Giuni Russo. Moro perché non moro

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Artista di sperimentazione, ma anche donna impegnata in una ricerca personale e di fede, iniziata ben prima della malattia. C’è anche questo nella vita di Giuni Russo, celebre in Italia e all’estero per successi musicali come Un’estate al mare (1982), Mediterranea (1984) e Alghero (1986), scomparsa a 53 anni dopo una lunga battaglia contro un tumore al cervello nella notte fra il 13 e il 14 settembre 2004.


Profonda cantante “leggera”, con riservata inquietudine Giuni Russo è in grado di spaziare fra generi anche molto diversi, dal pop al jazz, dall’elettronica alla musica sacra, sfruttando un’estensione vocale nulla affatto comune. Il suo approccio alla musica è spirituale, frutto di un incontro – dell’Incontro – che si fa evidente anche quando non è esplicito. È in questo simile allo stile di Franco Battiato, spesso suo partner nell’arte, sebbene il centro di gravità permanente di Giuni Russo sia sempre più stabilmente orientato al Cristianesimo e la condurrà a dichiararsi, senza mezzi termini, “innamorata di Gesù”.

Il carmelo di Echt

Alla base c’è tutt’altro che l’improvvisazione. Giuni Russo canta in italiano, siciliano, napoletano e inglese, oltre che in greco e latino, spagnolo, portoghese, francese, ebraico, giapponese e iracheno. Soprattutto, il talento di Giuni Russo è terribilmente all’avanguardia per il panorama musicale italiano, difficile da ricondurre (e ridurre) a categorie. Scomodo, e per questo duramente osteggiato nel settore. Come accade al Festival di Sanremo del 1989, quando con la sua Il carmelo di Echt Giuni Russo è esclusa dalla competizione. Siamo, per intenderci, nell’edizione segnata dal ritorno del playback, dalla vittoria di Anna Oxa e Fausto Leali (Ti lascerò) che precedono Al Bano Carrisi e Romina Power, dagli show allora comici di Beppe Grillo e da una conduzione a tratti sopra le righe.

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Che spazio può trovare, pur nella cornice della principale manifestazione musicale italiana, la storia in musica di Edith Stein, la carmelitana uccisa dai nazisti nelle camere a gas di Auschwitz nell’agosto 1942? Perché a questo si riferisce la canzone, alla filosofa ebrea divenuta suor Teresa Benedetta della Croce, rifugiatasi prima nel carmelo di Echt, in Olanda, e poi deportata nel campo di concentramento nell’attuale Polonia. «Dentro la clausura qualcuno che passava / Selezionava gli angeli», canta Giuni Russo. Le spiagge dei tormentoni estivi, tanto care al mercato musicale, sembrano lontanissime.

La sua figura

Giuni Russo ritenta la scalata a Sanremo cinque anni dopo, nel 1994, non prima di aver intessuto nuovi legami con scrittori e poeti ed aver approfondito lo studio di numerosi testi della spiritualità cristiana, fra cui gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Ne scaturisce l’album Se fossi più simpatica sarei meno antipatica, con una delle canzoni più rappresentative del nuovo corso artistico di Giuni Russo, La sua figura. Dove la “S” potrebbe tranquillamente essere maiuscola.

Si tratta, infatti, di un canto d’amore ispirato ai testi di Giovanni della Croce, presbitero e santo spagnolo, cofondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi. «Raccoglimi dalla terra come un fiore / Come un bambino stanco ora voglio riposare / E lascio la mia vita a te». Un brano tanto potente quanto contrastato dal sistema, che vale a Giuni Russo una nuova esclusione da Sanremo. Perché il mercato non ammette conversioni, che siano artistiche oppure spirituali.

Laica fra le monache

Sono gli anni di una fede che si fa sempre più profonda, accompagnata dalla sodale di una vita, Maria Antonietta Sisini, e che porta Giuni Russo ad alimentare la propria devozione per santa Teresa d’Avila e a frequentare, da laica, il monastero delle Carmelitane Scalze di Milano. È da loro che ottiene, a metà degli anni ’90, il testo della poesia di santa Teresa Desiderio del cielo, da cui Giuni Russo trae il brano Moro perché non moro (“Muoio perché non muoio”). «Vivo ma in me non vivo / È il bene che dopo morte imploro / Che mi sento morire / Morire perché non moro / E più in me non vivo / Vivo nel tuo immenso amore». In Teresa d’Avila Giuni Russo trova il cuore di una fede intensa e radicale, femminile ed incredibilmente moderna.

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Morirò d’amore

Nel 1997 è la volta del capolavoro Morirò d’amore, puntualmente bocciato alle selezioni di Sanremo. Canzone esplosiva, che mescola passione e preghiera, e che per questo è capace di rievocare l’essenza d’amore dei Salmi. Per stessa ammissione di Giuni Russo, si tratta di un brano dedicato non ad un amante, ma a qualcosa, a Qualcuno, di più. «Le parole tue per me / Morirò d’amore, morirò per te / […] Quelle parole urlate poi dall’eco rimandate / Che dal cielo cantano / Morirò d’amore, morirò per te». Riecheggiano, fra la passione, i passi della Passione di O vos omnes, brano in cui Giuni Russo rielabora una quartina delle Lamentationi (1,12).

È necessario attendere il 2003 per ritrovare Giuni Russo a Sanremo, dopo 35 anni di assenza incredibile ma pressoché scontata. Il Festival riserva alla sua Morirò per te, questa volta accolta, un settimo posto e il premio per il miglior arrangiamento di Franco Battiato. Si tratta, per molti versi, del testamento musicale e spirituale di un’artista già gravemente malata, a pochi anni dalla sua scomparsa. Giuni Russo muore nella notte fra il 13 e il 14 settembre 2004, curiosamente la stessa di un altro inquieto e devoto cercatore di fede e parole, Dante Alighieri. Il funerale si tiene il 15 settembre, presso il monastero delle Carmelitane Scalze di Milano. Giuni Russo, per sua volontà, viene sepolta nella sezione riservata alla comunità religiosa nel Cimitero Maggiore di Milano. Voce finalmente libera.

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