Che lo spirito libero delle donne afghane possa fare il miracolo? L’Afghanistan di Angelo Panigati

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[1/4] Dall’Afghanistan dei Talebani all’Afghanistan dei Talebani. Sembra essere soltanto questa la parabola degli ultimi 20 anni nel Paese. Ma non è che l’ultima in ordine di tempo: chiavi di lettura per fare memoria scritte da chi ci ha vissuto e lavorato per 25 anni.


Padre Angelo Panigati, Afghanistan
Padre Angelo Panigati
«Continueremo a sostenere i diritti fondamentali del popolo afghano, in particolare delle donne e delle ragazze, così come sosteniamo quelli delle donne e ragazze di tutto il mondo». Promesse che lasciano il tempo che trovano, quelle del presidente Joe Biden, a giudicare con il metro della fallimentare gestione statunitense di una guerra durata 20 anni e infine persa.

Molto meglio affidarsi alle risorse proprie del popolo afghano, dei suoi uomini e soprattutto delle sue donne. Lo aveva ben compreso padre Angelo Panigati, barnabita originario di Locate Triulzi, nel Milanese, ma con l’Afghanistan nel cuore. Per 25 anni, dal 1965 al 1990, è l’unico prete cattolico ammesso in tutto il Paese. In Afghanistan padre Panigati giunge nel 1965, dopo 14 anni trascorsi fra i villaggi delle Ande, in Cile.

In Afghanistan padre Panigati è titolare della parrocchia dell’ambasciata italiana, ma nella pratica assiste tutti i cattolici presenti nel Paese: circa 5 mila persone (un migliaio di statunitensi, un altro migliaio fra tedeschi e francesi, un centinaio di italiani, ecc.), soprattutto funzionari stranieri, con i quali il barnabita si intrattiene grazie alle doti da poliglotta (14 lingue, inclusi i dialetti locali). Vi rimane fino al 1990, anche sotto i sovietici. Dopo l’Afghanistan la Polonia, poi gli Stati Uniti e infine Cremona, dove trascorre i suoi ultimi anni, nel convento di San Luca. Muore il 5 giugno 2005 a 79 anni.

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Gli archivi conservano la sua memoria – semplice, viva, interessante – insieme a quella di quanti ne hanno raccolto il testimone. Ultimo barnabita e sacerdote cattolico a rientrare in Italia, alla fine dell’agosto scorso, è padre Giovanni Scalese, insieme a cinque suore Missionarie della Carità e a 14 bambini disabili da loro accuditi a Kabul.

Estratti degli scritti di padre Angelo Panigati sull’Afghanistan sono pubblicati nei miei libri “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti” (Tau Editrice, 2018). Di seguito e nei prossimi giorni ne verranno proposti ampi stralci su queste pagine, per continuare a fare memoria di ciò che è stato, che è e che ancora potrebbe essere l’Afghanistan.


Di padre Angelo Panigati

Erano gli anni Settanta. Un colpo di Stato aveva scacciato il re. La nuova repubblica si presentava come moderna, anche se non proprio democratica. Lo scacchiere della politica su questo povero Paese era manovrato dalla grande Unione del Nord. Si capiva subito che il Regime introdotto era transitorio. Furono permesse le manifestazioni anti-governative da chi, più tardi, le avrebbe proibite. Ebbene, anima e vittime di queste manifestazioni furono le donne.

Un giorno, mentre mi recavo a una scuola internazionale dove insegnavo per guadagnarmi da vivere, dovetti fare la coda a un lato della strada perché manifestavano gli studenti universitari. Un’oretta di attesa è più che sufficiente per occuparsi a fare delle statistiche. Nell’allegra gioventù di passaggio, numerosa ma composta, l’elemento femminile sovrastava apertamente quello dell’altro sesso.

Gli slogan erano ragionevolissimi ma, in un Paese musulmano, sembravano quasi fuori posto. Faceva caldo anche se era soltanto primavera. Il sole di duemila metri batte anche quando, tutt’intorno, non c’è che neve.

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Ho dovuto aprire il finestrino. Il corteo si era fermato perché, poco più lontano, sulle sponde del fiume Kabul, nella Gola di Babur, un monumento esaltava il progetto del re Amanullah di emancipare la donna (fine degli anni ’80) ed elevarne l’educazione. Di fianco a me alcune studentesse mi rivolsero la parola. “Che ne dici, ospite?”. Sorrisi. Una di loro mi ringraziò e con insospettabile spontaneità mise la mano nella macchina e mi prese simpaticamente il naso. “Scusami – disse guardandomi – forse è la prima volta che una donna afghana fa un gesto di questo tipo. Pensi che possa essere Storia?”. Sorrisi.

Non era ancora storia. Quel giorno non ci furono incidenti; ma il giorno seguente, nel campus universitario, alcuni studenti fondamentalisti giravano per i viali della scuola e sul viso delle ragazze senza velo gettavano l’orribile solfato metallico chiamato vetriolo. Erano giovani che sarebbero diventati i capi ribelli più fondamentalisti della resistenza.

Quello che il fondamentalismo non ottenne dal 1972 al 1978 lo conseguì l’intervento sovietico. Nonostante il vetriolo le donne di Kabul continuarono a vestire decentemente con un semplice velo sul capo ma a viso scoperto. L’arrivo di un regime imposto dal grande impero del Nord con la pretesa di venire a modernizzare il Paese fece tornare, per nazionalismo-religioso, gli uomini – ormai in giacca e cravatta – al turbante e le donne al chador.

La mano che mi prese per il naso mi fece riflettere spesso sulla realtà storica afghana, fatta di sbalzi: una piccola spinta in avanti e una grande frenata seguita da una terribile retromarcia. Purtroppo è ciò che sta succedendo in questa seconda parte degli anni Novanta. […] Sottolineo l’apparizione sulla scena dei Talebani. Dicono di essere studenti di teologia. Vogliono imporre la sharia islamica. Tra le proposte più significative del loro progetto politico vi è la chiusura completa delle scuole per le donne, destinate soltanto a essere al più presto possibile dopo la pubertà, spose e madri, in casa.

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La società internazionale reagisce. Le ragioni strategiche, economiche e religiose sembrano non commuovere troppo. Il sacrifico della donna afghana, invece, ha l’aria di scuotere le coscienze della società umana. Si comincia a parlare di nuovo dell’Afghanistan. Che lo spirito libero delle donne afghane possa fare il miracolo? Molte di loro si chiamano “Mariam”.

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