La profezia che non si avvera: nel 2020 il Covid scava il divario fra Nord e Sud

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Il divario fra Nord e Sud colmato nel 2020? Tutt’altro. E la diffusione del Covid-19 in Italia ha riacceso un’animosità tanto diffusa da essere quasi inconfessabile. Soltanto nel mondo politico?

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Questa è l’epidemia delle regioni. Anche di fronte a un’emergenza di portata globale, l’Italia si conferma la patria dei territori. Ci eravamo in qualche modo assuefatti a sentire dare i numeri, ma la pandemia di Covid-19 ci sta abituando anche alle lettere. Accade con le “4D+1” della Regione Lombardia (distanziamento, dispositivi, diagnosi e digitalizzazione, alle quali nelle ultime ore si è aggiunto il diritto al lavoro), ma anche con le “5P” partorite con poca fantasia dalla Regione Lazio (prudenza, protezione, prevenzione, piccoli passi, progettualità: a proposito, chi glielo dice che sarebbero sei?). In entrambi i casi, l’intento vorrebbe essere quello di delineare i caratteri salienti della cosiddetta “Fase 2” dell’emergenza, vale a dire la necessaria e delicata convivenza con il coronavirus. La realtà, invece, ci parla delle caratteristiche di una rinnovata separazione fra il Nord e il Sud dell’Italia.

Una frattura – diciamocelo con franchezza – mai colmata, ma che l’epidemia ha riacutizzato. A poco sono valse l’encomiabile risposta di medici e infermieri del Centro-Sud ai bandi per gli ospedali del Nord o, viceversa, i treni di aiuti alimentari indirizzati anche in tempo di crisi da alcune aziende lombarde alle aree più depresse dell’Italia meridionale, da Napoli a Palermo: con buona pace delle pie intenzioni di mostrarsi un Paese unito di fronte al dolore, a prevalere, una volta di più, è stato il litigio politico. Fino a che punto, viene da chiedersi, espressione del sentire comune?

Curiosamente, una “profezia” laica dava ad intendere un 2020 ben diverso. È il 13 settembre 1972 quando nientemeno che il Corriere della Sera titolava: “Il divario fra Nord e Sud verrà colmato solo nel 2020”. Un titolo tanto ardito da sembrare una fake news. E invece è tutto vero. Autore della previsione, in un rapporto dell’allora Ministero del bilancio, è il professor Pasquale Saraceno, economista originario di Morbegno (provincia di Sondrio, profondo Nord della Lombardia). «Lo sviluppo del Sud è avvenuto in modo disordinato, aggiungendo ai vecchi motivi di arretratezza nuove cause di disorientamento. Piramidi sulle sabbie mobili», recita il sommario dell’articolo.

Una fotografia, velata del fascino della vecchia carta stampata, mostra gli altiforni del Centro siderurgico di Taranto. Dall’allora Italsider all’Ilva, fra le luci e le ombre che caratterizzano la storia del sito gli scuri sembrano prevalere sui chiari. «Siderurgia e petrolchimica hanno rappresentato finora le espressioni più avanzate dell’industrializzazione del Sud ma – come osserva Antonio Spinosa – si tratta di attività produttive a scarso tasso d’occupazione», si legge nell’articolo. Eppure l’attenzione non manca, anche ad alti livelli. In quegli anni, dal siderurgico di Taranto transitano i personaggi più illustri. Nel 1965 ad inaugurare gli impianti è Giuseppe Saragat. «Io sono qui», rivendica la mattina del 10 aprile di quell’anno il Presidente della Repubblica. E lì, poco più di tre anni dopo, nella notte di Natale del 1968, è anche Paolo VI, che porta la messa di mezzanotte nelle acciaierie. È la prima volta che un pontefice celebra la messa di Natale in una fabbrica e l’evento viene immortalato da Franco Morabito in L’acciaio di Natale.

Le cose, però, non vanno come sperato. Gli impianti siderurgici, spiega l’articolo, «avrebbero potuto costituire, comunque, lo spunto ad un’iniziativa privata che, nella misura in cui smobilitava in agricoltura, trovasse nuovi campi di espansione. Così non è stato: esiste una mentalità arcaica che crede nel mattone, nell’investimento redditiero di tipo classico, assai più di quanto creda nella tecnologia e nel “management”. O nella carriera statale. O, peggio, nel clientelismo politico. In questo quadro di arretratezza, laureati e diplomati non trovano sbocchi professionali, mentre un'”élite” intellettuale lotta tenacemente, quanto sfortunatamente, contro resistenze ancestrali». Non c’è altra soluzione, dunque: «Bisogna cambiare il modello di sviluppo». Da qui, le attese per il 2020.

La data, a quell’epoca, sembra sufficientemente lontana perché si abbia il tempo di imboccare la via giusta, ma quarantotto anni dopo possiamo affermare che la strada si è rivelata nulla più di un vicolo cieco. A suo modo, anche questa previsione è andata incontro al medesimo destino di molti vecchi libri e film di fantascienza: all’arrivo dell’anno fatidico, che sia il 1992 de Il cacciatore di androidi di Philip Dick o il 2001 dell’Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, robot senzienti, mostri spaziali ed eroi terrestri sono ancora di là da venire. Soprattutto questi ultimi. Perché ora che ci siamo, nel 2020, non soltanto il divario del tempo di Saraceno è ancora sotto i nostri occhi, ma il sospetto è che si sia addirittura allargato.

Fra gli indicatori che fanno peggio sperare per il futuro si annoverano le profonde differenze nelle formazione scolastica e universitaria, con una ricaduta diretta su cultura, prospettive e sviluppo economico e sociale. A renderlo evidente anche i risultati dell’indagine Ocse-Pisa diffusi lo scorso dicembre, che fotografano un Paese nel quale un quindicenne su 20 non sa distinguere fatti e opinioni in testi non familiari (laddove la media Ocse è di uno su 10). Se, però, si va nel dettaglio, la mappa dei risultati racconta una storia vecchia di oltre un secolo: in molte province dell’Italia settentrionale gli studenti raggiungono punteggi comparabili a quelli degli Paesi europei e mondiali meglio posizionati in classifica, mentre al Sud i risultati si collocano al di sotto della media nazionale, avvicinandosi a quelli di Grecia e Turchia.

Dal canto suo, anche la pandemia di Covid-19 ha impartito una dura lezione all’Italia. Anzitutto di geografia. La Lombardia – e il suo sistema sanitario – non sono il mondo perfetto che molti credevano fossero. Meno di un anno fa un’indagine dell’Istituto Demoskopika mostrava come fossero le regioni del Centro-Nord quelle in possesso dei sistemi sanitari più “sani”, con in testa Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Veneto, mentre Sicilia, Campania e Calabria chiudevano la coda dei più “malati”. Che fosse soltanto un’illusione? Oppure nel giro di pochi mesi tutto è profondamente cambiato? Affermarlo non sarebbe soltanto prematuro, ma soprattutto offensivo per quanti, da decenni, sperimentano in prima persona il vero significato del cosiddetto “turismo sanitario” verso il Nord, vale a dire, in termini meno poetici, i viaggi della speranza dei tanti malati che si vedono costretti a cercare una cura in cliniche e ospedali dell’Italia settentrionale. Qualsiasi orgoglio politico sarebbe, quanto meno, fuori luogo.

La diffusione del nuovo coronavirus in Italia, però, ha portato alla luce anche ben altro. Ad esempio, un’animosità tanto diffusa da essere quasi inconfessabile. Lo ha reso evidente lo scontro politico – solo politico? – tra i presidenti di regione Fontana e De Luca sull’annunciato divieto di ingresso in Campania per i cittadini provenienti dalle regioni a maggiore presenza di contagi, Lombardia su tutte. Ma che traspare ancora meglio da dichiarazioni che in questi giorni hanno fatto meno notizia. È il caso del presidente pugliese Michele Emiliano, che in una recente intervista al Fatto Quotidiano evoca «le tante umiliazioni subite dall’arroganza del Nord», rispetto alle quali «non è il momento per regolare i conti. Quando le cose vanno male i popoli devono essere uniti. E noi siamo italiani». A prevalere, secondo Emiliano, sarebbe sempre «il racconto di un Sud vocato al disastro e di un Nord con Milano prima della classe. Può capitare che chi è vocato al disastro se la cavi, come succede di commettere errori e disastri ai primi della classe». Mai sentimento di rivalsa fu più malcelato.

Qua e là c’è del buono, senza dubbio. E beato quel popolo al quale non servono statisti, potremmo dire parafrasando Bertold Brecht. L’Italia (e non solo), però, ne ha un disperato bisogno proprio nel momento in cui più sembrano mancare. «La politica è una forma alta di carità. Preghiamo per gli uomini e le donne che hanno vocazione politica, per i partiti politici dei diversi Paesi, perché in questo momento di pandemia cerchino insieme il bene del Paese, e non il bene del proprio partito». Lo ha detto papa Francesco all’inizio della messa del mattino a Casa Santa Marta, pochi giorni fa. Un insegnamento – e un auspicio – che non vale soltanto per i politici.

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