La tragica analogia dell’odio online

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Una media di 200 insulti al giorno alla senatrice a vita Liliana Segre, a quasi 80 anni dalla violenza Auschwitz ancora al centro di quella dei social. Dove l’odio non ci mette neppure la faccia, ma solo tastiera e anonimato. Deportata a 13 anni in campo di concentramento, chissà che alcuni dei suoi insultatori non abbiano poco più di quell’età. Se fosse vero, e le premesse ci sono tutte in una Rete sempre più giovane, sarebbe una nota ancora più amara. Che vuole, accanto agli ebrei, fra i più colpiti dalla violenza online anche musulmani, donne, rom e stranieri. Una lista che sembra riportare indietro le lancette dall’odio a quasi un secolo fa.

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Una situazione alimentata, invece, dai moderni mezzi di comunicazione digitale. È il caso di Twitter, dove il 32% dei messaggi negativi prende di mira i migranti. A rivelarlo, secondo i dati contenuti anche nell’ultimo Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, la “Mappa dell’intolleranza” realizzata da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari, La Sapienza Università di Roma e il Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano. Nel 2019, scrive Vox, «l’odio contro i migranti registra un +15,1% rispetto al 2018 e sul totale dei tweet che hanno ad oggetto i migranti, quelli di odio sono ben il 66,7%. Sul totale dei tweet negativi, inoltre, quelli contro i migranti sono circa il 32%: vale a dire che un hater (“odiatore”, NdR) su tre si scatena contro “lo straniero”. L’intolleranza contro gli ebrei, di fatto quasi inesistente fino al 2018, quest’anno registra un +6,4% (76,1% sul totale dei tweet sugli ebrei). Mentre l’intolleranza contro i musulmani registra un netto aumento (+6,9%) e resta alta (74,1% sul totale dei tweet sui musulmani) e si lega soprattutto alla percezione di eventi internazionali». Su tutti, il terrorismo che si autodefinisce islamico.

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Uniti da alcune battaglie comuni – ma anche dall’odio online, come rivela un’indagine pubblicata in esclusiva sul Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, “Parole e paure: dai tweet del Papa al contesto italiano” – non è la prima volta che Liliana Segre e papa Francesco si trovano a parlare la stessa lingua. Non è un caso, allora, che lo stesso Rapporto Immigrazione, grazie al giornalista di Avvenire Nello Scavo, abbia raccolto proprio le riflessioni di Liliana Segre in tema di immigrazione. «Ancora oggi – scrive Nello Scavo – la senatrice a vita vuole continuare a testimoniare con la sua stessa esistenza quale può essere la deriva ideologica che spinge a vedere nell’altro un ostacolo, e perfino un nemico. “Vedere altri che vengono respinti mi fa venire in mente quando, con la mano in quella di mio padre, nella notte e nella neve tentammo di attraversare la frontiera con la meravigliosa Svizzera che ci respinse e ci riconsegnò all’Italia”, ricorda Liliana Segre. È quello che accade ogni qualvolta le autorità europee si trovano a cooperare con gli aguzzini libici. Per non dire delle parole d’odio rivolte alle minoranze rom e sinte. “Mi rifiuto di accettare che la nostra democrazia, che ci è costata tanta sofferenza, sia sporcata da leggi che colpiscono le popolazioni nomadi”. E se questo accade, lo si deve al continuo tentativo di svuotare la memoria. “Quando vengono compiute violenze, ci sono sempre modalità analoghe. Ma c’è una cosa che, a differenza di altri, trovo identica ad allora: il distacco, il disinteresse collettivo verso persone che, pur con storie diverse, decidono di mettere pochi oggetti in valigia, abbandonare le proprie case e lasciarsi alle spalle la vita intera, la propria città, pur sapendo di rischiare la morte, di farla rischiare ai figli piccoli”».

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Da qui, la drammatica affinità con il tema della migrazioni. «”Va sottolineata l’analogia tragica dell’indifferenza e bisogna aiutare gli italiani a respingere la tentazione di voltarsi dall’altra parte”, insiste Segre. Che non smette di guardare lontano, a immaginare una comunità e un Paese che sappiano costruire insieme. A cominciare dal senso della parola cittadinanza. “Il diritto di cittadinanza e la dignità della persona vengono spesso negati dalla nazione – ricorda Segre – ma anche da atti concreti di carattere razzista e discriminatorio”. Presente e passato purtroppo si saldano. E c’è chi non vuole notarlo. “Anche in questo caso non mancano precedenti, e mi riferisco alle Leggi razziali del ’38, che stabilivano che gli appartenenti alla razza ebraica erano stranieri”. La parola e le prospettive sono dei giovani, “di cui mi considero nonna ideale, e dico che il concetto di cittadinanza ha un duplice significato: è un diritto, da una parte, di tutti i cittadini, ma anche una responsabilità”. Toccherà alla politica trovare le forme, ma “un pensiero particolare va a quei bambini, nati da genitori stranieri, che crescono con i nostri nella stessa scuola, ma scoprono amaramente di essere nonostante tutto, diversi”».

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