Impariamo dagli animali. Ma ad essere uomini

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Una carezza contro pelo, per rimanere in tema. Figli pochi, genitori ancora meno. È la società dell’orfanezza. Che compensa la propria solitudine con cani e gatti. Chiudendo il cerchio di una società suicida ed egoista. Che avrebbe da imparare, anche dagli animali.


» Español (Zenit)


Un atto d’accusa contro gli animali domestici? Piuttosto, il passaggio “mediatico” di un ragionamento più complesso e sgradito, perché fotografia di un amaro dato di fatto. «Non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri», ha detto papa Francesco lo scorso 5 gennaio nel corso della sua catechesi dell’Udienza generale, riflettendo sulla figura di Giuseppe. «Penso in modo particolare a tutti coloro che si aprono ad accogliere la vita attraverso la via dell’adozione […]. Non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il rischio dell’accoglienza». Poi l’affondo. «Tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma hanno due cani, due gatti… Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli. […] E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità».

L’uomo, gli animali e il creato

Le reazioni? Una cagnara, per rendere l’idea. Eppure non è la prima volta che papa Francesco interviene sull’argomento in termini simili. E non soltanto in arrischiati passaggi a braccio in una lingua non propria, ma in un’enciclica. «È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito», scrive il Papa nell’enciclica Laudato si’ (n. 91). «Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente».

Riflessioni distanti da quelle di qualche giorno fa? Tutt’altro, se si considera che ad avere cura della «casa comune» non può che essere «una sola famiglia umana» (n. 52), «una sorta di famiglia universale» (n. 89), dentro «un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo» (n. 149). Perché qui sta il centro della riflessione di Francesco: «Quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità […]. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone» (n. 92).

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Lo aveva detto anche Giovanni Paolo II: sussiste la necessità di «prendere crescente consapevolezza che non si può fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri viventi o inanimati – animali, piante, elementi naturali – come si vuole, a seconda delle proprie esigenze economiche. Al contrario, occorre tener conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato, ch’è appunto il cosmo» (Sollicitudo Rei Socialis, 30 dicembre 1987, n. 34).

L’elefante del Papa

Quindi, inutile strapparsi le vesti o il pelo. Francesco apprezza gli animali, di una simpatia sana che non ne fa oggetti di idolatria, come ebbe modo di dire ancora da arcivescovo di Buenos Aires e cardinale. Storie vere e presunte, d’altronde, dicono della passione dei Pontefici per gli animali. Pio XI aveva un cane lupo (e due aquile), Pio II una più modesta cagnolina, Musetta, della quale parlò nelle prime versioni dei propri Commentarii, fra i capolavori dell’Umanesimo italiano. Certo, nulla di paragonabile ad Annone, l’elefante bianco Leone X, originario di Ceylon e donatogli dal re Manuele d’Aviz di Portogallo per l’incoronazione. Morto due anni dopo il suo arrivo a Roma, venne sepolto nel Cortile del Belvedere. Gli avrebbe fatto compagnia un rinoceronte, se la nave che lo trasportava non fosse naufragata a Porto Venere.

Celebre è l’immagine di Pio XII con un cardellino appollaiato fra le dita, raffigurato in sua compagnia anche durante la toeletta del mattino in una delle copertine più evocative della Domenica del Corriere. Paolo VI ebbe in dono una cagnolina, Diana, che teneva a Castel Gandolfo con un gatto. E proprio i gatti sono la passione di Benedetto XVI, che se ne circondava già da cardinale e che ha ritrovato anche in Vaticano. Nei suoi tanti viaggi Giovanni Paolo II è stato spesso immortalato in compagnia di animali esotici (e da proteggere, perché in via di estinzione) e lo stesso Francesco, nel 2014, è stato fotografato nientemeno che con Amore, il pappagallo domestico di un attore hard, durante il consueto giro in papamobile in Piazza San Pietro. A suo modo, fece notizia.

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La parte più piccola della creazione

Semplici dati di colore, beninteso, che appartengono più alla sfera affettiva che a quella spirituale. Non che manchino le riflessioni anche in questo campo. Sono noti, sebbene spesso esagerati dalla cronaca, i termini con cui Giovanni Paolo II si espresse a proposito del destino degli animali: alcuni testi, disse durante un’Udienza generale nel 1990, «ammettono che anche gli animali hanno un alito o soffio vitale e che l’hanno ricevuto da Dio. Sotto questo aspetto l’uomo, uscito dalle mani di Dio, appare solidale con tutti gli esseri viventi». Mentre a Paolo VI è attribuita la frase: «Gli animali sono la parte più piccola della creazione divina, ma noi un giorno li rivedremo nel mistero di Cristo». Cioè, forse più che ritrovarli in paradiso, là ne comprenderemo la reale collocazione nel creato.

Nulla più che la conferma che il legame dell’uomo con gli animali – e le piante – appartiene alle dinamiche del creato. Nella Genesi, in fondo, l’intento del Creatore è di fornire ad Adam un aiuto, una sorta di compagnia che rimedi, almeno in qualche modo, alla sua “solitudine” prima della creazione di Eva. Anche dopo il diluvio, nell’alleanza stipulata da Dio con Noè e la sua discendenza, è compreso – secondo le Sue parole – «ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche» (Gen 9,10). E sembra naturale pensare che l’opera di custodia responsabile del creato affidata all’uomo si mostri soprattutto nei confronti degli animali domestici.

La formica e la gallina

Anzi, l’uomo ha da imparare dagli animali, anzitutto ad essere uomo. Nella Bibbia la formica è modello di laboriosità (Pr 6,6-11; 30,25), così come l’ape (Sir 11,3). Alcuni animali si dimostrano addirittura più pronti di certi uomini a leggere i segni di Dio. L’asina di Balaam coglie prima del suo padrone la presenza dell’angelo del Signore che sbarra loro strada (Nm 22,22-34). «Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru osservano la data del loro ritorno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore», si lamenta Geremia (Ger 8,7). Dio stesso è paragonato ad un’aquila, che porta i piccoli sulle proprie ali (Es 19,4) e veglia sulla sua nidiata (Dt 32,11). Gesù rivela il desiderio di raccogliere i figli di Gerusalemme «come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali» (Mt 23,37) e nella Passione appare «come agnello condotto al macello» (Is 53,7; Ger 11,19).

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E, allora, perché la polemica? Perché è sempre un guaio parlare della disfatta della rivoluzione sessuale. La sua “liberazione” è ben lungi dall’essere modello di autentico amore universale. E le riflessioni della Chiesa sulla famiglia vengono irrise, ritenute antiquate e poco inclini alla libertà e alla felicità. Ecco il motivo principale per cui il discorso trova tanti ostacoli a farsi ascoltare. La gatta che chiudeva gli occhi per non vedere i topi.

«Perfino i piccoli animali domestici vengono retti dal consiglio e dalla disposizione umana, quasi fosse una mano che regge il timone», scriveva lo scrittore latino Salviano di Marsiglia. Ma parlare oggi di responsabilità, rischio, servizio? Parole bandite, non è il tempo. Non guastiamoci l’illusione, con ancora nelle orecchie i botti del nuovo anno e le luci delle feste senza il festeggiato. Fa un tempo da cani.

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