Spazio. L’astrofisica Caraveo: «Ci comportiamo come se le risorse fossero infinite. Manca una legge internazionale, gli Stati vogliono tenersi le mani libere»

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Nello spazio, così come in guerra e in politica, anche una sedia può fare la differenza. La notizia dello “scambio di sedili” fra l’agenzia spaziale statunitense Nasa e la russa Roscosmos, con voli misti di astronauti e cosmonauti seduti nella stessa capsula perché entrambe le parti abbiano familiarità con le navette dei due Paesi, apre a scenari nuovi nell’esplorazione dello spazio. Un chiaro contrasto, negli stessi giorni, con il primo via libera della Camera dei rappresentanti Usa all’addestramento di piloti ucraini sui “sedili” di aerei militari di fabbricazione statunitense.


Lo spazio è da sempre teatro di grandi opposti: della competizione fra superpotenze e, insieme, della collaborazione internazionale. Preoccupanti notizie sul destino della Stazione spaziale internazionale (Iss) con la guerra in Ucraina, affascinanti fenomeni astronomici e le immagini ottenute grazie all’ausilio del telescopio Webb hanno contribuito nelle ultime settimane a riaccendere l’attenzione sull’esplorazione spaziale, con al culmine la “passeggiata” italo-russa di Samantha Cristoforetti, prima donna europea ad uscire per un’attività extra-veicolare attorno alla Iss. E se Joe Biden prova a sollevare lo sguardo dai tanti problemi che gravano sugli Stati Uniti, «anche la Cina sta dando un grosso significato politico all’esplorazione dello spazio».

Tanto più che la guerra in Ucraina non ha mancato di fare sentire i propri effetti anche nello spazio. Se l’atteggiamento misurato della Nasa ha salvaguardato, ed anzi ampliato, la collaborazione con Roscosmos, le scelte più intransigenti dell’agenzia spaziale europea (Esa) hanno invece condotto alla cancellazione della missione ExoMars, che avrebbe consentito di portare il primo veicolo europeo sulla superficie di Marte grazie all’appoggio russo. Soluzioni dettate dalla partecipazione emotiva al conflitto oppure da scarsa lungimiranza e debolezza politica? «È la politica dell’usare due pesi e due misure». Perché, in fondo, l’uomo abita terra e cielo con il medesimo atteggiamento: curiosità, meraviglia, ma anche sfruttamento e inquinamento. Cosa ci dice, allora, lo spazio della nostra Terra?

Ne parlo con la prof.ssa Patrizia Caraveo, astrofisica, dirigente di ricerca all’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Milano, che ha diretto dal 2011 al 2017. Ha collaborato a diverse missioni spaziali internazionali e per il suo contributo alla comprensione dell’emissione di alta energia delle stelle di neutroni nel 2009 è stata insignita del Premio Presidente della Repubblica e nel 2016 dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 2021, insieme ad Elena Aprile, ha vinto il Premio “Enrico Fermi” della Società Italiana di Fisica. Fra i suoi libri, Conquistati dalla Luna: storia di un’attrazione senza tempo (Raffaello Cortina Editore, 2019) e Il cielo è di tutti (Dedalo, 2020). Dice di sé, non senza l’ironia di una scienziata attenta alla dimensione femminile, che fa “il secondo mestiere più antico del mondo e di certo il più bello”. «La cosa bella è che è la verità», scherza.

Professoressa Caraveo, mentre l’Europa si sta confrontando con una nuova guerra dentro i propri confini geografici, assistiamo ad una rinnovata attenzione allo spazio. È solo una coincidenza oppure c’è di più?

Diciamo, innanzitutto, che la guerra ha molto aumentato la richiesta di servizi offerti da operatori che utilizzano flotte di satelliti. Ad esempio, le osservazioni della Terra, più o meno in tempo reale, vengono utilizzate per monitorare i movimenti di truppe e gestire le comunicazioni. Abbiamo avuto prova dell’importanza di internet satellitare: Elon Musk fornisce gratuitamente all’Ucraina i propri servizi di comunicazione e le stazioni di ricezione di Starlink (la costellazione di satelliti del produttore privato aerospaziale statunitense SpaceX per l’accesso a internet satellitare, ndr), permettendo alle comunità ucraine di restare online e di ricevere informazioni anche quando le linee di terra sono interrotte in seguito alle azioni belliche. Si tratta di servizi che esistevano già, ma la guerra ha fatto comprendere la loro importanza strategica. C’è poi l’uso dei satelliti nell’agricoltura, ad esempio per determinare le fertilizzazioni o in caso di invasioni di insetti, perché il colore delle piante sotto stress è diverso da quello delle piante in salute. Le società che offrono questi servizi stanno vivendo un vero e proprio boom.

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Oltre allo sfruttamento economico delle tecnologie spaziali, da sempre assistiamo ad un uso politico dello spazio. Basti pensare alla conferenza stampa di pochi giorni fa, nella quale il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha voluto mostrare al mondo la prima immagine ottenuta mediante il telescopio James Webb…

(ride) C’è sempre stato un uso politico dello spazio, questa volta più spettacolare del solito! Per carità, fossi stata il presidente Biden avrei fatto la stessa cosa. Il James Webb Space Telescope è stato un “bagno di sangue” per la Nasa: è costato 5 volte più del previsto, è entrato in funzione in ritardo di 10 anni… La Nasa doveva dimostrare di avere uno strumento non perfetto: di più. Ed effettivamente il telescopio funziona alla grande. In merito alla conferenza stampa: non so se “elevare lo sguardo al cielo” sia stata un’idea del presidente Biden, che forse aveva voglia di occuparsi di problemi che non fossero il Medio Oriente, la crisi negli Stati Uniti o l’aborto, ma così facendo la parte politica ha sopravanzato in visibilità quella scientifica. L’immagine ottenuta dal telescopio – che è fantastica! – non è stata commentata: le galassie che si arrotolano una intorno all’altra, la forza della gravità, la relatività generale letteralmente vittoriosa… Il messaggio di Joe Biden e di Kamala Harris, invece, è stato: “Guardate cosa è capace di fare l’America. Sì, c’è una collaborazione internazionale, ma il successo è targato Usa”. Tutto sommato, è un buon messaggio politico. Dare un significato politico all’immagine di un ammasso di galassie che mostra la gravità in azione… voglio dire, ci vuole un po’ di fantasia, ma perché no?

Dobbiamo attenderci che questo rinnovato legame fra politica ed esplorazione spaziale ci condurrà ad una nuova stagione di corsa allo spazio, come al tempo della Guerra Fredda?

Sicuramente la competizione c’è, ma questa volta non è più fra Unione Sovietica e Stati Uniti, ma fra Cina e Stati Uniti. Anche la Cina sta dando un grosso significato politico all’esplorazione dello spazio. Andare sulla Luna e riportarne dei campioni è una sfida, chiaramente. Come una sfida è stata quella del presidente Trump, che aveva dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero tornati sulla Luna nel 2024. Alla Nasa c’erano stati degli svenimenti… Vede, i tempi sono molto cambiati, anche a livello economico. Prendiamo i due programmi spaziali Nasa, lo storico Apollo e l’attuale Artemis: ai tempi di Apollo la Nasa poteva contare sul 4% del bilancio federale, una cosa immensa, oggi Artemis non arriva allo 0,5%. Artemide è la sorella gemella di Apollo, ma la figlia femmina non ha lo stesso trattamento del figlio maschio!

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E l’Europa, in tutto questo? Di fronte alla guerra in Ucraina le due agenzie spaziali di Stati Uniti ed Europa hanno avuto reazioni molto diverse, finendo con il preservare oppure con il rischiare di rovinare decenni di lavoro congiunto con la Russia.

Assolutamente sì. L’Esa ha reagito in modo troppo emotivo. Tutti noi condanniamo l’invasione di uno Stato sovrano. A condannarla più duramente è stata proprio l’America: ricordiamoci che Biden ha definito Putin un macellaio. Ciononostante, sulla Stazione spaziale internazionale la Nasa ha continuato business as usual, senza rompere gli accordi con l’agenzia spaziale russa. Non solo, ne hanno fatti di nuovi. Si sono accordati per scambiarsi il personale: quello russo volerà con la navetta Crew Dragon e quello americano con la Soyuz. Non è poco! È la realpolitik necessaria a mantenere attiva la Iss. Samantha Cristoforetti è uscita nello spazio con una tuta russa, insieme ad un russo. Lo spazio richiede di lavorare insieme, come è sempre successo, non separati. Per questo, personalmente, non comprendo la scelta dell’esecutivo dell’Esa, che nei giorni successivi all’invasione russa dell’Ucraina ha deciso di cancellare ogni collaborazione con la Russia: è una scelta che non si giustifica neppure a livello politico, per i motivi che dicevo prima. ExoMars è già stata rimandata due volte, nel 2018 per problemi tecnici e nel 2020 per il Covid. Ci sono persone che hanno dedicato 15 anni della propria vita a questa missione e che ora si ritrovano con un pezzo di ferraglia che, finché rimane sulla Terra, non serve a niente. Si sarebbe potuta sospendere la firma di nuovi accordi, ma cancellare progetti che erano già praticamente sulla rampa di lancio ha fatto male a un’intera comunità. Su Marte, a questo punto, ci sono gli americani, ci sono i cinesi, ma gli europei non ci sono.

Perché questa scelta?

Ha avuto un grosso peso la Germania, nazione che più contribuisce al budget dell’agenzia spaziale europea. La Germania, da sempre, ha investito molto nei rapporti con la Russia: grandi missioni scientifiche congiunte, il Nord Stream per il gas, accordi politici… Di fronte alla tragedia in Ucraina ha spinto invece per una rottura forte. Sono arrivati persino a spegnere uno strumento tedesco a bordo di un satellite russo (il telescopio eRosita per lo studio dei buchi neri, ndr) pur di non dover collaborare con i russi. Bisogna però dire che la Germania non era molto coinvolta in ExoMars: era molto più coinvolta l’Italia, che ha avuto le gambe tagliate. È la politica dell’usare due pesi e due misure.

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In fondo, abitiamo cielo e terra allo stesso modo…

Sono assolutamente d’accordo. Qualcuno diceva: l’umanità fa un gran disordine prima di cercare di mettere un pochino di ordine. Anche nell’esplorazione dello spazio e nel suo sfruttamento ci stiamo comportando come se le risorse fossero infinite. Purtroppo non è così. Imprenditori, anche di successo, come Elon Musk agiscono in un non-luogo, lo spazio, che attualmente non ha regole: non ci sono leggi che dicono quanti oggetti possano essere lanciati, quanti possano essere nella stessa orbita… Pur agendo all’interno della legge americana, il rischio è un far west orbitale.

Tutto questo ci dice che stiamo vivendo e vivremo un’epoca di grandi esplorazioni dello spazio. Qualcosa che, nei secoli scorsi, è già accaduto sulla Terra: una stagione di esplorazioni e conquiste tecniche e scientifiche, ma anche di violenze, guerre di conquista e distruzioni ambientali. In futuro potrebbe accadere qualcosa di simile anche nello spazio?

Speriamo che gli scontri siano più di tipo politico che non di tipo militare. Non c’è, però, bisogno di una grande fantasia per rendersi conto che, per esempio, tutti coloro che desiderano esplorare la Luna si concentrano nell’area del Polo Sud, dove ci sono il ghiaccio e alcuni punti sempre illuminati. Saranno cinque o sei location in tutto. È chiaro che se una location la prende la Cina, gli altri non la potranno avere. Ma da qui ad attaccare la base cinese c’è una bella differenza, speriamo. Il vero problema è la mancanza di una legge internazionale che gestisca queste problematiche. Spetterebbe all’Ufficio delle Nazioni Unite che gestisce l’utilizzo pacifico dello spazio, ma le faccio un esempio: nel 1967 abbiamo siglato il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, che vieta, fra le altre cose, di posizionare armi nucleari nello spazio o di appropriarsi di un corpo celeste. L’accordo è stato firmato da quasi tutte le nazioni del mondo. In seguito, negli anni Settanta, si è provato a raggiungere un trattato simile per l’esplorazione della Luna, per definire cosa si potesse o non si potesse fare: questo accordo è stato siglato da pochissime nazioni, e soprattutto non da Stati Uniti, Russia, Cina, India. È evidente che vogliano tenersi le mani libere. Con lo Space Act, ad esempio, gli Stati Uniti riconoscono agli imprenditori americani la possibilità di raccogliere risorse, anche lunari, e utilizzarle come meglio credono una volta sulla Terra. È uno dei tanti esempi dei rischi che si creano quando lo sviluppo tecnologico arriva molto prima della normativa internazionale.

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