Plautilla. Una suora pittrice per conservarsi originali

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Abitiamo un tempo in cui l’arte qualche volta conduce alla fama, e questa più spesso a potere ed abusi, come insegnano vicende recenti anche dentro la Chiesa. Brutte copie di pessimi comportamenti. Una lezione – di attualità, originalità e stile – ci viene da una suora del Cinquecento.


La gioventù di Polissena Margherita de’ Nelli sembra coincidere con gli stereotipi delle fiabe più celebri: figlia della ricca borghesia fiorentina (originaria del Mugello come i Medici, un padre nel commercio di tessuti come Francesco d’Assisi e imparentata con Niccolò Machiavelli), dopo la morte della madre e il secondo matrimonio del padre, Polissena fa ingresso, quattordicenne, nel convento domenicano di Santa Caterina in Cafaggio, a Firenze. Insieme a suor Plautilla – questo il suo nome da consacrata – c’è la sorella, Petronilla.

Convento e centro d’arte

Facile supporre delicate questioni familiari, ma forse anche il desiderio di assecondare l’attitudine creativa delle due giovani, una votata alla pittura e l’altra alla scrittura. Merito della spiritualità di Girolamo Savonarola, che del convento fiorentino di Santa Caterina da Siena fa un vero e proprio centro d’arte, tanto che il luogo si distingue per il numero e il valore delle sue suore-artiste.

Non è semplice essere donna e artista in un’epoca in cui le opere realizzate con mani femminili sono considerate di poco valore. Eppure suor Plautilla – tre volte priora del convento e in rapporti con le famiglie nobili e borghesi fiorentine – è la prima donna artista riconosciuta come tale, menzionata anche dal Vasari nelle sue Vite. «Cominciando a poco a poco a disegnare et ad imitar coi colori quadri e pitture di maestri eccellenti – scrive il Vasari – ha con tanta diligenza condotte alcune cose, che ha fatto maravigliare gl’artefici».

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Artista e imprenditrice

Perché suor Plautilla, al di là di un innato talento, è autodidatta. Attinge ai modelli del frate domenicano e pittore fra’ Bartolomeo, così come dal Beato Angelico e dal Perugino, da Andrea del Sarto, dal Bronzino e da Giovanni Antonio Sogliani. Non mancano le critiche, a tratti ironiche, di chi l’accusa di raffigurare Cristi e santi femminei, nell’impossibilità di studiare l’anatomia maschile. «È tradizione che suor Plautilla – scrive alla metà dell’Ottocento Vincenzo Fortunato Marchese – volendo studiare il nudo per la figura del Cristo, si giovasse [del corpo] di una monaca defunta, e le altre suore, celiando, fossero solite dire che la Nelli, in luogo di Cristi, faceva “Criste”».

Ciononostante, mecenati e committenti si moltiplicano, tanto che suor Plautilla dipinge «per le case de’ gentiluomini di Firenze tanti quadri che sarebbe troppo lungo a volerne di tutti ragionare». La richiesta di lavori è così elevata da diventare presto il fondamento dell’autonomia economica del monastero, eppure oggi si contano sulle dita di una mano le opere attribuite con certezza a suor Plautilla. Nonostante che – fatto doppiamente originale per una artista dell’epoca – la donna fosse solita firmarle.

Originali o brutte copie?

Insieme a gran parte della sua produzione artistica, di suor Plautilla sembra essersi perduto anche il luogo di sepoltura. Morta nel 1588 nello stesso convento di Santa Caterina a Firenze, viene collocata in una tomba comune con le altre priore. Ma né il convento originale né la chiesa ad esso collegata sono giunti fino a noi.

Della giovane Polissena Margherita de’ Nelli, poi suor Plautilla, rimane la capacità di esercitare il proprio talento di artista insieme alla vocazione religiosa. Non è certo l’unica: accanto ad Artemisia Gentileschi, vero e proprio vessillo della riscossa femminile in campo culturale e sociale, a Sofonisba Anguissola e Fede Galizia, alla scultrice Properzia de’ Rossi, a Lavinia Fontana, ad Elisabetta Sirani e alla figlia del Tintoretto, Marietta, trovano posto generazioni di religiose attive nell’arte. Fra di esse, la figlia di Paolo Uccello, la “pittoressa” Antonia, suora carmelitana, e Caterina de’ Vigri, clarissa bolognese vissuta nel XV secolo, badessa in grado di distinguersi tanto per cultura quanto per l’arte della miniatura e della copiatura. Perché, in quanto a nascita, siamo tutti degli originali. La sfida è continuare ad esserlo anche in vita.

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