L’Afghanistan di Angelo Panigati. “Mi è morto un figlio”

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[3/4] Terzo appuntamento del viaggio afghano con gli occhi di padre Angelo Panigati, missionario barnabita scomparso a Cremona nel 2005, dal 1965 al 1990 unico sacerdote cattolico in Afghanistan, «una parrocchia grande due volte l’Italia» (qui la prima e la seconda tappa della serie, qui il mio libro nel quale ho raccolto alcuni stralci della sua esperienza).


Di padre Angelo Panigati

Lunedì di Pasqua. Dovevo raggiungere Kandahar per celebrare anche laggiù la festa della gioia. Il tempo sembrava abbastanza buono ma a poche decine di chilometri da Kabul ci ha affrontato una tempesta di neve. Nulla da fare per la mia piccola macchina. Al ritorno ho fatto dire alla mia gente dell’accampamento di Kandahar che avrei tentato il giorno seguente. L’accompagnatore-spia Rahim avrebbe dovuto venite presto perché con la neve sulla strada il viaggio richiedeva più di dodici ore.

Invece Rahim venne tardi. Cinquecento chilometri nella follia del bianco, strada scivolosa e guida prudente. Quattordici ore di viaggio. Il gruppo in attesa ci riceve con la simpatia di sempre ma non riesce a farmi dimenticare il ritardo mattiniero di Rahim. In Asia il rimprovero deve sempre seguire o un educato saluto o un’introduzione diplomatica. “Vedi Rahim! Grazie a Dio siamo arrivati. Ma se fossi venuto prima non sarebbe così tardi”.

Di solito, durante i lunghi viaggi, io guidavo cantando e lui dormiva. Non ci siamo detti niente. Anche durante la sosta per il tè abbiamo partecipato alla conversazione degli altri viandanti. Ora era il momento di fare la mia rimostranza.

La risposta di Rahim mi ha lasciato allibito. “Scusa, Padre, verso le quattro del mattino mi è morto un figlio”. Avrei potuto dirgli che aveva tutti i diritti di rimanere a casa. Ma ormai conoscevo la reazione dei musulmani in questa circostanza. “Così ha voluto Dio!”. “Così ha voluto Dio”, ci siamo detti reciprocamente. Conoscevo particolarmente bene Rahim, il suo attaccamento alla sua numerosa famiglia, la sua profonda sensibilità. Piangeva, ma accettava. “Che Dio ti dia forza!”.

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Mi era impossibile sottrarmi al paragone tra la sua accettazione e il mio rapporto con Dio che Gesù mi ha insegnato a chiamare “Padre”. Non sarei stato capace di un’accettazione così dolorosa ma anche così umana. I casi individuali potrebbero far pensare a delle personalità eccezionali. Ma la frequenza di circostanze quotidiane che vedevano coinvolti gruppi di persone tutte capaci della stessa accettazione erano ugualmente convincenti.

Lashkargah, in pieno deserto del Registran (Deserto della morte) era pure una meta mensile. Per raggiungerla bisognava lasciare il cemento della nazionale Kandahar-Hunt per percorrere sulla massicciata di pietrisco che fiancheggiava le sabbie rosse e il fiume Helmand. Vi arrivavo nel tardo pomeriggio. Avevo il tempo di meditare tra le rovine di Kala-bist (venti fortezze distrutte da Gengis-Khan), e mura di terra battuta della vecchia cittadella, l’arco dell’entrata della fortezza ormai sepolta e davanti ai riflessi del grande fiume che va a perdersi nel deserto senza arrivare al mare. Quando i tecnici e gli operai specializzati erano pronti dopo il lavoro celebravo la S. Messa e mi incontravo con loro. Il ritorno a Kabul era presto il mattino dopo.

Una volta un sasso più grosso del solito saltò dalla massicciata contro la coppa dell’olio fondendola. Impossibile ogni riparazione a quaranta chilometri da Lashkargah. Le ore di attesa perché passasse una macchina ammontarono a una decina. Finalmente la grossa Volvo che faceva servizio di tassì tra Kala-bist e Kandahar aggiunse anche me ai suoi dieci passeggeri. Trovai un posticino con altri viaggiatori nel grande cofano aperto. Il tassì partiva ogni sera dal deserto verso Kandahar. Ogni sera l’aspettavano varie decine di persone. Quella volta non fu diversa da sempre. La differenza la feci io.

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Dissi alla gente di avere la macchina in panne e che ne avevo bisogno perché me la trainassero fino alla prima officina, cento chilometri più in là, sulla strada nazionale. Il mio discorso non fu né accalorato né querulo. Qualche sorriso di simpatia e l’augurio che Dio mi accompagnasse. La volontà del Signore era troppo chiara. Avrebbero cercato di partire il giorno dopo. Del resto, le rovine di Kala-bist insegnavano che il valore del tempo, nella storia, è molto relativo.

Ciò che forse impressionava di più in questo atteggiamento di accettazione veniva dall’esempio e dalle parole del capo-clan dei nomadi. Quest’uomo eccezionale, conosceva quattordici lingue e passava i cinque mesi d’inverno in Occidente, mentre il suo clan passava nella pianura del fiume Indo il suo periodo sedentario. “In Europa parlano di noi come terzo mondo. È vero nei riguardi del progresso. Non è vero in rapporto alla realtà esistenziale. Gli occidentali sono un po’ come il contadino che è inconsapevole mentre il seme cresce. Al senso della vita si pensa poco. Il ritmo della vita è pesante, semplicemente si dimentica la dipendenza da Dio […]”. Come non pensare all’insegnamento di Gesù che ci fa pregare: “Sia fatta la Tua volontà”.

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