La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 12 maggio 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 12 maggio 2019

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12 maggio 2019. Quarta Domenica di Pasqua. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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In questa quarta Domenica di Pasqua dell’anno C, nella Messa si legge il passo del discorso d’addio di Gesù in cui il divino Maestro dà ai discepoli il comandamento dell’amore fraterno.

Vangelo della Messa (Giovanni 15, 9-17)
Gesù disse ai discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Commento
Il testo che la liturgia ambrosiana ci presenta per la quarta Domenica di Pasqua nell’anno C fa parte del discorso d’addio che Gesù ha pronunciato nell’ultima Cena (Giovanni 13,21-17,26). È il testamento spirituale che Gesù lascia ai suoi discepoli, dopo aver lavato loro i piedi (13,1-20).

Il passo dell’amore fraterno è collocato nella parte centrale del discorso e riprende l’insegnamento sul comandamento nuovo che Gesù annuncia subito dopo l’uscita di Giuda dal Cenacolo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questi infatti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (13,34-35). Già da Levitico 19,18 conosciamo il comandamento dell’amore del prossimo. L’amore del prossimo è un dovere in quanto Dio, come ama me, ama anche il prossimo. In Levitico però non si parla di reciprocità. Nel discorso dell’ultima Cena c’è questa novità: si parla dell’amore fraterno vicendevole che devono avere i discepoli di Gesù e quindi quell’amore che ci deve essere nell’interno della Chiesa. Questo amore è la legge della nuova alleanza che Gesù siglerà versando il proprio sangue dalla croce e ha nello stesso Gesù il suo modello e la sua sorgente («Come io ho amato voi…»). Se i discepoli si ameranno vicendevolmente, sarà credibile la loro testimonianza riguardo Cristo («Da questo sapranno che siete miei discepoli»).

Gesù, nel discorso d’addio, dopo aver annunciato il rinnegamento di Pietro, dopo aver detto di essere la via che conduce al Padre e aver promesso la discesa dello Spirito Santo sui discepoli, riprende il tema dell’amore fraterno, introducendolo con il paragone dell’unione che deve esserci tra Lui e i discepoli come avviene tra la vite e i tralci. Il tema dell’amore fraterno appare come l’essenza del cristianesimo ed è un tema caro all’apostolo Giovanni, che ne tratta nella sua prima lettera, una lettera da meditare con calma e che raccomando a tutti con l’aiuto di un buon commento. Ho scoperto l’importanza di questa lettera nel mio anno di noviziato, quando il Maestro dei novizi ce la fece meditare. Era il 1978/79. Qui commentiamo solo il testo evangelico di questa domenica.

Anzitutto la fonte dell’amore fraterno è l’amore che il Padre ha nei confronti del Figlio. Si tratta di un amore immenso e perfetto, come non potrebbe essere diversamente per Dio. Gesù dice che l’amore che Egli nutre per i discepoli è grande come quello che il Padre nutre per Lui. Gli apostoli avevano visto in Gesù un uomo affascinante, un maestro, un profeta, un taumaturgo. Alcuni discepoli ne avevano vista la gloria alla Trasfigurazione, tutti lo avevano riconosciuto come il Cristo, cioè il Messia, ma da lì a capire che in Lui ci fosse il Padre non era cosa facile, tant’è che in questo stesso discorso l’apostolo Filippo chiese al Maestro di mostrare loro il Padre (14,8-11). Quindi, Gesù chiede ai suoi discepoli di rimanere in questo amore perché la loro gioia sia piena.

Abbiamo già visto che i discepoli saranno nella gioia alla vista del Risorto la sera di Pasqua, ma nell’ultima Cena Gesù annuncia una gioia piena che è quella di un’anima ripiena della grazia di Dio. Dove c’è la grazia di Dio c’è anche la gioia e dove c’è la gioia non c’è posto per la tristezza, nonostante gli odi e le persecuzioni che ci sono ancora oggi, perché i nemici di Dio potranno toglierci la vita terrena, ma non potranno mai toglierci la gioia di sapere e sentirsi amati da Dio con cui staremo, immersi in quell’amore che caratterizza la relazione tra il Padre e il Figlio e di cui lo Spirito Santo è l’espressione. Per questo il tema della gioia è stato trattato dai papi in alcuni importanti documenti: il beato Paolo VI nel 1975 nell’enciclica Gaudete in Domino e Francesco nel 2013 nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.

Ma la condizione per rimanere nell’amore del Signore Gesù è l’osservanza dei suoi comandamenti, come Gesù ha osservato i comandamenti di Dio Padre. Questi comandamenti del Padre non sono solo i dieci comandamenti dati da Dio a Mosè, ma soprattutto il comandamento della fedeltà alla missione di salvezza dal Padre voluta per riscattare tutta l’umanità dal peccato. I comandamenti di Gesù non sono solo l’osservanza di quei dieci comandamenti, ma vivere come ha vissuto Gesù nei confronti dei discepoli, soprattutto vivere quel comandamento nuovo dell’amore fraterno che è sintesi e massima espressione dei comandamenti di Gesù. Questo amore trova il suo modello più alto nel dare la vita per i propri amici, come Gesù ha fatto accettando di morire in croce. Saremo noi capaci di dare la vita per Gesù o anche per qualche altro cristiano? L’interrogativo è inquietante, ma con la forza della preghiera sappiamo che è possibile, come testimoniano i martiri di tutti i tempi, cioè coloro che hanno scelto liberamente di morire piuttosto che rinnegare la fede, non tanto – per quanto grandemente drammatico – le vittime imprevedibili di stragi anticristiane.

La vera amicizia di cui parla Gesù è quella che ricambia l’amore ricevuto nell’osservanza di quanto da Lui comandato e soprattutto nell’amore fraterno. L’amicizia con Gesù suppone la libertà interiore e non la costrizione che è la situazione dello schiavo nei confronti del proprio padrone. Per questo è importante che l’adesione alla fede sia un atto libero e non una imposizione. Per questo il Concilio Vaticano II ha optato per la libertà religiosa nel doppio aspetto di libertà che deve garantire lo Stato e di libertà che deve garantire la stessa Chiesa nella sua opera di evangelizzazione. Questo rispetto della libertà non è impedito dalla prassi che deriva dall’epoca apostolica di battezzare i neonati, perché per essi l’adesione alla fede dovrà essere ratificata, una volta che saranno in grado di intendere e di volere.

Gesù chiama i discepoli amici e non più servi perché a loro ha fatto conoscere le cose di Dio, come le ha udite dal Padre, in un rapporto di parità e non di sudditanza. È Gesù che ha chiamato i discepoli, non il contrario. Questo aspetto fondamentale della vocazione dei discepoli è da ricordare anche oggi per le vocazioni al ministero e alla vita consacrata, specialmente nei momenti di difficoltà, stanchezza o peccato. Gesù ha posto la sua fiducia in persone semplici e con poca istruzione agli inizi della Chiesa, e come ha sostenuto la loro vocazione, sosterrà quella dei pastori e dei religiosi di oggi.

Lo scopo della vocazione dei discepoli è che essa si realizzi nel portare frutto nell’apostolato e che il frutto rimanga. Per questo ad essi Gesù assicura che saranno esaudite le domande fatte nel suo nome. Questo vale anche per noi, che spesso non chiediamo le grazie nel nome di Gesù o chiediamo cose che non corrispondono alla volontà di Dio, che è il nostro vero bene, dal momento che Egli conosce tutta la nostra vita e conosce ciò di cui noi abbiamo bisogno.

Conclusione
Gesù ha fondato la civiltà dell’amore, ma dopo duemila anni questa civiltà è ancora lontana dall’essere realizzata. Tuttavia, dopo secoli di guerre culminate nelle catastrofi delle due guerre mondiali, che hanno caratterizzato il secolo scorso, e le continue divisioni all’interno della Chiesa, dobbiamo saper leggere quali segni dei tempi l’anelito dei popoli alla pace e il cammino ecumenico di preghiera e di pacifico confronto teologico tra le varie espressioni cristiane alla ricerca dell’unità per cui Cristo ha pregato nella stessa ultima Cena (Giovanni 17,21). Il recente viaggio del Santo Padre in Bulgaria e Macedonia del Nord (5-7 maggio 2019) va in questa stessa direzione della ricerca della pace e del dialogo ecumenico. Io appartengo alla prima generazione dell’Italia, da quando duemila anni fa l’imperatore Augusto la fondò, che non ha conosciuto la guerra e ha visto come sono cambiati in meglio i rapporti tra cattolici, ortodossi e protestanti. Chi, nostalgico del passato, vede solo intrighi della Massoneria e l’improbabile presenza dell’Anticristo nella Chiesa, è fuori strada e Dio lo perdoni.

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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