La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 27 ottobre 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 27 ottobre 2019

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27 ottobre 2019. Prima domenica dopo la Dedicazione, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Nel rito ambrosiano, dopo la solennità della Dedicazione del Duomo, fissata alla terza domenica di ottobre, vi sono le ultime tre domeniche dell’anno liturgico. Dopo di esse comincia l’Avvento ambrosiano, che comprende sei domeniche, mentre nel rito romano le domeniche sono solo quattro. I temi delle tre domeniche dopo la Dedicazione sono: il mandato missionario (I domenica dopo la Dedicazione); l’universale vocazione dei popoli alla salvezza (II domenica dopo la Dedicazione); la ricapitolazione di tutte le cose nella regalità di Cristo e la loro sottomissione in Lui al Padre (Domenica di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo).

Vangelo della Messa (Matteo 28, 16-20)
In quel tempo. Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che il Signore Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Commento
Il mese di ottobre in tutta la Chiesa Cattolica è il mese missionario, dedicato alla riflessione, alla preghiera e al sostegno delle Missioni. Il lezionario ambrosiano, in armonia con la finalità del mese di ottobre, legge, nell’anno C, la conclusione del Vangelo secondo Matteo, nella quale si racconta di un’apparizione di Gesù agli apostoli («Gli undici discepoli») su un monte della Galilea non meglio specificato. In tale occasione il divino Maestro conferisce agli apostoli il mandato missionario, con lo scopo di condurre tutti i popoli a diventare discepoli.

Intanto osserviamo che gli apostoli sono solo undici a causa della defezione di Giuda, non ancora sostituito. Essi sono chiamati “discepoli”, in riferimento all’unico Maestro che è Gesù (vedi Matteo 23, 8). Gli apostoli vanno in Galilea, nel luogo dove Gesù aveva detto che sarebbe apparso: un monte, luogo tipico della presenza di Dio. Quando gli apostoli vedono Gesù, si prostrano a terra in atto di adorazione, pur nutrendo ancora dubbi sul fatto della risurrezione. Gli apostoli avevano già compiuto questo gesto di adorazione nei confronti di Gesù quando aveva sedato la tempesta sul lago di Tiberìade (vedi Matteo 14, 33), ma sulla risurrezione non riuscivano ad avere certezze, forse pensavano che Gesù sarebbe apparso loro con le sembianze fisiche che aveva avuto in vita, e che ciò che vedevano non fosse la persona umana nell’integrità ripristinata del suo corpo. Per Gesù non è il momento di aprire discussioni sui dubbi dei discepoli, in quanto sarebbero stati dissipati nel giorno di Pentecoste, quando su di loro sarebbe sceso lo Spirito Santo; per questo Gesù si avvicina a loro, e dopo aver ricordato che gli è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra, affida a questi undici discepoli il compito di fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome della Trinità. Il battesimo, quindi, è il segno di aver accettato Gesù come Maestro e di appartenenza a quel gruppo di discepoli che prenderà più tardi il nome di “chiesa”.

Questo mandato missionario ha caratterizzato tutta la bimillenaria storia della Chiesa e si può dire che nel secolo scorso si sia compiuto. L’azione missionaria della Chiesa oggi non è rivolta verso nuovi popoli da evangelizzare, ma a sostegno di chiese locali già esistenti. A questo scopo mira anche il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia che si è svolto in questo mese di ottobre in Vaticano: come organizzare l’azione della Chiesa nei confronti delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, oltre a richiamare la necessità di salvaguardare la foresta amazzonica come bene comune di tutta l’umanità.

L’appartenenza alla chiesa non è un fatto giuridico che si esaurisce con la ricezione del Battesimo, ma comporta anche il dovere di osservare i precetti che il Signore ha dato. L’apostolo Matteo li aveva raccolti nei capitoli 5-7 e 25 del suo Vangelo, che io sono solito chiamare “il primo catechismo della chiesa”. L’esame di coscienza dei cattolici da secoli si è concentrato sui precetti del decalogo intesi in senso minimalista e ridotti più o meno a questi: non bestemmiare, andare a Messa la domenica e nelle feste comandate, non rubare, non ammazzare, non commettere atti impuri, non giurare, in quanto per il primo e quarto comandamento era del tutto esclusa l’ipotesi di adorare altri dèi o di far mancare il dovuto onore ai genitori, fossero anche dimenticati in una casa di riposo. Io non sono mai stato invitato ad esaminarmi sul discorso della montagna (capitoli 5-7 del Vangelo secondo Matteo) o sulle opere di misercordia corporali (capitolo 25 del medesimo Vangelo), se non nella scuola di Religione al liceo. I fedeli sono stati spronati per secoli ad aggiungere preghiere a preghiere e meno a leggere e a meditare il Vangelo per metterlo poi in pratica. Fino al Concilio Ecumenico Vaticano II era importante arrivare alla Messa prima dello scoprimento del calice perché essa fosse “valida”, senza alcuna preoccupazione di vivere nella settimana il Vangelo, che pure veniva proclamato in quella Messa, sebbene in latino. E ancora oggi ci sono fedeli che pongono al sacerdote la domanda se la Messa vespertina della domenica sera sia valida per assolvere il precetto dell’eventuale “festa di precetto” del lunedì, oppure quella del sabato sera, che è già liturgicamente Messa della domenica, se sia valida per chi non ha partecipato prima alla Messa dell’eventuale “festa di precetto” del sabato. Ignoranza delle Scritture appare anche quella dei politici che presumono di conoscere la religione e si preoccupano di mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche piuttosto che riconoscere il Cristo in quei naufraghi che giungono sui nostri lidi.

Infine, l’ultimo versetto del testo evangelico di questa domenica, che è anche l’ultimo del Vangelo secondo Matteo, è la grande promessa che Gesù ha fatto agli undici: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Siccome gli apostoli sono morti prima della fine del mondo, qui intendo che si tratta della promessa della presenza di Gesù nei confronti della Chiesa di tutti i tempi, in particolar modo della presenza al collegio episcopale unito al Romano Pontefice, che al collegio apostolico con a capo san Pietro è subentrato. Cristo rimane quindi il Capo invisibile della Chiesa, e il suo Vicario, successore di san Pietro, ne è il Capo visibile, che non può venire meno, come non è venuto meno per duemila anni. Appare, quindi, incosistente l’idea di quei cattolici tradizionalisti che si autodefiniscono il “Piccolo Resto resistente” nei confronti di un’apostasia che starebbe dilagando nella Chiesa a partire dallo stesso Francesco, definito addirittura “falso papa” e “Anticristo” per supposte e mai dimostrate eresie nelle quali sarebbe caduto.

Don Ezio

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