore di preghiera”. Così viene chiamato, nell’Islam senza sacerdoti, colui che in moschea è davanti agli oranti rivolti verso La Mecca, per dirigere i riti del culto.

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Naturalmente sapevano che non ero dei loro; ma sapevano pure che ero l'”uomo del libro” e che pregavo un Dio che senza chiamarsi Allah è lo stesso Dio di Abramo, Grande e Misericordioso, della loro adorazione.

La mia parrocchia, geograficamente, era grande due volte l’Italia. La gente non era numerosa ma l’assistenza religiosa era apprezzata, dovunque. Lunghi viaggi mi portarono in ogni direzione del Paese, attraverso la lunga catena dell’Hindu-Kush, nel deserto del Registran, fino alle steppe lungo l’Ann-Dnria e al corridoio ventoso tra il Paropamiso e gli Elburz. Portavo sempre con me una cassetta di “pronto soccorso” che poteva essere di aiuto ai nomadi che incontravo o a dei viandanti isolati di regioni immense disabitate.

La domanda era sempre di rigore. Si rivolgevano a Rahim. “Chi è?”. La risposta era sempre quella: “Guidatore di preghiera dei cristiani”. La riconoscenza per l’aiuto si esprimeva spesso con il bacio delle mani che dovevano presentare le palme in su. Nelle case di Lea, Rahim spiegava il titolo aggiungendo quello di “Ustãd”, “maestro”. Era mio compito, diceva, non soltanto di accompagnare la mia gente nella preghiera sociale ma anche di consigliarla, di dirigerla, di ammaestrarla con il nostro libro, il Vangelo, di ispirarla. Convintissimi dell’assoluta verità della religione, la simpatia che mi mostravano me li rivelava come uomini saggi, tolleranti, sereni nel dramma dell’isolamento e del sottosviluppo.

Non sono un tipo romantico. Molti anni in una natura aspra e in condizioni malagevoli mi hanno, anzi, reso piuttosto rustico. Non mi si può, quindi, tacciare di ingenuo, sognatore, sedotto, se dico che il vero ecumenismo non lo si vive soltanto discutendo o dialogando ma innanzitutto nel contatto con gente integra e tollerante.

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Il capo di una tribù di nomadi mi chiamò addirittura fratello. Gli chiesi: “Sai che non sono musulmano?”. “Certo che lo so; ma capisco che, dalla mattina alla sera dovunque, con chiunque e qualunque cosa tu faccia, sei esattamente quello che sono io stesso: colui che sta sempre coscientemente, con Dio”. Come maestro non potevo ricevere una lezione più qualificata da chi non pretendeva nessun titolo gerarchico. E fu così che mi rivolsi a lui in segno di saluto con l’espressione “Padre caro”.

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