Una Rosalía che non è (ancora) santa

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Un Dio concreto, femminilità e una generosa dose di provocazione. Con l’album Lux di Rosalía la spiritualità entra nel mainstream. Tra citazioni di Teresa d’Avila e uno sguardo al mercato, cosa resta del sacro quando diventa un’estetica pop?

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Vi mancava un nuovo fenomeno di tendenza nel mondo cattolico? Probabilmente no. Che vi piaccia o meno, questo ha un nome evocativo – Rosalía – cantautrice e produttrice discografica catalana. Il suo ultimo album, Lux, sta facendo parlare di sé gran parte del mondo cattolico ispanofono.

L’artista 33enne, già vincitrice di 2 Grammy e 13 Latin Grammy, con Lux è al suo quarto album: due anni di lavoro per 18 brani in 13 lingue (fra cui latino, siciliano e italiano, per la verità con ampie licenze o qualche zoppicatura, la chiamarebbe qualcuno). La copertina – velo da suora e posa mistico-sensuale – strizza l’occhio al mercato della provocazione e suscita più di qualche perplessità. I brani, per fortuna, raccontano anche altro, e possono suggerire gli embrioni di una ricerca personale. In fondo, è la condizione di tutti noi: «Quello che ha l’anima da santo ma continua a peccare», per dirla con uno dei versi di La rumba del perdón, uno dei brani dell’album.

Il pubblico, cristiano e non, apprezza. Tanto che Mattia Barro, sulle pagine di Rolling Stone Italia, edizione nazionale online della storica rivista musicale statunitense, evidenzia che, in un panorama musicale per lo più deprimente, «per fortuna una volta l’anno, ma a volte anche meno, esce un disco che ci fa pensare che forse la salvezza (sì, quella musicale ma anche quella divina) ci sia. Che ci sia un altro tempo oltre questo tempo circolare».

«Io sono la luce del mondo», canta Rosalía nel brano Lux, che dà il titolo all’intero album. Non esageriamo, anche se Lux è molto diverso dai precedenti Motomami (2022) e El mal querer (2018), dove la cantante oscilla fra motori calientes e iconografie mariane che un tempo avrebbero fatto gridare all’onta blasfema.

Un Dios concreto, perciò cristiano

Nell’album Lux ricorrono temi tutt’altro che estranei alla spiritualità, anche cristiana: devozione, digiuno, ribellione, introspezione, contemplazione, passionalità. Poi c’è la denuncia. «Chi potrebbe vivere tra i due / Prima amare il mondo e poi amare Dio», si chiede Rosalía. Bella domanda. Barghain e Sexo, violencia y llantas svelano come la sessualità, spesso virtuale o violenta (o entrambe le cose insieme), abbia preso il posto dell’amore.

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L’esplorazione dei temi cristiani è una costante per Rosalía, che in Lux si fa solo più esplicita (e forse più profonda). Non aspettatevi un trattato di teologia, né i testi del genere christian rock alla The Sun. Anche se non è un album che si può definire “cristiano” in senso tradizionale, in Lux Rosalía usa la figura di un Dios molto concreto – ed è il tratto meno scontato e più cristiano dell’intera opera – insieme a immagini di dolore e trionfo che richiamano la religiosità popolare catalana.

Femminile, anche nel misticismo

Uso o interpretazione? Rosalía si lascia (molto liberamente) ispirare dal misticismo femminile di sante cristiane e figure spirituali di diverse culture, da Rosa da Lima a Teresa d’Avila, da Olga di Kiev a Sun Bu’er (taoismo), Chiara d’Assisi, Miriam, Fabiola di Roma, Ildegarda di Bingen, Rābiʿa al-ʿAdawiyya (sufismo), Anandamayi Ma (induismo), Ryōnen Gensō (buddismo), Simone Weil e naturalmente Rosalia di Palermo.

Una delle canzoni, Jeanne, richiama esplicitamente l’esperienza di Giovanna d’Arco: le voci che ne hanno orientato la vita («La voce di un angelo / Si è rivelata»), la consegna al processo («Ti saluto / Mi consegno / Al mio Dio / Ai suoi desideri») e il martirio («Restando in piedi partorirai luce / E le fiamme distruggeranno la croce»).

In questo approccio femminile, Dio è spesso citato – elemento tutt’altro che scontato – come simbolo di ribellione e via di libertà. Lo è per la fidanzata artificiale «fatta per il piacere del sesso opposto» nel brano Novia robot, che dopo essersi conquistata la libertà sceglie di essere «Bella per Dio / Mi faccio bella per Dio / Mai per te né per nessun altro / Bella solo per il mio Dio».

Tra i brani più originali possiamo annoverare Dios es un stalker, costruito su un ipotetico punto di vista di Dio, che lo lega di amore e cura – a tratti percepiti come invadenti – alle sue creature. «Io ti seguo, tu / Se vai lento o sei di fretta / Non capirai mai che sono la tua ombra / E questo è il mio modo / Di dimostrare che ti ho pensato e mi sei mancato / Io conosco i tuoi desideri indesiderabili / Il mio respiro è il vento che ti sfiora i capelli / E per amore sono dietro […] / Sono il labirinto da cui non puoi uscire […] / Io, che sempre aspetto che vengano da me». Non è impossibile immaginare che nel costruire il suo “Dio stalker” Rosalía si sia lasciata ispirare dalle atmosfere del Salmo 139.

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Gesuiti euclidei e mercato

Nel complesso, Rosalía non sfiora l’erudizione di Franco Battiato, cui bastano pochi versi di Centro di gravità permanente per afferrare i contorni di secoli di missione in Cina, da Matteo Ricci in poi, con i suoi «Gesuiti euclidei / Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori / Della dinastia dei Ming».

Quanto al misticismo in chiave pop e sperimentale, l’Italia può vantare un’interprete eccezionale, e per questo dimenticata: Giuni Russo. Quanti si fossero fermati a Un’estate al mare e Alghero non sanno cosa si sono persi: Il carmelo di Echt, ispirato alla vita di Edith Stein, e La sua figura, che si rifà a Giovanni della Croce, dischiudono un mondo, anche spirituale. Per non parlare di Moro perché non moro, che attinge a Teresa d’Avila. Un altro grado di profondità, per lo più ignorato: troppo serio, troppo esplicito, troppo lontano dal linguaggio (e dal mercato) pop.

Cosa è cambiato, allora? Molto, fuori e dentro il contesto culturale. A cominciare dalla spiritualità post-moderna, che sta sempre più orizzontalizzando il rapporto con Dio e riducendo la distanza tra sacro e profano, tanto che – per molti – questa dicotomia ha addirittura perso di senso. Una lettura in grado di fare presa sul pubblico, con la religione – e soprattutto le sue simbologie – interpretate più come linguaggio estetico che come confessione di fede: accessibili, ibride, integrate nel mainstream. Meno impegnative e più fluide.

Che dire del “fenomeno Rosalía” nel mondo cattolico, in grado di mobilitare Dicasteri e Conferenze episcopali? Il sospetto è che, essendosi in certa misura ritratta dal ruolo di produttrice di cultura detenuto per secoli, la galassia ecclesiale stia maturando l’abitudine di accodarsi ad altri per vivere sensazioni forti. Speriamo bene. Forse la chiave di lettura più sensata la fornisce la stessa Rosalía, nel brano Reliquia: «Non sono una santa, però mi sento benedetta». Lo siamo tutti.

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