La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 19 maggio 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 19 maggio 2019

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19 maggio 2019. Quinta Domenica di Pasqua, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

In questa quinta Domenica di Pasqua dell’anno C, nella Messa si legge il passo del discorso d’addio di Gesù in cui il divino Maestro dà ai discepoli il comandamento nuovo.

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Vangelo della Messa (Giovanni 13, 31b-35)
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Commento
Il testo che la liturgia ambrosiana ci presenta per la quinta Domenica di Pasqua nell’anno C fa parte del discorso d’addio che Gesù ha pronunciato nell’ultima Cena (Giovanni 13,21-17,26). Nella scorsa domenica si trattava dell’amore fraterno e dicevamo già nel nostro commento che il comandamento dell’amore fraterno è il comandamento nuovo di Gesù che oggi la liturgia ci propone. Abbiamo già trattato ampiamente il tema nel commento di domenica scorsa. Può sembrare strana questa ripetizione del tema, tanto più che viene proclamato in questa quinta domenica un passo che nel discorso d’addio è collocato prima.

La spiegazione sta nella stretta connessione tra il Vangelo e le due letture precedenti. Si tratta di una caratteristica del rito ambrosiano. Mentre nel rito romano si procede di domenica in domenica nella lettura semi-continua di un Vangelo a cui solo la prima lettura è collegata, nel rito ambrosiano le letture illustrano un tema specifico. Oggi viene sottolineato che il comandamento nuovo, l’amore fraterno, lasciato da Gesù ai suoi discepoli nel discorso d’addio dell’ultima Cena, ha caratterizzato le prime comunità cristiane. Nella lettura è detto che nella comunità di Gerusalemme l’amore fraterno aveva spinto alla condivisione delle proprietà (Atti degli Apostoli 4, 32-37), mentre nell’epistola l’apostolo Paolo, trattando dei carismi, fa l’elogio della carità nel suo aspetto spirituale: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (Prima Lettera ai Corinzi 12,31-13, 8a).

Il passo del Vangelo si può dividere in tre parti:
1. la prima comprende i versetti 31-32 e riguarda la glorificazione del Figlio dell’uomo e del Padre;
2. la seconda comprende il versetto 33, con l’apertura del discorso di addio che Gesù pronuncia per i suoi discepoli;
3. nella terza padre Gesù consegna ai suoi discepoli il comandamento nuovo (vv. 34-35).

La prima parte si apre con un’affermazione difficile da capire: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (versetto 31). Anzitutto, ricordiamo che la parola “ora” nel Vangelo di Giovanni richiama quell’ora che Gesù aveva detto alle nozze di Cana a sua madre: in quel momento non era giunta l’ora. Ma quel momento, il banchetto delle nozze di Cana cui avevano partecipato i discepoli, richiama un altro banchetto, quello dell’ultima Cena coi discepoli in cui avviene il compimento. Tutta la vicenda di Gesù (predicazione, miracoli e dispute) è racchiusa tra quel primo e quest’ultimo “ora”. Dell’ora, Gesù aveva parlato un’altra volta, annunciando la sconfitta del demonio: «Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori» (Giovanni 12,31). Quell’ora è quella in cui il Figlio dell’uomo sarebbe stato glorificato (12,23). La glorificazione di cui parlava Gesù è quella della sua Risurrezione. E Gesù, pur sapendo della prova tremenda della passione e morte ormai prossima, parla ancora nell’ultima Cena della glorificazione perché i discepoli si ricordino che tutto era già in conto e si sarebbero adempiute le Scritture. E parla di sé come “Figlio dell’uomo” evocando il personaggio celeste di cui il profeta Daniele aveva annunciato la manifestazione alla fine dei tempi (Daniele 7,13-14) e con cui si era identificato: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e discendere sul Figlio dell’uomo» (Giovanni 1,51).

Nell’affermazione il «Figlio dell’uomo è stato glorificato» s’intende glorificato da Dio e nella seconda proposizione «Dio è stato glorificato in lui» s’intende che, glorificando il Figlio dell’uomo, Dio ha rivelato la propria gloria, e che Dio a sua volta è glorificato. Questa glorificazione che si attuerà nella Risurrezione-Ascensione al Cielo dove Gesù siederà alla destra del Padre, è presentata come già avvenuta. In realtà una prima glorificazione è avvenuta nella vita di Gesù in quanto Dio si rivela, attraverso di Lui, di essere Amore. Gesù nel versetto seguente annuncia che ci sarà un’altra glorificazione: «Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito» (versetto 32). Quel «subito» dice che la glorificazione del Figlio dell’uomo avviene anche nella sua morte in croce. Questo ci può sembrare difficile da accettare, ma non è la morte in se stessa che glorifica Gesù, ma la scelta libera di Gesù di accettare quella morte (cfr. Giovanni 10,18).

La seconda parte, costituita dal versetto 33: «Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire», è l’introduzione al testamento di Gesù, che si rivolge ai suoi discepoli con il termine affettuoso “figlioli” come un patriarca che riunisce i suoi discendenti sul punto di morire. Gesù annuncia la propria partenza verso un luogo dove i discepoli non avrebbero potuto raggiungerlo. Ritengo che questo luogo sia il limbo dove Gesù “scenderà” per liberare le anime dei giusti, a partire da Adamo ed Eva, e portarle con sé in paradiso.

La terza parte è quella del comandamento nuovo: l’amore fraterno, tema che ho già trattato nel commento della scorsa domenica. Già avevo specificato che il comandamento dell’amore fraterno è detto nuovo in quanto questo amore è la legge della nuova alleanza che Gesù siglerà versando il proprio sangue dalla croce e che ha nello stesso Gesù il suo modello e la sua sorgente («Come io ho amato voi…»). Se i discepoli si ameranno vicendevolmente, sarà credibile la loro testimonianza riguardo Cristo («Da questo sapranno che siete miei discepoli»). Possiamo qui aggiungere altre considerazioni.

Nel contesto che lo precede, la consegna del comandamento nuovo mette in relazione l’amore fraterno e la fede nella glorificazione di Cristo. La parola “comandamento” nel Vangelo secondo Giovanni significa la parola che rivela l’amore di Dio Padre, e per questo il comandamento è uno solo. L’espressione «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» andrebbe meglio tradotta così: “Con l’amore con cui vi ho amato, amatevi gli uni gli altri”. In questa prospettiva, nel commento del Monastero domenicano di Bergamo si legge: «L’amore del Figlio per i suoi discepoli genera il loro movimento di carità: è il suo amore, l’amore di Gesù, che passa in loro quando amano i fratelli e ne sono riamati. È l’amore con il quale Gesù ama ogni uomo che rende possibile la fraternità ed impegna in questo senso ogni comunità cristiana. Un amore sempre nuovo, sempre gratuito e profondo, come l’alleanza che Dio rivela amando l’umanità e il mondo (Ezechiele 34-37; Geremia 31,31)».

E riguardo la testimonianza che tale amore fraterno produce, nello stesso commento si legge: «L’amore reciproco dei discepoli manifesterà a tutti, perciò anche in un ambiente non credente, la loro appartenenza a Cristo, attraverso il quale ogni persona potrà passare dalla morte alla vita. L’amore che deve vivere la comunità cristiana diventa così il volto del Risorto che vive nella sua Chiesa (Prima lettera di Giovanni 4,12), è la virtù essenziale del cristiano che vive nell’attesa del ritorno del suo Signore».

Conclusione
Dal versetto finale del Vangelo odierno: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» deriva l’impegno che dobbiamo portare a casa dalla nostra partecipazione all’Eucaristia domenicale. Domandiamoci: nelle nostre comunità cristiane come viviamo la carità fraterna? Sappiamo accogliere e perdonare i fratelli? Prendiamo coscienza che è importante partecipare alla vita di comunità, di solito nella propria parrocchia e che il mero adempimento del precetto festivo (partecipare alla Messa) da solo non esprime l’amore fraterno? Sappiamo vedere il bene che c’è nella comunità o puntiamo il dito su ogni difetto del prossimo? Amiamo anzitutto i pastori? Sappiamo collaborare con loro o li lasciamo soli? A livello di Chiesa ci interessiamo delle vicende della diocesi come cosa che ci riguarda? Amiamo il Papa e sappiamo apprezzare i suoi sforzi per la pace e per l’unità dei cristiani? O siamo facili a criticarlo, assecondando i pregiudizi contro di lui? Riguardo al mondo: sappiamo vedere il bene anche in coloro che non hanno la nostra fede? Sappiamo collaborare per il bene comune anche con chi ha idee religiose e politiche diverse dalle nostre?

Don Ezio

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