Le dimissioni di tre vescovi. Quanto mai diverse

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Tre contesti diversi, tre motivazioni differenti. Eppure tre lettere di vescovi che dicono qualcosa delle difficoltà che la Chiesa – nei suoi singoli membri e nel suo complesso – è chiamata ad affrontare in questo tempo.


La persecuzione di un regime. Il martirio quotidiano del governo di una diocesi, soprattutto in tempo di pandemia. Gli abusi e le disilluse aspirazioni di cambiamento in senso “moderno”. Tre casi di vescovi dimissionari – uno ancora in attesa di conferma – che si sono imposti, anche mediaticamente, nel panorama della Chiesa cattolica.

Si tratta di vescovi e di contesti molto distanti fra loro, di quella distanza che separa, non solo geograficamente, Cina, Italia e Germania. Casi né unici né forse i più importanti, ma significativi: e che, proprio per questo, rivelano qualcosa della Chiesa in questo nostro tempo.

Le dimissioni di mons. Vincenzo Guo Xijin, vescovo di Mindong, in Cina, risalgono alla fine del 2018. La sua lettera di dimissioni, indirizzata a preti e fedeli della diocesi, ha avuto un risalto mondiale a motivo del forte impatto emotivo e dell’interesse – mai venuto meno – per i delicati rapporti fra Santa Sede e regime comunista in Cina, soltanto parzialmente risolti (o, secondo alcuni, complicati) dalla sigla dell’Accordo Provvisorio. Rappresentante della cosiddetta Chiesa sotterranea cinese, mai arresosi alle imposizioni del regime di Pechino e già in passato costretto in prigionia, nella propria lettera mons. Vincenzo Guo Xijin manifesta il desiderio di ritirarsi ad una vita nascosta e di preghiera. Le colpe cui fa riferimento mons. Vincenzo Guo Xijin sono, provocatoriamente, le proprie: «…io sono una persona che non ha nessun talento, la mia testa è ormai obsoleta…», «…mi sento quasi incapace…», «…non ho la capacità e né sono degno…», «…il vostro incompetente pastore…». Senza, però, risparmiare stoccate al regime comunista: «Miei fedeli, dovete ricordarvi che la vostra fede è in Dio e non in uomo. L’uomo è soggetto ai cambiamenti, ma Dio no». Parole che scaturiscono dalla freschezza di una Chiesa ancora tutt’altro che stanca di essere pietra di scandalo.

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Celebre anche il caso di mons. Giovanni D’Ercole, fino allo scorso anno vescovo di Ascoli Piceno. Presbitero e poi vescovo fra i più conosciuti in Italia, grazie anche alla frequente presenza in televisione, nella propria lettera di commiato mons. D’Ercole ripercorre le esperienze che l’hanno condotto a rinunciare alla guida della diocesi e a ritirarsi, per alcuni mesi, in un monastero trappista in Marocco (mons. D’Ercole è rientrato in Italia nel febbraio scorso): il terremoto del 2016, «che ha inferto una grave ferita nelle nostre popolazioni», per lui resa ancora più dolorosa da accuse infamanti ed infondate; e poi la pandemia di Covid, «che ha fatto crescere in me inquietudine, con tanti interrogativi su come poter essere utile ai fratelli e alle sorelle, come me, sofferenti e impauriti dall’incognita del futuro, accentuata dai rischi della pandemia». Un tempo che ha visto mons. D’Ercole in prima linea nella prossimità ai fedeli così come nel rivendicare il diritto al culto, con il risultato di generare reazioni di segno opposto. Segno del lento, ma non meno profondo o travagliato, martirio quotidiano della responsabilità di guidare una Chiesa locale. «Mentre mi ritorna in mente – scrive mons. D’Ercole – che nella nostra vita, in ogni circostanza, dobbiamo far riferimento a questo passo della Sacra Scrittura: Gesù “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”».

E poi, ancora diverso, c’è il caso Reinhard Marx. Influente membro del clero tedesco, per anni anima delle correnti a favore dell’ammodernamento della Chiesa in Germania, collaboratore di papa Francesco nel cosiddetto Consiglio dei cardinali (C9), ma anche protagonista e testimone del fallimento – spirituale e pastorale, prima ancora che istituzionale o di gradimento – della Chiesa tedesca. Quella del card. Marx è, fra le tre, la lettera di dimissioni con più riflessioni di tipo istituzionale e sociale: «…le indagini e le perizie…», «…fallimenti a livello personale… errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistemico”…», «…errori personali e fallimento istituzionale che richiedono cambiamenti e una riforma della Chiesa…», «…avverto con dolore quanto sia scemata la stima nei confronti dei vescovi nella percezione ecclesiastica e secolare…». Anche l’uso nella lettera di Marx dell’espressione “Amtsträger der Kirche” (immediatamente tradotto con “rappresentanti”, ma che ha senso di funzionari, di quanti detengono un ufficio e autorità) rimanda alla componente gerarchica-istituzionale della Chiesa cattolica.

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Decisamente meno, invece, i riferimenti espliciti a Dio e alla fede nella lettera del card. Marx: due soltanto. Il primo, nelle fasi iniziali della lettera, nel celebre passaggio di una Chiesa ad un “punto morto”: «Mi pare – e questa è la mia impressione – di essere giunti ad un “punto morto” che, però, potrebbe diventare anche un punto di svolta secondo la mia speranza pasquale», scrive Marx. «La “fede pasquale” vale anche per noi vescovi nella nostra cura pastorale: Chi vuole vincere la sua vita, la perderà; chi la perderà, la vincerà!». Il secondo riferimento esplicito alla fede è posto da Marx in conclusione alla lettera: «Voglio dimostrare che non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo».

Pur senza evocare complessi giochi politici con Roma o interni alla Chiesa in Germania, nell’annosa contrapposizione fra cosiddetti “progressisti” e “conservatori”, quella del card. Reinhard Marx appare una crisi personale, oltre che nazionale. Al pari di quanto accade in tanti Paesi di antica evangelizzazione. «Negli ultimi anni mi sono state poste ripetutamente delle domande che mi hanno sempre accompagnato e tormentato. Un giornalista americano durante una conversazione riguardante la crisi degli abusi sessuali all’interno della Chiesa mi chiese: “Eminence, did this change your faith?” (“Eminenza, questo ha cambiato la sua fede?”). E io risposi: “Yes!” (“Sì!”). In seguito mi divenne più chiaro ciò che avevo detto», ammette Marx in una dichiarazione sulla propria lettera di dimissioni.

Una mossa, quella del card. Reinhard Marx, che alcuni leggono nell’ottica di un rafforzamento delle posizioni dei “riformatori” tedeschi. È il caso della teologa Julia Knop, che invita a vedere nella decisione di Marx non l’ammissione di colpe personali, ma piuttosto la consapevolezza, come vescovo, di essere parte di quel fallimento “istituzionale” e “sistemico” della Chiesa. La Knop, che è membro del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk) e partecipa al Sinodo in corso in Germania, già in passato aveva denunciato «il legame distruttivo, oggi impossibile da negare, [tra] il potere, il celibato e la morale sessuale» proposta dalla Chiesa cattolica. Ancora recentemente la Knop figurava tra i 212 docenti di teologia che hanno espresso la propria «decisa presa di distanze» dal Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede, come riporta l’agenzia di stampa tedesca DPA. Nella dichiarazione i teologi tedeschi definiscono il divieto di benedire le coppie omosessuali un «gesto paternalistico di superiorità», carente sia di profondità teologica che di rigore argomentativo.

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