Il destino dei cattolici asiatici, sempre all’ombra di una guerra nucleare

Il destino dei cattolici asiatici, sempre all’ombra di una guerra nucleare

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È bene dirlo subito: la guerra nucleare non è più vicina oggi di quanto non lo fosse ieri, nonostante il celodurismo trumpiano che si nutre di bombe madri e calcoli di gradimento post-elettorale. Dopo anni di simili celebrazioni, non fa notizia neppure l’ennesimo lancio missilistico in onore di nonno Kim Il-sung, che quest’anno pare si sia trasformato in uno spettacolo pirotecnico più sciocco del solito già poco oltre la rampa di lancio. Un’eredità, quella del “Presidente eterno”, che di perpetuo ha lasciato soltanto sgraziate marce a passo d’oca e assurdi battimani. Si sarebbe tentati di ridurre la vicenda ad una sfida fra scapigliature della politica internazionale, se non fosse per i miliardi di dollari che potrebbero essere destinati a ben più utili scopi da ambo le parti e per le migliaia di vite umane che sarebbero cancellate in un premere di bottoni. Cattolici compresi, che in Asia sembrano vivere il triste destino di trovarsi sempre all’ombra di una guerra nucleare.

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È accaduto nell’agosto 1945 in Giappone, dove le bombe statunitensi uccisero fra le 100mila e le 200mila persone, quasi esclusivamente civili, nelle esplosioni gemelle di Hiroshima e Nagasaki. Proprio quest’ultima era il centro principale della Chiesa cattolica in Giappone e ospitava una delle maggiori e più antiche comunità cattoliche dell’arcipelago, spazzata via da un sole che nulla aveva di luminoso. Sulla scelta dell’obiettivo, privo di rilievo strategico, ha espresso angosciati dubbi di natura religiosa anche il card. Biffi (Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena, Cantagalli, 2010). Gli Stati Uniti non hanno mai chiesto scusa per aver impiegato l’atomica contro il Giappone, neppure in occasione della visita ad Hiroshima del controverso Premio Nobel per la pace Barack Obama, nel 2016.

Un’immane tragedia che, fra minacce incrociate, potrebbe oggi ripetersi sulla penisola coreana? Nessuna analisi può stabilirlo con certezza. La Chiesa, superando i confini imposti dalla politica, guarda alla Corea come ad un unico Paese, senza distinzioni fra Nord e Sud. Di fatto, però, la presenza di una gerarchia ecclesiastica è limitata al Sud, mentre nel Nord – privo di libertà religiosa – la Chiesa rimane senza clero e senza culto, se si esclude l’Associazione dei cattolici nordcoreani, una farsa voluta dal governo sul modello dell’Associazione patriottica cattolica cinese.

Numeri alla mano, però, fino a 70 anni fa la situazione era ben diversa: si stima che alla fine degli anni ’40 il 30% degli abitanti di Pyongyang professasse infatti la religione cattolica. La Guerra di Corea e le successive persecuzioni comuniste cancellarono negli anni seguenti ogni traccia pubblica di cattolicesimo. Chiese e monasteri vennero rasi al suolo, mentre cristiani coreani e stranieri vennero condannati a morte. Le persecuzioni sussistono tuttora e anche il solo possedere una Bibbia può costare la detenzione nei campi di lavoro e la vita. Amari frutti di un sistema di classificazione sociale che divide la popolazione in 51 categorie e le raggruppa in tre grandi classi a seconda della fedeltà al regime: “nucleari”, “vacillanti” e “ostili”. Va da sé che cristiani e credenti in genere vengano considerati “ostili”. Dal 1953, anno di insediamento del regime del quale Kim Jong-un è il degno erede, sono scomparsi circa 300mila cristiani di varie denominazioni.

Dal canto suo, la Corea del Sud vanta invece una delle comunità cattoliche più vitali dell’intero continente asiatico, superata per numeri soltanto da Filippine e Vietnam. Il mondo ha potuto ammirarla nel 2014, in occasione del viaggio apostolico di Francesco a Seul. Con ritmi di crescita arrembanti, però, dietro alla Chiesa in Corea del Sud c’è di più. La stessa competizione – anche e soprattutto economica – sulla quale è plasmato il Paese sembra trovare spazio anche in campo cristiano. L’appartenenza al cattolicesimo, pur se ancora minoritaria (11%) in un Paese caratterizzato da una notevole diversità religiosa, corre il rischio di essere vissuta come status symbol delle classi medio-alte, portando all’esclusione dei più poveri. Nel complesso la Chiesa cattolica gode comunque di una stima diffusa nel Paese, soprattutto in confronto alle comunità protestanti e buddiste, colpite da pesanti scandali. Come in altri contesti, anche in Corea la Chiesa è fra le realtà più attive per la pace.

Ciononostante, una guerra più devastante di quella nucleare è già in corso nel mondo. «La fame è esplosiva e distruttiva al pari della bomba atomica», scriveva nel gennaio 1966 sulla “Civiltà Cattolica” il gesuita Giuseppe De Rosa, una delle colonne della rivista. «Siamo già al punto in cui i popoli che hanno fame hanno preso coscienza del loro stato e sono pronti a balzare sui popoli sazi. È un’illusione pericolosa pensare che si possa fermarli con le bombe atomiche, poiché anche i popoli affamati sono capaci di costruirsi – e difatti se li costruiscono – arsenali di bombe atomiche». Se e contro chi intendano utilizzarle, poi, è tutta un’altra storia.

Nell’immagine: 8 agosto 2015. Il fungo atomico proiettato sulla facciata della cattedrale di Urakami in occasione della commemorazione della tragedia nucleare di Nagasaki. Il 9 agosto 1945 la bomba esplose a soli 500 metri dalla cattedrale, al tempo la più grande dell’Asia, distruggendola e uccidendo quanti vi si trovavano per le celebrazioni precedenti alla festa dell’Assunzione di Maria (15 agosto). © Toru Hanai/Reuters.

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Il destino dei cattolici asiatici, sempre all'ombra di una guerra nucleare
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Il destino dei cattolici asiatici, sempre all'ombra di una guerra nucleare
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La guerra nucleare non è più vicina oggi di ieri, ma i cattolici in Asia hanno il triste destino di vivere all'ombra della guerra nucleare: in Corea come in Giappone.
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