Milano e Washington. Due letture gestuali nel cortocircuito di ottobre.
C’è un’involontaria ma folgorante simmetria in questo cambio di stagione, che è anche cambiamento d’epoca. Da una parte dell’Atlantico, una foto di rito: un gruppo di arcivescovi e vescovi cattolici statunitensi nello Studio Ovale, a mani spianate sulla giacca di Donald Trump, intenti a una preghiera di intercessione che sa molto di imposizione delle mani e moltissimo di campagna elettorale. Dall’altra parte dell’oceano, all’ombra della Madonnina, la silhouette di un prete che, dinanzi alle devastazioni della piazza e alle contumelie degli incappucciati, risponde stendendo un solo e inequivocabile dito: il medio.
A un primo sguardo, il confronto appare impietoso. Là, la devozione istituzionale, ieratica e incensata; qui, la reazione di pancia, sanguigna e profana. Eppure, a ben guardare con l’occhio della semiotica ecclesiastica, i ruoli della grazia e della miseria si ribaltano con una facilità disarmante.
L’immagine di Washington è un capolavoro di mimica politico-religiosa. Per anni abbiamo visto pastori evangelici e televangelisti circondare la Resolute desk in pose pseudoprofetiche, invocando benedizioni e protezione per il comandante in capo. Osservare dodici presuli in clergyman schierati con Paula White, consulente senior dell’Ufficio della fede della Casa Bianca e guida di una megachurch che ha fatto della prosperità una dottrina, produce un effetto innaturale. «È stato un ottimo incontro», ha commentato Donald Trump a Owen Jensen di EWTN, con il tono compiaciuto di un Michelangelo da sagra, che abbia appena affrescato il soffitto della cantina e pretenda che l’ospite si metta supino per apprezzarlo. «Beh, hanno pregato. Hanno pregato per lo più. È stato davvero un incontro molto piacevole. Sono fantastici. Erano persone fantastiche».
Una preghiera legittima, si dirà, perché si prega sempre per i governanti. Ma quando la preghiera diventa una pittura murale ad uso e consumo della propaganda politica e dei social network, la linea di demarcazione tra liturgia e sponsorizzazione si fa impercettibile. E la sensazione è di aver negoziato qualcosa di non negoziabile.
Per alcuni il risveglio, tardivo, fuori dalla bolla della propaganda ha il sapore amaro del rimpianto. «Sento una profonda tristezza, non solo per il dolore che ho causato, ma anche per il fatto che qualcosa di così sacro per un gruppo di leader religiosi, la preghiera al nostro Padre Celeste, sia stato manipolato in quel modo», confessa uno dei coinvolti, mons. Jeffrey Grob, arcivescovo di Milwaukee. Sulla stessa linea il vescovo di Des Moines, mons. William Joensen, che affida a una nota il suo senso di vulnerabilità. «Vorrei essere stato più scaltro e meno ingenuo, come coloro che hanno sfruttato il nostro incontro per fini politici di parte», scrive. «Prego per essere più prudente e saggio in futuro, pur rimanendo risoluto nella mia apertura all’impegno e alla preghiera per i leader politici a ogni livello».
E poi c’è la chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia, nel centro di Milano diventato epicentro. In mezzo alla nebbia dei fumogeni, al rimbombo dei petardi e ai detriti di vie ostaggio del vandalismo, un sacerdote socchiude la porta d’accesso al tempio, protegge chi vi si rifugia, viene coperto d’insulti. E risponde con un gesto spudorato.
Nessun panegirico, solo un rigurgito di visceralità umana. «Non sono pentito, ho solo risposto», dirà poi candidamente padre Giannicola Maria Simone, già responsabile della pastorale giovanile internazionale dei Barnabiti. Qualcuno che un po’ di esperienza in materia di ragazzi ce l’ha. Che ne sappia più di altri? Se non è il dito di Dio, è almeno quello di don Camillo. Nel caos di Milano, nell’eredità di Cattelan.
In quel gesto scostumato c’è più carne che in tante liturgie ben educate. È catechesi da trattoria di ringhiera: il secco ora basta di chi rifiuta di farsi caricatura di mansuetudine mentre la città e il mondo bruciano. Se a Washington si rischia di trasformare la preghiera in manierismo da esposizione, a Milano si consacra l’impulsività all’incarnazione. Non manichino di gesso, ma uomo tra gli uomini. E se il Verbo si è fatto carne, chi ha il diritto di pretendere che la carne stia composta?
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