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La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 26 aprile 2020

Una lettura di 4 minuti

Domenica 26 aprile 2020. III Domenica di Pasqua, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Giovanni, vedendo il Signore Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». (Gv 1, 29-34).

“Anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. […] Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. […] Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so” sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca” (W. Szymborska, discorso per il premio Nobel).

Giovanni il Battista vede Gesù venire verso di lui. Avere a che fare con il giovane rabbino di Nazareth lo costringerà a rivedere molte delle sue convinzioni in merito a “Colui che deve venire”. Gli altri evangelisti ce lo raccontano più apertamente: Giovanni, dal carcere dove Erode l’ha rinchiuso, manda alcuni suoi discepoli a chiedere a Gesù se sia davvero lui “colui che deve venire”, perché è così diverso da quanto se l’era immaginato! Nel quarto Vangelo non troviamo l’ombrosa domanda del Battista, ma allo sguardo ammirato che rivolge a Gesù (“Ecco l’agnello di Dio”) fa seguito una curiosa sottolineatura, ripetuta due volte: “Io non lo conoscevo”.

E’ un’espressione molto suggestiva. Chi ammette di non conoscere è più facilmente aperto ad accogliere l’ampia vastità della vita, a introdursi nei territori inesplorati dell’esistenza che gli si stendono dentro e davanti; quel fremito di avventura lo chiama dal fondo di ogni cosa. La curiosità lo spinge, l’ardore di conoscere, di entrare per la via dell’esperienza nel regno impegnativo della sapienza.
Quelli invece che “sanno”, per usare le parole della Szymborska, non cresceranno più.

E poi, chi ammette di non sapere, è più disponibile a lasciarsi frantumare schemi mentali troppo rigidi, visioni della vita e del mondo sclerotiche e avvilenti. A Thomas Huxley, “il mastino di Darwin”, amico e strenuo difensore del grande naturalista inglese, è attribuita una battuta: alla notizia della morte del vescovo Wilberforce, acerrimo detrattore di Darwin e morto battendo la testa in una caduta da cavallo, avrebbe commentato: “Quando finalmente la sua materia grigia è entrata in contatto con la realtà, le conseguenze sono state fatali”. La battuta è cattivella ma dice una verità profonda: la realtà è sempre più grande di quel che riusciamo a contenere nei nostri schemi, e la grandezza di Darwin, della Curie e della Szymborska, di Giovanni il Battista e di Gesù stesso, è stata la disponibilità dei poeti a lasciarsi raccontare dalle cose una verità ancora da esplorare.

Giovanni il Battista ammette: io non lo conoscevo, ma… Fa balenare, in quel “ma”, la meraviglia per come il Mistero gli si è fatto incontro (“ho visto lo Spirito discendere su di lui…”) e la fierezza di essergli legato da una missione impegnativa (“sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”).

Meraviglia e fierezza si intrecciano nel desiderio di Giovanni: entrare in più profonda intimità con quella Parola viva che gli viene incontro (“vedendo il Signore Gesù venire verso di lui…”). Quel “ma” è l’inizio di un racconto: la soglia d’ingresso a fatti che aprono ampi orizzonti.

La vita vuole spalancarci orizzonti. Ma se sono di quelli che “sanno”, se il mio sapere ha già perso la temperatura che favorisce la vita, se la mia relazione con Gesù di Nazaret ha abbandonato meraviglia, fierezza e desiderio di esplorare il Mistero, il mio amore non respira, la mia fede è già morta. Non ci accada di essere tra quelli che san già tutto, come se la Verità fosse una questione di frasi fatte e non di amorosa inquietudine in ricerca.

Nella avventura dell’amore che non sa, il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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Un commento su “La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 26 aprile 2020”

  1. Grazie per avermi ricordato quello splendido discorso della Szymborska al premio nobel scritto sul libro “Vista con granello di sabbia”. Sono andata subito a ripescarlo e mi sono accorta di avere sottolineato gran parte dello scritto. ” Anche il poeta, se è un vero poeta,deve ripetere di continuo a se stesso ‘ non so’.” Gentile Don Paolo, è sempre un piacere leggerla, grazie

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