Un pontefice annuncia che sarà operato a un polmone e una giurista insignita del Nobel si stupisce che le si riconosca coraggio. Due scene lontane, una sola domanda: che valore ha – e quanto costa – dire le cose come stanno?
La parabola di una festa di nozze disattesa. Una nuova beata e la guerra in Ucraina. Il ricordo dei tanti, troppi morti sul lavoro. E ancora il saluto ai molti gruppi di pellegrini. Il copione rituale dell’Angelus domenicale è al termine, e già ci si prepara all’applauso finale, al consueto grido di omaggio al papa, mentre si ripiegano striscioni ed emozioni. La notizia che cattura l’attenzione del mondo entra in punta di piedi, come accade con le cose importanti nella vita. «Ho deciso di operarmi per toglierlo. Mi affido alla vostra preghiera».
Poche parole, le sole necessarie. Niente comunicato di corte, niente eufemismi da bollettino. Il gesto ha dei precedenti (ogni storia ne ha), ma la naturalezza di Leone XIV, che sa di libertà spirituale e intellettuale, è di una freschezza che profuma di nuovo.
Con buona pace dei comunicatori di mezzo mondo, è lo stesso pontefice a spiegare da dove scaturisce l’aroma, solo pochi minuti prima: la gioia cristiana «è profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate». Lo aveva detto anche tre settimane prima, a Parigi, davanti all’Unesco: senza la verità «il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza». Belle parole che erano già finite nel novero di quelle non notiziabili, dei pii ottimismi che non funzionano per l’informazione.
Figurarsi quelle di una vecchia signora 85enne. «Potete immaginare la mia sorpresa. Perché mai dovrebbe servire coraggio per dire la verità? Si interpreta la legge, si esaminano tutti i fatti: si tratta, quindi, di un processo decisionale imparziale». Modestia affettata, un modo delicato per schermirsi. Sarà. Prima dell’annuncio di Leone XIV, era la notizia predominante sui media: venerdì 9 ottobre, il Nobel per la Pace a Navi Pillay, già giudice del Tribunale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, che ha presieduto la Commissione che ha riconosciuto il genocidio in corso a Gaza: conclusione respinta da Israele e da diversi governi occidentali. Non serve schierarsi per cogliere il punto.
È curioso come sia la verità a fare notizia. E quanto il mondo sembri esserne affamato. Che un sillogismo da primo anno di giurisprudenza – fatti, norma, decisione imparziale – sia diventato un atto di eroismo è la diagnosi più spietata del nostro tempo. Il ministero degli Esteri israeliano fa fuoco e fiamme (dell’inferno), Donald Trump sanziona la Corte penale internazionale, i mandati d’arresto per Vladimir Putin e Bibi Netanyahu rimangono lettera morta. Molto è nascosto, tutto è tollerato. Might overtakes right, la forza prevale sul diritto.
Quanto vale, allora, la verità? Tanto quanto il suo prezzo. Nel Nord globale è ancora piuttosto contenuto. A Roma, Parigi, Washington è una reputazione, un invito che non arriva, un’etichetta. Qualche volta un lavoro. Nel Sahel, in Pakistan, a Yelwata la moneta è il sangue. Chi sostiene di dire il vero senza pagarne il prezzo farebbe bene a chiedersi se sta dicendo solo quello che conviene. Per il cristiano, poi, il prezzo dovrebbe essere ben noto: Pilato è l’anti-Pillay e ogni farisaismo è l’anti-Leone. Si paga «per rendere testimonianza alla verità». Ecce homo.
La situazione nel mondo, oggi, è tanto grigia che c’è chi ipotizza il ritorno di un’epoca pre-cristiana. Ma è peggio: post-cristiana. Per alcuni cristiani la faccenda era semplice: bastava dire il falso e continuare a vivere. Chi rifiutava pagava con il carcere, i beni, la vita. Un potere che pretendeva la menzogna come prova di fedeltà: non era il paganesimo di Socrate o di Cicerone, che della verità e del diritto avevano capito parecchio. Era la logica dell’uomo forte, lo stesso III secolo dei volti truci.
Ma gli antichi non avevano Norimberga, la Dichiarazione universale del 1948, l’Onu. Noi sappiamo e scegliamo di dimenticare. Il Papa lo chiama oblio e impotenza. Questo è il punto: che, una volta di più, abbiamo smarrito il senso del vero, tanto come dovere quanto come costo. Se un uomo di 71 anni può dire alla finestra, senza giri di parole, che cosa c’è nel suo corpo, perché a noi sembra così eroico riconoscere cosa c’è nel mondo?
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