Dalle colpe della storia alle colpe storiche. A 22 anni dalla Giornata del perdono

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«Preghiamo […] specialmente per i minorenni vittime di abusi». Potrebbe sembrare un’invocazione di questi giorni, invece risale a 22 anni fa. È il 12 marzo 2000, domenica, la prima di Quaresima, che sarebbe passata alla storia come Giornata del perdono. Ciò che colpisce l’attenzione del mondo, fra le molte liturgie del Grande Giubileo, allora è la cerimonia della Confessione delle colpe e richiesta di perdono.


Un momento di preghiera, un’immagine forte, in cui Giovanni Paolo II supplica a nome di tutti i cristiani il perdono da Dio per i peccati commessi dai membri della Chiesa. «Colpe commesse dai figli della Chiesa nel passato remoto e in quello recente – spiega Wojtyla all’Angelus – e un’umile implorazione del perdono di Dio». Non solo un Pontefice ammette pubblicamente gli errori della Chiesa, ma per la prima volta presiede una celebrazione dedicata al riconoscimento delle colpe di questa. Sette capi Dicastero si susseguono nella lettura di altrettante invocazioni. Specifiche richieste di perdono: dalle divisioni nel Corpo di Cristo ai rapporti con Israele, dalla violazione dei diritti dei popoli alle ferite inferte alla dignità della donna.

Spetta al cardinale vietnamita François-Xavier Nguyên Van Thuán, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, incoraggiare la «confessione dei peccati nel campo dei diritti fondamentali della persona»: le colpe contro i bambini vittime di abusi, contro i poveri e gli emarginati, contro i feti soppressi nel seno materno o utilizzati per la sperimentazione scientifica.

Le colpe del passato

Un passaggio delicato, ma non quello che cattura maggiormente l’attenzione. Di abusi su minori nella Chiesa si parla ancora poco. Le attese, all’epoca, si concentrano piuttosto sull’invocazione letta dal card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e uomo di fiducia dell’allora Pontefice. Altri tempi. Tempi di scontri teologici e dottrinali, che per alcuni versi si ripropongono nelle tensioni del presente. E in alcune rese dei conti.

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Appuntamenti mancati

Eppure, solo pochi giorni prima, l’ammissione del card. Etchegaray, presidente del Comitato del Giubileo, è netta: «Il corpo della Chiesa è pieno di cicatrici e di protesi, le sue orecchie sono piene del canto del gallo evocatore di rinnegamento, il suo taccuino è pieno di appuntamenti mancati per negligenza o lassitudine». Né sono meno nette le parole del card. Ratzinger: «Il mea culpa deve servire per svegliare la coscienza. La Chiesa […] deve confessare francamente e fiduciosamente i peccati presenti e passati». Un cambiamento di prospettiva, come si vedrà, non di poco conto.

La si potrebbe chiamare purificazione della memoria. L’espressione appartiene al documento Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, pubblicato alcuni giorni prima della cerimonia di perdono. Il testo viene proposto alla Commissione teologica internazionale dal suo presidente, il card. Ratzinger, e da lui stesso approvato in vista della celebrazione del Giubileo. La purificazione della memoria, si legge nell’Introduzione al documento, «consiste nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato può avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi implicati, che conduca – se risulti giusto – ad un corrispondente riconoscimento di colpa e contribuisca ad un reale cammino di riconciliazione». Perché, si scrive ancora nel testo, «il ricordo degli scandali del passato può ostacolare la testimonianza della Chiesa d’oggi e il riconoscimento delle colpe compiute dai figli della Chiesa di ieri può favorire il rinnovamento e la riconciliazione nel presente».

E le ammissioni di colpa, prima e dopo il documento, non mancano. Dal riesame del caso Galileo Galilei (condannato nel 1633 e riabilitato nel 1992, dopo le conclusioni cui perviene la commissione di studio voluta da Giovanni Paolo II nel 1981) alle scuse offerte da Wojtyla al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I per il «saccheggio disastroso» della capitale della cristianità d’Oriente da parte dei crociati nel 1204. Ancora, per la strage degli ugonotti del 1572 a Parigi, per le omissioni di fronte al commercio degli schiavi e alle violenze verso alcuni popoli nativi, fino all’Inquisizione, nel 1998 oggetto di una lettera specifica di Giovanni Paolo II al card. Etchegaray in occasione di un simposio internazionale.

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Lo sguardo al presente di Benedetto XVI

Proprio la storia sembra, a quel tempo, al centro delle riflessioni della Chiesa, delle sue colpe e invocazioni di perdono. Benedetto XVI si fa continuatore di Giovanni Paolo II e negli anni rievoca più volte l’atto penitenziale del predecessore. Almeno fino al 2010, quando papa Ratzinger innova la pedagogia della penitenza e della purificazione inaugurata da Wojtyla. È l’11 giugno e nella Messa che conclude l’Anno Sacerdotale Benedetto XVI sposta, amaramente ma con coraggioso realismo, la prospettiva sulle colpe del presente. «Proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario», denuncia Benedetto XVI.

«Chiediamo insistentemente perdono a Dio e alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più». Definendo obiettivi urgenti nella formazione dei futuri preti, oltre che per la custodia di quanti già lo sono. «Nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita». Non manca uno sguardo realistico alla condizione dell’uomo. «Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario». Echi di miseria e di speranza che giungono fino alla lettera di Benedetto XVI di pochi giorni fa.

È il tratto distintivo di Benedetto XVI, il suo valore aggiunto all’esame di coscienza della Chiesa, raccolto e proseguito da Francesco in questi anni. «Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale», dice ancora Benedetto XVI. «Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio». Al pari di ogni bambino. Un dono da custodire.

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