Mind the gap. In vista della Cop28 di Dubai, con il gradino di Nuova Delhi

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Biden diserta la riunione della Cop28 sull’ambiente, ma il brutto tempo si conferma una questione non solo di clima. La debolezza degli Stati Uniti – e della ragione – fa un passo avanti dopo il G20 di Nuova Delhi.


La Casa Bianca ha reso noto ufficialmente che Joe Biden non parteciperà alla Cop28, l’incontro sul cambiamento climatico previsto a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre. Secondo la stampa, il presidente Usa sarebbe «impegnato a bilanciare le esigenze della guerra in Medio Oriente e della campagna presidenziale che dovrebbe intensificarsi a gennaio». Un’assenza tutt’altro che mitigata dalla partecipazione dell’inviato speciale John Kerry, che anzi dimostra come ad essere cambiato non sia solo il clima, ma anche gli equilibri internazionali.

Clima di guerra

Lo si è visto nell’ultima grande assise che ha riunito i leader mondiali, il G20 di Nuova Delhi dello scorso settembre, dove la questione ucraina si è rivelata un banco di prova di nuovi equilibri internazionali post-anglosassoni e post-liberali (e post-democratici?): quello che allora era stato definito un “compromesso accettabile” aveva mascherato a malapena l’irritazione di Kiev per un «G20 che non ha nulla di cui essere orgoglioso».

A Nuova Delhi si erano mantenuti lontani, per modo di dire, i protagonisti della guerra in Ucraina, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky su tutti (insieme a Xi Jinping), ma la presenza di Joe Biden al G20 era sembrata più impietrita di quella dei convitati assenti. Ragionevolmente incapace di invertire la rotta di un baricentro insistentemente diretto verso Est e Sud, favorito dalla crisi – forse anche di valori, oltre che economica? – del cosiddetto Occidente.

Concreto, oggi, il rischio di una replica, ancora più insidiosa, alla Cop28, con protagonista questa volta Israele e la guerra in Palestina. Non mancano i segnali: l’accordo annullato fra Israele e Giordania sulle energie rinnovabili e l’accantonamento dei progetti Prosperity Green e Prosperity Blue, la cui firma era attesa durante la conferenza; il probabile ridimensionamento dei fondi per il cosiddetto “risarcimento climatico”; non da ultimo, un’attenzione mediatica (e politica) in calo dopo l’escalation del conflitto.

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Muri? Piuttosto gradini in discesa

C’è chi, dopo il G20 di Nuova Delhi, aveva parlato di un muro eretto dai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a difesa di un ruolo determinante sullo scacchiere mondiale. Ma è stata piuttosto la costruzione di un nuovo gradino della scala in discesa dell’egemonia occidentale, lungo la quale la storica guida statunitense si muove con crescente affanno. Nulla di nuovo, e neppure di innaturale, se questo sarà davvero l’esito: è già accaduto con il tramonto dell’assolutismo del Vecchio Continente.

Solo 10 anni fa le foto di rito del G20 raccontavano un’altra storia. Si era allora a San Pietroburgo – e solo questo basterebbe a rivoluzionare la narrazione – con Vladimir Putin e Barak Obama intenti a misurarsi sul fronte siriano: il russo, insieme a BRICS e Onu (e al Papa), a favore di una «soluzione politica», l’americano impegnato a guadagnare consensi per una «risposta militare» al regime di Assad. Nel mezzo l’Unione Europea della rimpianta Angela Merkel, più propensa a schierarsi con l’Est che con l’Ovest, con l’eccezione della Francia interventista di François Hollande. Anche allora, dopo il nulla di fatto, si parlò di uno spostamento di equilibri ad Est, verso il Mar Nero prima ancora che sullo Yangtze, e soprattutto della crescente debolezza statunitese. Che prima di essere fragilità politica, economica o sociale, è fragilità personale.

Elezioni presidenziali? Good night, America

La seconda ragione addotta ufficialmente per la mancata partecipazione di Joe Biden alla Cop28 di Dubai sul clima è il crescente impegno per la campagna elettorale che il 5 novembre 2024 condurrà all’elezione del 47° presidente degli Stati Uniti.

Good night, America, verrebbe da dire. “Buona notte, America”: un’espressione che ben rappresenta la crisi di pensiero che sta soffocando gli Stati Uniti e buona parte dell’Occidente del “sogno americano”. Ma anche il titolo di un fortunato talk show della televisione statunitense dei dorati anni ’70 e, più recentemente, di una pellicola distopica in tema di migrazioni dal Messico: come a dire tutta la distanza che separa gli Stati Uniti di oggi da quelli di mezzo secolo fa.

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Economia, ma non solo

A denunciare questa distanza basterebbe oggi il dissesto economico, tanto più che buona parte della politica e della crisi ambientale ruotano attorno a logiche finanziarie. Dopo 15 anni, gli Stati Uniti faticano ancora a lasciarsi alle spalle il crack della Lehman Brothers, gli scatoloni e i suicidi fra le centinaia di licenziati, ma soprattutto la mentalità perversa che stava dietro ad uno dei maggiori scandali d’America. Da un lato, oggi c’è chi afferma che gli Stati Uniti siano di nuovo in pieno boom industriale e che anche una nuova recessione, figurarsi il clima, non ne fermerebbe la corsa alla ripresa. Dall’altro, chi è pronto a scommettere che gli Usa siano prossimi al collasso interno.

A denunciare questa distanza basterebbe oggi la crisi sociale, con città sempre più violente, la povertà che dilaga, la tendopoli del sogno di pace e musica rock di Woodstock sostuita da quelle di chi è senzatetto da anni, se non da decenni. Eppure gli Stati Uniti sono ancora il sogno di chi proviene da incubi ancora peggiori: dall’America Centrale e Meridionale, ma non solo. Confini difesi da barriere che niente potranno mai riuscire a proteggere se non ideologie superate dalla storia, che nulla possono contro la grande onda delle contraddizioni mai risolte che sale verso nord.

Crisi antropologica, prima che politica

Basterebbero, certo. Ma ancora più chiaro, se ve ne fosse bisogno, è il messaggio che viene da quello che, con eccessiva superficialità, è detto l’uomo più potente del mondo: il presidente degli Stati Uniti. Le prossime elezioni presidenziali, se l’anagrafe e i tribunali non avranno altri piani, ci costringeranno ad assistere a un duello già visto.

Da una parte Joe Biden, forte – diciamo così – di un’opinione negativa che si fermerebbe “solo” al 52% degli statunitesti, secondo un sondaggio di Associated Press e Chicago University (il non-gradimento verso Trump arriverebbe a toccare il 62%). A pesare nel giudizio su Biden sono soprattutto l’incapacità di far fronte alle molteplici questioni sul tavolo, dalle guerre in Ucraina e in Palestina fino al crescente dissesto di finanze, comunità e ambiente, per non parlare delle ombre giudiziarie che si stendono sulla famiglia dell’attuale presidente. Un fattore non secondario è anche l’età (82 anni nel 2024), che finora sembra avere portato a Biden più limiti che saggezza.

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Dall’altro lato della scena politica, l’assalto al Campidoglio del 2021 ha reso evidenti anche ai più scettici tutte le responsabilità dell’allora presidente uscente Donald Trump in quanto al crescente clima di sfiducia e insofferenza verso le istituzioni, oltre che di ostilità sociale e radicalizzazione ideologica.

Che gli Stati Uniti, e in certa misura l’Occidente atlantico, debbano trovare in uno dei due, di questi due, la propria guida politica è un segno – pessimo – di questi pessimi tempi. Quello che fino a pochi decenni fa era un faro per generazioni intere si è ormai appannato. E per giunta ha tutta l’aria di non essere una fase, quanto piuttosto il venire a maturazione di una decadenza, o almeno di un declino, che, prima o poi, arriva per tutti. La sensazione palpabile è che il predominio anglosassone abbia già detto gran parte di ciò che aveva da dire. E che il tempo si stia mettendo al peggio non solo nel clima.

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