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Nella vita del coronavirus sembra prevalere la morte. Con anche un nuovo “indotto”

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La vita nei giorni del COVID-19 ci parla di morte. Non solo di quella provocata dal coronavirus, ma anche di un nuovo “indotto” che rischia di caratterizzare i prossimi anni.

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Era una sensazione già all’inizio della pandemia, espressa con amarezza anche da queste pagine, e le ultime settimane sembrano confermarlo: con la diffusione del Covid-19 i tassi di fecondità, già ridotti al lumicino in molte aree del mondo, diminuiranno ulteriormente. È quanto prevedono gli esperti del Social Research and Economic Thought della Catholic University of America di Washington, alla luce degli ultimi dati diffusi a proposito degli Stati Uniti: nel 2019 sono nati 3,75 milioni di bambini, -1% rispetto al 2018. A preoccupare è però soprattutto l’ulteriore calo registrato nel tasso di fertilità (-2%): apparentemente un’inezia, ma che con 1,7 figli per donna (il valore più basso dall’inizio delle rilevazioni, nel lontano 1909) si colloca sempre più al di sotto del cosiddetto “tasso di sostituzione” di 2,1 figli per donna, che garantirebbe il naturale ricambio della popolazione, vale a dire la sua sopravvivenza come tale.

Non va meglio in Italia, dove l’Istat rende noto che nell’ultima rilevazione, del 2018, il numero medio di figli per donna è sceso a 1,29 (1,21 figli per le italiane, di poco superiore per le cittadine straniere residenti). Numeri che possono forse risultare impalpabili, ma che si traducono in oltre 18 mila bambini in meno rispetto al 2017 e quasi 140 mila in meno nell’arco di dieci anni: un’intera cittadina che non conosceremo mai, con la sua ricchezza di talenti, sogni e sentimenti.

Cosa attendersi dal 2020 segnato dal coronavirus? In combinazione con la predominante cultura della morte – che trova nell’ossessivo controllo delle nascite e nel consumismo due delle sue più radicali espressioni – la pandemia potrebbe segnare una novità sul piano storico. Da un lato, infatti, le ultime generazioni ci dicono che il numero medio di figli per donna decresce senza soluzione di continuità: si va dai 2,5 figli delle nate nei primi anni Venti (cioè subito dopo la Grande Guerra), ai 2 figli delle generazioni del secondo dopoguerra, fino a raggiungere gli 1,44 figli per le donne della generazione del 1977. Ma le società ci parlano anche di “baby boom” in coincidenza dei periodi di scampata sciagura, come all’epoca del “miracolo economico” italiano degli anni ’50. Dobbiamo attenderci qualcosa di simile anche alla fine dell’attuale pandemia? Non è così semplice.

Al di là dell’ironia sulle coppie costrette ad una prolungata – e potenzialmente “produttiva” – convivenza, infatti, a farla da padrone sono ormai le considerazioni di tipo economicistico. E da questo punto di vista, la crisi prodotta dal COVID-19 rischia di colpire duramente, producendo un 2020 particolarmente infecondo e un 2021 ancora peggiore. L’aumento del tasso di disoccupazione, infatti, così come più in generale della precarietà lavorativa e di vita, non farà che accrescere la riluttanza della coppie, soprattutto giovani, ad avere figli. Una scelta che non potrà che tradursi in un doppio esito: ritardare ulteriormente le nascite oppure impedirle, ricorrendo in maniera sempre più massiccia all’aborto.

Uno scenario che potrebbe allargarsi anche ad aree del mondo che negli ultimi anni avevano imboccato la complessa strada del riscatto – umano, sociale ed economico. È il caso di numerosi Stati dei continenti africano e asiatico, dove si prevede che dopo la diffusione – silenziosa, ma non per questo meno letale – del nuovo coronavirus la qualità della vita subirà un netto peggioramento, con un aumento di fame e povertà e una contrazione dei diritti in conseguenza degli ostacoli posti a scuole, assistenza religiosa, università, pubbliche amministrazioni, volontariato internazionale, società private e commercio informale. Con ricadute ancora più gravi per le donne, costrette ad accantonare i progetti di maternità oppure di nuovo prigioniere di contesti familiari opprimenti.

D’altro canto, nel civilizzato Occidente la macchina della morte non si ferma. Dopo un breve periodo di sospensione, infatti, è notizia delle scorse ore l’esecuzione in Missouri del primo condannato alla pena capitale dopo l’inizio della pandemia. Si tratta di Walter Barton, accusato di omicidio e condannato alla pena di morte dopo un processo che gli avvocati difensori avevano già denunciato come tutt’altro che privo di ombre. Un’esecuzione che rappresenta ancora più un controsenso – come sottolineato dalla Missouri Catholic Conference (MCC), che nei giorni scorsi si era mobilitata per salvare l’uomo – proprio mentre si prova con ogni mezzo a salvare vite dal contagio. Ma che raggiunge apici di ipocrisia difficilmente comprensibili se si tiene conto che per l’accesso al medesimo complesso carcerario dove era detenuto Barton è necessario indossare mascherine protettive e sottoporsi alla misurazione della temperatura corporea. Chi merita o non merita di vivere: un monumento alla selezione di uomini da parte di altri uomini.

Mentre sono in corso le celebrazioni del primo centenario dalla nascita di Karol Wojtyla, vale la pena ricordare che proprio Giovanni Paolo II nel 1999 ottenne dal governatore del Missouri Mel Carnahan – dopo una notte che lo stesso politico definì «tormentata e insonne» – la sospensione della pena di morte per il detenuto Darrell Mease, condannato per omicidio, pena che venne commutata nell’ergastolo. Dal canto suo, anche Francesco ha più volte denunciato come intollerabile la pena di morte. L’intervento più significativo in tal senso è rappresentato dalla modifica introdotta nel 2018 al n. 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica, che ora afferma che «per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». Ma evidentemente, ormai, il sonno non si lascia più turbare tanto facilmente.

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