Corea del Nord. L’altro film

Corea del Nord. L’altro film

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Da giorni il mondo segue con trepidazione la vicenda di The Interview, il film del quale la Sony ha rinviato l’uscita nelle sale in seguito alle minacce di un gruppo di pirati informatici nordcoreani ai quali sarebbe risultata sgradita la morte cinematografica del dittatore Kim Yong-un. Meno avvincente appare invece la realtà dei 300mila cristiani scomparsi nel Paese in oltre 60 anni di persecuzioni o dei 200mila ancora oggi internati nei campi di lavoro del regime.

Secondo l’agenzia d’informazione di Pyongyang, Kim Jeong-wook, missionario battista, avrebbe «confessato i suoi crimini»: spionaggio, attività religiose sotterranee, offesa al juche, l’ideologia ufficiale dell’autosufficienza (letteralmente “corrente principale”) che prevede il culto delle personalità della dinastia regnante e vieta ogni altra “ideologia”, religioni comprese.

Kim Jeong-wook, 50 anni, è pensato dal regime come un esempio. Il suo lavoro di aiuto ai fuoriusciti nordcoreani, condotto appena oltre il confine cinese, nella città di Dandong, è sgradito a Pyongyang e imperdonabile è apparso il suo parlare della Bibbia ai rifugiati, nonché l’aver sostenuto economicamente circa 500 comunità cristiane clandestine nel tentativo – affermano le autorità – di rovesciare il regime di Kim Yong-un. Spinto ad entrare in Corea del Nord con un sotterfugio – ristabilire i contatti con alcuni espatrianti scomparsi – Kim Jeong-wook è stato arrestato. Da allora è stato sottoposto ad interrogatori, torture e ad un processo, iniziato il 30 maggio scorso. Poi, come da copione, l’epilogo: una piena confessione dei suoi “crimini”, in virtù della quale, riferiscono i media di Stato, la pena di morte alla quale avrebbe dovuto essere inizialmente condannato è stata tramutata in carcerazione a vita.

Molti altri missionari e fedeli cristiani – ma anche buddisti – hanno subito condanne e prigionie, spesso traditi da agenti governativi infiltrati nella rete clandestina di comunità religiose o da ex-cristiani – taluni ex-missionari – stritolati dalle maglie del sistema giudiziario nordcoreano e troppo spaventati per opporre resistenza ad un regime che sembra pervadere inesorabilmente ogni ambito del quotidiano.

Alla metà del Novecento si stima che il 30% degli abitanti di Pyongyang professasse la fede cattolica, contro l’1% del resto del Paese. Le cose mutarono repentinamente con la Guerra di Corea (1950-1953), quando prese avvio lo sterminio sistematico di religiosi e fedeli, stranieri e coreani, cui si accompagnò la distruzione degli edifici di culto. Fu l’inizio di sessantuno anni di persecuzioni che hanno condotto alla scomparsa di circa 300mila cristiani, oltre alle migliaia di appartenenti alla religione buddista.

Dal canto suo, il regime nordcoreano dichiara tuttora vigente la libertà religiosa, per giunta protetta dalla Costituzione. Il governo ammette l’esistenza nel Paese soltanto di quelle poche migliaia di cristiani – circa 4mila cattolici e 12mila protestanti – regolarmente iscritti nei registri ufficiali delle diverse associazioni per l’inquadramento religioso e ideologico (come l’Associazione dei cattolici nordcoreani), controllate dal governo. Inutile dire che siano pochi i credenti disposti ad ottemperare all’obbligo dell’iscrizione. A Pyongyang esistono effettivamente alcuni edifici di culto ufficialmente riconosciuti dal regime, ma si tratta essenzialmente di strumenti utilizzati a fini propagandistici, tanto che al loro interno non operano sacerdoti, religiosi o religiose – pressoché del tutto scomparsi dal Paese – ma funzionari governativi adeguatamente formati per l’inquadramento dei fedeli.

Credenti iscritti e non iscritti alle liste vanno comunque spesso incontro al medesimo destino. Violentemente perseguitati, socialmente ostracizzati, gravati da limitate opportunità formative e lavorative, privati dei sussidi alimentari, tanto più fondamentali in un Paese perennemente sull’orlo della fame. Si calcola altresì che siano oltre 6mila i cristiani internati nel campo di sterminio di Yodok, fra i principali e più duri del Paese, e almeno 200mila quelli rinchiusi nell’intero sistema dei campi di lavoro della Corea del Nord, accusati di aver recato offesa alla dignità della “suprema leadership” o di spionaggio.

Secondo le stime dell’organizzazione non-governativa internazionale Open Doors, però, nel Paese, «nonostante la pesante repressione, esiste un movimento crescente di chiese sotterranee che conta circa 400mila cristiani». Secondo altre stime la cifra oscillerebbe fra i 200mila e i 400mila cristiani, su una popolazione totale di circa 24 milioni di persone, ma in entrambi i casi ciò che colpisce è che il numero dei cristiani nordcoreani sia da anni in continuo aumento. Tutto un altro film.

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Corea del Nord. L'altro film
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Corea del Nord. L'altro film
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Da giorni il mondo segue con apprensione la vicenda di The Interview. Meno avvincente la realtà dei 200mila cristiani internati nei campi di lavoro del Paese.
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Simone Varisco

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