Il destino dei cattolici asiatici, sempre all’ombra di una guerra nucleare

Bomba atomica, cattedrale di Urakami, Nagasaki, Giappone
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È bene dirlo subito: la guerra nucleare non è più vicina oggi di quanto non lo fosse ieri, nonostante il celodurismo trumpiano che si nutre di bombe madri e calcoli di gradimento post-elettorale. Dopo anni di simili celebrazioni, non fa notizia neppure l’ennesimo lancio missilistico in onore di nonno Kim Il-sung, che quest’anno pare si sia trasformato in uno spettacolo pirotecnico più sciocco del solito già poco oltre la rampa di lancio. Un’eredità, quella del “Presidente eterno”, che di perpetuo ha lasciato soltanto sgraziate marce a passo d’oca e assurdi battimani. Si sarebbe tentati di ridurre la vicenda ad una sfida fra scapigliature della politica internazionale, se non fosse per i miliardi di dollari che potrebbero essere destinati a ben più utili scopi da ambo le parti e per le migliaia di vite umane che sarebbero cancellate in un premere di bottoni. Cattolici compresi, che in Asia sembrano vivere il triste destino di trovarsi sempre all’ombra di una guerra nucleare.

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Corea del Nord. L’altro film

Corea del Nord, parata militare
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Da giorni il mondo segue con trepidazione la vicenda di The Interview, il film del quale la Sony ha rinviato l’uscita nelle sale in seguito alle minacce di un gruppo di pirati informatici nordcoreani ai quali sarebbe risultata sgradita la morte cinematografica del dittatore Kim Yong-un. Meno avvincente appare invece la realtà dei 300mila cristiani scomparsi nel Paese in oltre 60 anni di persecuzioni o dei 200mila ancora oggi internati nei campi di lavoro del regime.

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