Califfato: alle radici di un revanscismo ottomano

Califfato: alle radici di un revanscismo ottomano

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«La nostra nazione islamica ha assaggiato tutto questo per più di 80 anni di umiliazioni e disgrazie. […] Ma quando dopo 80 anni la spada si è abbattuta sull’America, l’ipocrisia ha rialzato la testa compiangendo quegli assassini». Così si esprimeva nel 2001 l’ormai quasi obliato Osāma bin Lāden dopo il crollo delle torri del World Trade Center di New York.

All’epoca furono in pochi a cogliere, in quella doppia menzione temporale, un riferimento al primo periodo postbellico, ed in particolare alle complesse fasi del definitivo disfacimento dell’Impero ottomano, ancora oggi pietra miliare nel dipanarsi dell’orizzonte politico-religioso di una parte del mondo islamico.

In quest’ottica, gli insistenti richiami dell’Is all’ampliamento della guerra già condotta in area mediorientale, la partecipazione internazionale al jihad e il riaffiorare in una parte del mondo islamico di aspirazioni politiche universalistiche, potenzialmente organizzate in califfato, appaiono tutt’altro che una transitoria novità.

L’Impero ottomano uscì pesantemente sconfitto dalla Prima guerra mondiale, sino a cessare di esistere pochi anni dopo la sua conclusione. Già colpito dalla perdita di gran parte dei suoi domìni europei in seguito alla Prima guerra balcanica, il più vasto impero islamico della storia venne ridotto con il trattato di Sèvres (1920) a parte della sola regione anatolica, con eserciti francesi, inglesi ed italiani a presidio delle regioni costiere ed ampi territori attorno le città di Smirne e Adrianopoli posti sotto controllo greco. Soltanto nel 1923, dopo il sanguinoso conflitto greco-turco, l’emergere della leadership di Mustafa Kemal Atatürk e la deposizione dell’ultimo sultano, Maometto VI, il trattato di Losanna riconobbe ai turchi l’intera Anatolia.

La Repubblica turca, nata dalle ceneri dell’Impero ottomano, sostituì la plurisecolare ma ormai disgregata istituzione del califfato con l’apertura all’Occidente e la laicizzazione volute da Mustafa Kemal. Se l’esperienza fu accolta con interesse da una parte della società turca, contribuì al tempo stesso ad evidenziare l’esistenza nel mondo islamico di forti istanze d’alterità rispetto a quell’occidentalismo la cui penetrazione, si temette, avrebbe intaccato la purezza dell’islam. È a questo punto che a rivendicazioni di più schietto revanscismo storico-politico si combinarono, talvolta in maniera preponderante, aspetti di natura religiosa.

Da non confondersi con il panarabismo (non tutti gli arabi sono musulmani e non tutti i musulmani sono arabi) e già diffuso all’epoca dei sultani ottomani, il panislamismo acquistò rinnovato slancio proprio nel periodo successivo la Prima guerra mondiale, delineandosi come movimento politico e religioso a sostegno della riunificazione di tutta la comunità musulmana (umma) in un’unica conformazione politica, nella forma di organismo sovranazionale o di Stato islamico unitario. In questo secondo caso è spesso invocata la restaurazione di un califfato, sul modello di quello istituito alla morte di Maometto (632) e conclusosi nel 1258 con la conquista mongola di Baghdad.

Alla luce di alcune istanze emerse recentemente negli ambienti di sostegno all’Is, appare chiaro come gli orizzonti di un ipotetico califfato siano ancora i territori che furono parte dell’Impero ottomano. Dopo la Prima guerra mondiale, in area mediorientale si riconobbe infatti l’indipendenza della Repubblica Democratica di Armenia e del Regno hascemita dell’Hegiaz, esperienze politiche di breve durata; si delineò, anche se non in forma politica compiuta, l’idea di uno Stato curdo, il Curdistan; Libano e Siria passarono sotto il controllo francese su mandato della Società delle Nazioni, similmente ad Iraq, Transgiordania e Palestina sotto il controllo britannico.

Più complesso è invece il rapporto con altre aree dell’ex Impero ottomano, quali i territori europei (propaggine dell’Impero ottomano, ma ormai piuttosto lontane dall’orbita islamica) e quelli dell’Africa settentrionale. Questi ultimi, noti in età moderna con il nome di Stati barbareschi, furono in realtà legati ad Istanbul da rapporti di dipendenza nominale, ma sostanzialmente indipendenti.

Tutti questi territori, sacrificandone in nome della propaganda differenze e peculiarità, appaiono ancora oggi agli occhi di una parte del mondo islamico come terre irredente.

Nell’immagine: Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Panorama di Costantinopoli (particolare), 1856, collezione privata.

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Simone Varisco

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