Mons. Franco Agnesi, Milano, coronavirus covid-19

Il tempo del coronavirus? «Ci vorranno dei “cercatori”». Intervista a mons. Franco Agnesi, vicario generale di Milano

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«Sono agli “arresti domiciliari”», scherza mons. Franco Agnesi, vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano. «Passo le giornate al cellulare e al computer per tenere i contatti con gli altri Vicari episcopali». Ma il pensiero corre subito ai sacerdoti, soprattutto a quelli scomparsi a causa del Covid-19. «Sono tutti preti che hanno dedicato la vita alla Chiesa, e in questi giorni lo hanno fatto “fino alla fine”». Un virus che a volte ci sembra “democratico”, come lo è la morte quando non si cura di potere e ricchezza, ma che in realtà domanda un prezzo altissimo soprattutto agli ultimi e a quanti sono loro vicino. «Dio ci vuole gli uni per gli altri», ricorda mons. Agnesi. Anche e soprattutto in tempo di crisi. E poi ci sono i lunghi corridoi del palazzo arcivescovile, il valore della preghiera, le chiese rimaste sempre aperte e qualche polemica futile. Ma soprattutto la Pasqua alle porte, strana nella sua apparente solitudine, ma in grado di sconvolgere ogni previsione umana.

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Eccellenza, come sta vivendo questi giorni?

Agli “arresti domiciliari”… Così rispondo spesso a chi me lo chiede. In realtà ho ubbidito il meglio possibile alle regole sanitarie. Vivo in comunità con altre otto persone e ci siamo rispettati a vicenda anche usando mascherine e guanti. Devo riconoscere però che sono fortunato, soprattutto rispetto a tante famiglie, perché il palazzo arcivescovile, anche se un po’ bizzarro negli interni, offre lunghi corridoi per camminare… Passo le giornate al cellulare e al computer per tenere i contatti con gli altri Vicari episcopali, soprattutto per le notizie sulla salute e le domande dei preti.

Come altrove in Lombardia e in Italia, anche i sacerdoti dell’arcidiocesi di Milano stanno pagando un prezzo altissimo in questa pandemia. Che significato ha, oggi, il loro sacrificio?

Ad oggi sono stati colpiti dal coronavirus e ricoverati 30 preti, 10 sono in paradiso e 7 sono guariti. Altri sono in quarantena cautelare. Sono tutti preti che hanno dedicato la vita alla Chiesa, e in questi giorni lo hanno fatto “fino alla fine”.

Difficile non pensare che, trascorsa l’epidemia, la carenza di clero già in atto si sarà ulteriormente acuita. Con quali conseguenze?

Sinceramente non saprei che cosa dire di più di quanto andiamo cercando di fare in questi anni: stiamo passando da una immagine di Chiesa fatta da “una parrocchia, un campanile, un parroco”, alla “Chiesa dalle genti”. Chiese tra le case con il loro campanile e chiese tra la gente che lavora, soffre, insegna, crea, inventa. Chiese sul territorio e chiese sul web. Sono chiese in cui a volte ci abita un prete, e a volte no.

All’inizio di questa emergenza è spiaciuto constatare nuove polemiche all’interno della comunità cattolica. Penso a quanti, con poca generosità, hanno accusato i vescovi di essersi adeguati alle direttive delle autorità civili, ad esempio nella scelta di sospendere la celebrazione delle messe alla presenza dei fedeli. Davvero è stata soltanto una decisione subita?

Stimo molto quanti si sono espressi così per i loro studi e la loro vocazione. Ma nessuno di loro è parroco in Lombardia…

Nonostante la temporanea sospensione delle messe con concorso di popolo, molti sacerdoti non mancano di celebrare a porte chiuse: qual è il significato, anche teologico, di questi momenti e, più in generale, della preghiera nei tempi di crisi?

Quando ero parroco celebravo tutti giorni con un po’ di persone (non certo con concorso di popolo…!) e lo facevamo non solo per noi, ma per tutti coloro che non potevano partecipare perché a scuola, al lavoro, ammalati, in viaggio, oppure anche distanti e lontani dalla Chiesa. Sinceramente non vedo molta differenza dagli attuali giorni feriali. Per la domenica, invece, è diverso! È una sofferenza non celebrare insieme, ma può essere l’occasione per provare nostalgia della comunità, della comunione eucaristica e magari riscoprirla, alla ripresa, come un dono e non come una noiosa abitudine. E per noi preti può essere l’occasione per stare sull’essenziale del Sacramento che celebriamo. Anche diminuendo la lunghezza delle omelie… La preghiera, sempre e certamente in tempo di crisi, è preghiera di intercessione. Dio ci vuole gli uni per gli altri, e desidera che mostriamo per gli altri interesse, compassione, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell’umanità, attraverso l’essere gli uni per gli altri, come lui è misteriosamente in se stesso un perpetuo dono di sé. Prego per avere lo stesso sguardo di Dio sugli altri.

Si fa ancora confusione fra sospensione delle messe pubbliche e chiusura delle chiese, che nella maggior parte dei casi sono invece sempre rimaste aperte, come auspicato anche dal Santo Padre. Qual è la differenza?

Le chiese sono state sempre aperte. È un segno di vita e di speranza. La sospensione delle celebrazioni con il popolo è la decisione responsabile di evitare assembramenti e contatti, con il rischio di contagio. Questo è un segno di carità, anche sociale e politica direbbe san Paolo VI.

La Pasqua è ormai alle porte ed è ormai certo che l’emergenza che stiamo vivendo non si sarà risolta per allora. Nei giorni scorsi il Papa ha ricordato l’esistenza della Comunione spirituale, così come la possibilità, in attesa della confessione con un sacerdote, di riconciliarsi intimamente con il Signore. Ci sono altre “risorse” utili a disposizione dei fedeli?

Ci sono tante risorse comunicative, tanti sussidi per la preghiera e la celebrazione famigliare e tanta attenzione solidale, frutti della creatività della Spirito e dell’insita capacità di vincere il male con il bene che è presente in ciascuno di noi. Anche se spesso occorre vincere la tentazione demoniaca che scoraggia e mortifica l’amore che è in noi.

A conti fatti, pensa che da questa emergenza la fede uscirà più forte oppure distratta da nuove abitudini, come quella di non recarsi in chiesa la domenica?

Sinceramente non saprei. Credo tutto ciò che cambierà dipenderà da ciascuno di noi, dalla nostra libertà personale e dalla nostra responsabilità verso gli altri.

In queste settimane sono in molti a fare ricorso all’espressione “tempi del coronavirus”, richiamando il titolo di un celebre romanzo di Gabriel García Márquez. Supponendo che quello che stiamo vivendo sia davvero un “tempo”, c’è una chiave di lettura per interpretarlo?

Tra i vangeli di Pasqua sentiremo di nuovo proclamare l’annuncio dell’angelo alle donne: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. È un tempo in cui ci vorranno dei “cercatori”. Cercare Gesù dove lui ci ha già preceduti. Lo riconosceremo nelle sue ferite, nella sua voce, nei segni di pace.

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