La lezione di Agostino sulle rovine di Parigi e Milano.
«Tolta la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi bande di ladri?» Agostino lo scrive nel capitolo IV del De civitate Dei, e subito dopo evoca una storia ripresa dal De re publica di Cicerone. Un pirata, catturato e portato al cospetto di Alessandro Magno, avrebbe giustificato le proprie scorrerie al re dei Macedoni con disarmante spudoratezza: «Perché io le compio con una piccola nave mi chiamano ladrone», avrebbe risposto, «tu con una grande flotta e ti chiamano imperatore». La parabola agostiniana non assolve il pirata: rivela piuttosto che il furto non è soltanto l’atto predatorio di chi rompe e porta via, ma lo specchio di ciò che una società riconosce come valore e chiama giusto.
L’ammonimento risuona con un’inquietante attualità di fronte alle immagini che giungono da Parigi e Milano. A poche centinaia di metri di distanza, lungo gli stessi boulevard d’alta moda, l’élite ordinata delle boutique convive con turisti inconsapevoli e giovani incappucciati intenti a svaligiare negozi di lusso e marchi sportivi. Non c’è una barricata ideologica a separare mondi opposti, ma uno specchio in cui si riflettono.
I classici della sociologia e della politica avevano descritto con lungimiranza i rischi di una deriva svuotata di qualsiasi afflato ideale. Marx lo aveva intuito, a modo suo, descrivendo il Lumpenproletariat – il sottoproletariato – come un’umanità passiva che «una rivoluzione può gettare qua e là», pronta per condizione sociale a farsi comprare o a trasformarsi in forza distruttiva senza alcuna coscienza di classe. Un prodigio di incapacità politica che oggi riaffiora in veste iper-contemporanea.
Allo stesso modo, Pier Paolo Pasolini intuì prima di molti altri come il nuovo potere del consumo di massa avrebbe omologato e degradato le società, trasformando il desiderio di emancipazione in conformismo. Il suo sospetto verso certi antifascisti di maniera non era una polemica d’epoca, ma un’intuizione antropologica: il totalitarismo del denaro non avrebbe avuto più bisogno di caserme e censura, gli sarebbe bastato il consumismo.
Tuttavia, ciò a cui assistiamo da tempo nelle strade d’Europa segna un ulteriore scarto verso il basso. Chi indulge nel vandalismo non cerca la pace; chi oscura le proteste contro le contraddizioni della scuola e dell’economia non rivendica alcun diritto; chi saccheggia i negozi non combatte il sistema consumistico: lo porta alle sue estreme conseguenze e lo desidera con disperazione.
Un tempo – e oggi altrove – i rivoluzionari bruciavano gli idoli, mentre i moderni saccheggiatori li indossano. La bramosia di possesso è la logica conseguenza di una falsa religione smisuratamente votata al consumo, e il furto ne è il sacramento materiale. Il paradosso tragico è che non si abbatte il tempio del capitale per costruirne uno più giusto: si forzano le sue porte per rubarne i feticci – felpe e scarpe firmate, borse di marca. L’illusione di sentirsi affrancati da qualsiasi responsabilità si rivela come totale sottomissione al desiderio materiale.
L’analisi si fa ancora più complessa nella ricognizione disincantata della realtà rispetto alla narrazione retorica, dominata dai consueti cliché. Lì dove la propaganda ideologica o la giustificazione evocano un’insofferenza sociale per la disuguaglianza, i fatti consegnano la cronaca di scuole disertate, docenti aggrediti e il saccheggio degli status symbol. Persino la parvenza di dissenso politico si risolve in un nichilismo individuale, coordinato meccanicamente attraverso la cassa di risonanza dei social media.
Il bottino è infatti anche nello sguardo. Il saccheggio è un contenuto da fruire in diretta. L’obiettivo perseguito con la violenza non è – e sarebbe già una distorsione – l’essere ascoltati (non ci sono contenuti), ma di essere “visti”. Dietro la sregolatezza esibita c’è la fame più antica: quella di essere riconosciuti. Che la si provi a saziare dentro una vetrina infranta è la sconfitta di tutti.
La presenza rilevante di giovani di origine straniera porta allo scoperto le contraddizioni irrisolte dell’integrazione italiana ed europea. Quando la malintesa rivendicazione identitaria incontra il nichilismo occidentale l’esito non è una sintesi culturale né uno scontro di civiltà, ma un vuoto reciproco. Si rifiutano i valori costituzionali di libertà, uguaglianza e patto educativo, mentre si abbraccia il lato più deleterio della società dell’apparenza.
Al di là della devastazione materiale e dell’impatto economico, ciò che sconforta maggiormente è la totale eversione del senso dell’uomo. Se la giustizia viene meno, ogni comunità scivola inevitabilmente verso il brigantaggio, indipendentemente dalla stazza della “nave”.
In una prospettiva che guardi all’essere umano nella sua integralità – attenta alla custodia della persona, del prossimo e della comunità – il vero dramma non risiede soltanto nelle vetrine infrante, ma nello svuotamento dello spirito. Quando l’orizzonte dell’esistenza si riduce al possesso immediato e predatorio di un oggetto di lusso, la persona degrada sé stessa a mero ingranaggio di un desiderio che non la sazierà mai.
C’è una profonda verità nell’idea che l’uomo non vive di solo pane, e che cercare la propria identità negli oggetti significhi condannarsi a una perenne fame dell’anima. La furia che distrugge la città non è un atto di forza, ma il grido di impotenza di chi ha smarrito la capacità di riconoscere il valore del lavoro, della fraternità e del rispetto del bene comune.
Invece di costruire una comunità fondata sulla solidarietà verso – e attraverso – gli ultimi, ci si ritrova bloccati in una spirale di violenza in cui persino la sofferenza viene svenduta per qualche secondo di celebrità sui social o per l’effimera sensazione di aver ingannato il sistema.
Ripristinare l’ordine pubblico con la fermezza necessaria è un dovere imprescindibile dello Stato. Ma limitarsi alla reazione securitaria sarebbe un errore. Finché la risposta al vuoto esistenziale sarà l’offerta di un consumismo ancora più pervasivo – o, sul versante opposto, una sociologia del trasferimento di responsabilità che giustifica ogni scempio –, la fiamma della distruzione continuerà a covare sotto la cenere.
Ciò che accade nelle piazze di Parigi e Milano non è una rivoluzione, ma l’ennesima conferma del monito agostiniano: quando la giustizia si dissocia dal bene comune e dal senso morale, le città si svuotano di anima e si trasformano, ad ogni livello, in «grandi bande di ladri». Il ragazzo col cappuccio che ruba la borsa firmata è un ladrone con la barchetta. Ma una società che gli ha insegnato a desiderare tutto e a meritare poco, che esalta il possesso elevandolo a misura dell’uomo e che poi si scandalizza di vederlo prendere con la forza, possiede una flotta più grande e la medesima coscienza distorta.
Per ricostruire sulle macerie di questo ottobre non basterà sostituire i vetri blindati dei negozi con versioni ancora più spesse. Occorrerà ritrovare un principio educativo rigido e compassionevole al tempo stesso: insegnare che la dignità di un individuo non si misura dalla griffe che indossa, ma dalla capacità di essere parte di una comunità, di rispettare la casa comune e di cercare una liberazione autentica, l’unica capace di trasformare un’orda di predatori impotenti in una civiltà di uomini e donne liberi.
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