Fra Chiesa e politica. Nel futuro Arcivescovo di Milano il DNA di Carlo Maria Martini

Fra Chiesa e politica. Nel futuro Arcivescovo di Milano il DNA di Carlo Maria Martini

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In corso a Milano la due giorni dedicata al card. Martini. In fatto di vescovi, lo stile di Francesco è chiaro. Ma il futuro arcivescovo di Milano avrà probabilmente una caratteristica in più: sarà figlio di Carlo Maria Martini e forse, come Ambrogio, dalla spiccata vocazione politica.

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Come ampiamente riferito da queste pagine, lo stile di Francesco in fatto di vescovi è chiaro: vicini agli esclusi, radicati nel territorio, con una solida formazione teologica – meglio se accompagnata dalla docenza – e preferibilmente giovani. Di nomina in nomina il Pontefice ha confermato questa sua preferenza, dal “vescovo di strada” Corrado Lorefice a Palermo a mons. Matteo Zuppi a Bologna, fino ad arrivare a mons. Daniele Gianotti a Crema e a mons. Gian Carlo Perego a Ferrara-Comacchio. Il futuro arcivescovo di Milano, però, avrà probabilmente una caratteristica in più: sarà figlio di Carlo Maria Martini e forse, come Ambrogio, dalla spiccata vocazione politica.

Era il 1983 quando il card. Carlo Maria Martini, nel suo celebre discorso Pace sulle tue mura, faceva riferimento alle «gravi responsabilità pubbliche e civili connesse con il mio ministero di successore di sant’Ambrogio». «Non so se, nella società plurale di oggi, è ancora così chiara questa responsabilità, particolarmente importante per capire la figura dell’Arcivescovo di Milano come ha illustrato ampiamente il cardinal Martini», ha osservato il card. Angelo Scola, arcivescovo uscente di Milano, aprendo sabato “Io ci sono”, la due giorni dedicata al card. Martini in occasione del 90esimo della nascita, che ha avuto un prologo mercoledì 15 con l’intitolazione del Museo diocesano a Martini. Un’assunzione di responsabilità in linea con la storia della città e con la visione di Francesco.

«Il dialogo con le istituzioni culturali, sociali e politiche è un compito vostro. E non è facile», aveva detto a braccio il Pontefice ai vescovi italiani a poche settimane dall’elezione, nel maggio 2013. Uno schema più volte confermato negli anni successivi, che non guarda a «vescovi-piloti», ma neppure a pastori disinteressati alla politica. Collegialità, più ascolto della comunità, lotta all’omologazione e alla colonizzazione ideologica, magari 
mostrando a politici e media che i cristiani sono ancora capaci di mobilitarsi in massa quando si tratta di difendere valori non negoziabili.

Quanto al card. Martini, a quasi 5 anni dalla morte la sua memoria nella diocesi ambrosiana è ancora solida, tanto fra il clero quanto tra i fedeli. Un ricordo che sembra passare indenne fra le mille controversie che hanno accompagnato la vita del Cardinale, specialmente negli ultimi anni. Sfumata per limiti d’età la sua ultima possibilità di diventare pontefice nel conclave che elesse Benedetto XVI, Martini non smise mai di far parlare di sé e della “sua” Chiesa. Almeno da quando nel 2006 l’Espresso pubblicò un suo dialogo con Ignazio Marino, allora ancora solo bioeticista e senatore, nel quale l’Arcivescovo emerito di Milano auspicava il superamento del «doloroso divario tra la prassi ammessa comunemente dalla gente e anche sancita dalle leggi e l’atteggiamento almeno teorico di molti credenti».

Da Gerusalemme prima e dall’Aloisianum poi, l’istituto di studi filosofici dei Gesuiti di Gallarate, le occasioni per dare risonanza alle parole di Martini non sono mancate. Che dire, ad esempio, del suo “Dio non cattolico” che tante perplessità suscitò dopo la pubblicazione delle Conversazioni notturne a Gerusalemme (Mondadori, 2010) col gesuita “di strada” Georg Sporschill? «Non puoi rendere Dio cattolico – scrive Martini nel libro – Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare». Quanto da vicino queste affermazioni ricordano quelle di Francesco – e le polemiche che le accompagnarono entrambe? In verità potrebbero ricordare anche quelle, di qualche anno precedenti, dell’allora card. Joseph Ratzinger. “Gesù era cattolico?” è la domanda di Peter Seewald al futuro Benedetto XVI nel libro Dio e il mondo (San Paolo, 2001). «Non lo si può dire sicuramente così, perché Gesù è ben al di sopra di noi», replica Ratzinger. «È colui da cui la Chiesa cattolica sa di essere voluta, ma appunto per questo non è semplicemente uno di noi».

Martini ha percorso per lunghi anni la zona grigia della coscienza, addentrandosi in alcuni dei temi più spinosi del nostro tempo, dall’aborto all’eutanasia, passando per le unioni civili e omosessuali. Proclami talvolta fra detto e non detto, che i più hanno letto in contrapposizione al magistero petrino di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E poi c’è il Martini che non ti aspetti, che difende la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche e sfugge alle dietrologie da conclave. Come quello che nel 2009, nel pieno del pontificato di Benedetto XVI, dalle pagine del Corriere della Sera scrive «come la Chiesa nel suo insieme non sia mai stata così fiorente come essa è ora. Per la prima volta ha una diffusione veramente globale, con fedeli di tutte le lingue e culture; può esibire una serie di Papi di altissimo livello, una fioritura di teologi di grande valore e spessore culturale. Malgrado alcune inevitabili tensioni interne, la Chiesa si presenta oggi unita e compatta, come forse non lo fu mai nella sua storia».

Figura complessa e per certi versi tormentata, impossibile da ricostruire attraverso brandelli di citazioni, Martini è stato più volte evocato durante il pontificato di Francesco. Nonostante le evidenti differenze – esponente di una cultura tipicamente europea e per certi versi aristocratica Martini, comunicatore appassionato e formato alla scuola delle periferie geografiche ed esistenziali Francesco – su alcune questioni la coincidenza fra i due rimane palpabile, e non solo per il fatto di essere entrambi figli di Ignazio di Loyola. Una comunione che non è sfuggita anche al Papa chiamato dalla “fine del mondo”.

«Anche noi alla “fine del mondo” facevamo gli esercizi con i suoi testi», ha ricordato Francesco in occasione del primo anniversario della morte dell’arcivescovo emerito di Milano, ricevendo i rappresentanti della Fondazione Carlo Maria Martini. «La memoria dei padri è un atto di giustizia. E Martini è stato un padre per tutta la Chiesa». Non solo come «profeta e uomo di discernimento e di pace», come lo definisce il Pontefice, ma anche come tramite fra la Compagnia di Gesù e la Santa Sede al tempo di Paolo VI, autore di quella Humanae Vitae mai del tutto digerita da Martini.

Come non vedere, poi, il rapporto quasi privilegiato di Francesco con Eugenio Scalfari, che tanto ricorda quello intrattenuto anche da Martini col fondatore di Repubblica? Conversazioni nel solco di quella “Cattedra dei non credenti” avviata da Martini nel 1987 ricordate anche dal pastore della Chiesa valdese di Milano, Giuseppe Platone, e finite poi raccolte nel saggio Conversazioni con Carlo Maria Martini, scritto dallo stesso Scalfari con Vito Mancuso (Fazi, 2012).

«Dal punto di vista della metodologia dell’incontro – ricordava Martini nel 1999 durante una plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura – la differenza da marcare non sarà tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria».

Una dimensione di dialogo che il card. Angelo Scola ha calato nel contesto della diocesi ambrosiana, da sempre caratterizzata da uno stretto rapporto fra autorità civile e religiosa. «In tale contesto, il cardinale Martini, per come ha vissuto – ha spiegato Scola in occasione della presentazione del progetto dell’Archivio dedicato a Martini presso la Fondazione San Fedele, roccaforte dei Gesuiti in città – rappresenta un patrimonio straordinario, perché è evidentissimo che ha assorbito lo spirito ambrosiano fino in fondo, con un magistero capace di incidere sul duplice ambito della società civile e della Comunità ecclesiale come fu di Ambrogio».

Non è un mistero che anche Francesco guardi all’eredità di Martini a Milano. A testimoniarlo il fatto che nell’ultima infornata di cardinali sia stato premiato con la berretta anche il vescovo emerito di Novara, Renato Corti, per il suo «essersi distinto nel servizio pastorale». Per oltre 20 anni vescovo di Novara e a Milano vescovo ausiliare e stretto collaboratore di Martini, se il card. Corti non avesse ormai superato gli 80 anni non è un mistero che sarebbe fra i pastori più accreditati per raccogliere il testimone di Ambrogio. Fra i vociferati candidati alla guida della diocesi di Milano – alcuni dei quali francamente improbabili – non mancano comunque i nomi di personalità vicine a Martini, primo fra tutti mons. Bruno Forte, attuale arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto e amico di Martini.

Tre gli aspetti che Francesco ritiene particolarmente rilevanti della figura del card. Martini, esposti nella prefazione di Le cattedre dei non credenti (Bompiani, 2015), primo volume dell’opera omnia del Cardinale: la sua «attenzione a promuovere e accompagnare all’interno della comunità ecclesiale lo stile di sinodalità tanto auspicato dal Concilio Vaticano II»; la consapevolezza «della presenza nella Chiesa di tante sensibilità diverse a seconda dei contesti culturali, che non possono essere integrate senza un libero e umile dibattito» e «favorendo una Chiesa missionaria “in uscita”» e infine la «familiarità del Cardinale con la Parola di Dio». Il ritratto di un vescovo, forse anche del futuro arcivescovo di Milano.

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Fra Chiesa e politica. Nel successore di Scola il DNA di Martini
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Fra Chiesa e politica. Nel successore di Scola il DNA di Martini
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