Si chiama ancora morte?

Una lettura di 4 minuti

Gran parte del linguaggio serve oggi a camuffare la realtà, anche e soprattutto della morte. Niente è più moderno di questo.


Nel 1988 il volto di Manuel Noriega compare sulla copertina di Time dopo che gli Stati Uniti lo hanno accusato di traffico di droga. In Unione Sovietica viene riconosciuta la libertà di culto, mentre il segretario generale del Partito Comunista è Michail Gorbačëv. Papa Giovanni Paolo II pubblica la Mulieris dignitatem, e il film L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci si aggiudica 9 Oscar. Un altro mondo, altre persone.

Nello stesso anno, a Colbert County in Alabama, Kenneth Eugene Smith, 23 anni, è condannato per l’omicidio di una donna, Elizabeth Sennett, commissionato dal marito. Dopo quasi 36 anni di carcere, il 25 gennaio 2024 Kenneth Eugene Smith è stato ucciso con un metodo sperimentale, l’anossia da azoto, fatto inalare a forza da una mascherina al posto dell’aria. Asfissia e respiro di vendetta. Una pratica condannata dall’Onu, ma ugualmente testata su Smith, già scampato all’iniezione letale nel novembre 2022, per l’incapacità di effettuargli l’endovena, dopo numerosi tentativi su braccio e spalla.

Inutile interrogarsi su cosa ci sia di umano in una morte data in questo modo, frugando tra le pieghe asfittiche di un’agonia durata mezz’ora. Se ne ricaverebbe solo la conferma che nulla vi è di umano, o di tollerabile, nell’uccidere qualcuno, che sia con un gas, un coltello, una bomba o un drone governato da un’intelligenza artificiale di ultima generazione. È questione di nomi: la morte rimane morte, indipendentemente dal nome che vogliamo attribuirle. Senza neppure il profumo di una rosa.

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Se, dopo 36 anni, viene da chiedersi cosa resti di Noriega e dell’Unione Sovietica, altrettanto ci si può domandare su cosa resti dell’uomo divenuto assassino un terzo di secolo fa. Cavia di una tortura mentale e morale – l’attesa – prima ancora che fisica. Viene il sospetto che a morire non sia stato il Kenneth Smith di 36 anni fa, e allora chiediamoci chi abbiamo ammazzato davvero.

L’Alabama, ancora una volta, ha scelto di contribuire al libro della storia scrivendo una pagina nel capitolo sbagliato. Un altro tentativo di vendere all’opinione pubblica la più grande delle menzogne: la morte vestita di giustizia e imbellettata di umana misericordia.

Gran parte del linguaggio serve oggi a camuffare la realtà, anche e soprattutto della morte. Disponiamo di una morte “dolce” e di una morte “intelligente”, donate dal prometeo laico della scienza e della tecnologia. Per non parlare della morte che “interrompe volontariamente” – come ad aggiungere con sadismo condannata a condannato – la vita nascente.

Sperimentiamo l’ubiquità del male e abitiamo un illusorio presente, rifiutando la morte e il tempo. Neghiamo l’esistenza di una vocazione – di ogni vocazione –, e sopra ogni altra della vocazione ad essere con il tempo persone migliori, diverse, o anche solo ad essere persone.

La fantasia nell’uccidere non ci manca, più difficile è inventarsi un pensiero per vivere. Abbiamo stretto un accordo d’affari con la cultura della morte e abbiamo barattato l’incontro per lo scontro. Abbiamo allontanato la vera vita dal nostro orizzonte, e l’umanità dei Lumi si è rivelata per ciò che è sempre stata: disumanità da ghigliottina. Niente è più moderno di questo.

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