Disarmare il riarmo non convenzionale. Quel legame fra dipendenza digitale e conflittualità globale

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Se la conquista statunitense della Groenlandia iniziasse da un’immagine di cattivo gusto postata su X non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. Perché il peso delle tecnologie emergenti – e delle nuove dipendenze da queste – nelle ultime vicende geopolitiche è tutt’altro che irrisorio.

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Gli analisti la definiscono “guerra cognitiva”. Mentre i confini geografici si fanno più tesi, le frontiere della nostra mente vengono plasmate da algoritmi progettati per massimizzare la nostra permanenza sui contenuti digitali (engagement), a scapito della coesione sociale.

Non si tratta soltanto di una coincidenza temporale: è un intreccio profondo, strutturale e culturale, quello che lega la crescente dipendenza da nuovi media e tecnologie emergenti – soprattutto fra i giovani – e l’aumento della conflittualità globale, attraverso meccanismi indiretti ma potenti. Non un rapporto causale diretto – i conflitti geopolitici hanno radici storiche, economiche e politiche complesse – quanto piuttosto l’azione di habitat digitali sempre più pervasivi, che amplificano divisioni e percezioni che possono alimentare le tensioni internazionali.

Social media e tecnologie emergenti sono progettati per dare agli utenti ciò che li soddisfa nell’immediato, e a desiderarne di più. Cani di Pavlov nutriti a dopamina. Gli algoritmi, poi, tendono ad isolare gli utilizzatori in ridondanze informative (echo chambers), esponendoli a contenuti che rafforzano le opinioni preesistenti e limitano l’esplorazione “dell’esterno”. Per tutti, ma in modo particolare per i più giovani, la cui identità è ancora in via di formazione, questo significa entrare in contatto con versioni della realtà sempre più estreme e prive di sfumature.

Il risultato è un’assuefazione – se non un addestramento – alla reazione immediata, alla logica amico/nemico che non ammette ruoli intermedi, alla costruzione identitaria per contrapposizione. L’algoritmo premia l’emozione forte, il conflitto, l’indignazione, riducendo la complessità e rendendo naturale un mondo percepito come ostile e competitivo. Alimentarsi in questo ecosistema significa interiorizzare – più o meno inconsapevolmente – una grammatica del conflitto permanente: l’altro non è un interlocutore, tantomeno un fratello, ma un ostacolo immanente.

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È il medesimo agire di una certa politica contemporanea: narrazioni semplificate, contraddizioni, uso strategico della paura, costruzione di identità nazionali in opposizione, comunicazione bellicosa e bellicista che passa anche (e sempre più) attraverso le piattaforme digitali.

Gli effetti della polarizzazione online sono tutt’altro che virtuali. Una popolazione abituata al “noi contro loro” online è molto più facile da mobilitare offline contro un “nemico”. La complessità del dialogo viene sostituita dalla semplificazione dell’ideologia, facilitando la strategia della tensione e le escalation armate.

Se da un lato è innegabile che tecnologie emergenti e nuovi media democratizzino l’informazione, dando accesso a prospettive diverse sui conflitti globali, come durante le Primavere Arabe e nell’attuale opposizione al regime degli āyatollāh in Iran, dall’altro, soprattutto in contesti geopolitici sensibili, i contenuti virali possono diffondere narrazioni distorte, come accade sistematicamente sui diversi fronti in Ucraina, Medio Oriente, Asia e America Latina.

L’allontanamento dalla realtà fattuale e la mancanza di uno scopo nel quotidiano acuiscono il legame con le dinamiche del conflitto. È piuttosto evidente come il senso di isolamento sociale sia in aumento nonostante la perenne connessione. Narrazioni estremiste o nazionaliste, che sembrano offrire caratteri di identità, di appartenenza e una “missione”, sfruttano abilmente il vuoto di senso, offrendo al radicalismo uno spazio fertile.

In Myanmar come in Palestina, l’uso sistematico dei social media intensifica l’alienazione, rendendo più penetrante la propaganda che giustifica la violenza. Allo stesso tempo, l’accesso costante agli stimoli digitali spinge verso contenuti estremi, che spesso includono visioni radicali sui temi globali, trasformando anche il tempo libero in un vettore per l’estremismo.

C’è poi un livello più profondo: i nuovi media possono accrescere il rischio di disconnessione dal corpo e dalle comunità locali, dal tempo lungo e dall’esperienza concreta. Dall’empatia. L’esposizione costante a video di violenza o ingiustizia (spesso sensazionalizzati) genera rabbia o apatia, ma senza canali per azioni costruttive, producendo radicalizzazione, frustrazione e senso di impotenza. Energie emotive che diventano terreno fertile per nazionalismi aggressivi e retoriche della forza.

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Il world wide web, il grande sogno di una comunità mondiale interconessa, sta arretrando di fronte alle logiche della sovranità digitale. Ci troviamo fra le mani – e davanti agli occhi – uno splinternet, una rete divisa in blocchi d’influenza a crescente contrapposizione. Una nuova babele dell’informazione, alimentata da regole di censura opposte e algoritmi che mostrano realtà divergenti, dove la possibilità di un dialogo internazionale “dalla base” si sta riducendo drasticamente, aumentando il rischio di conflitti basati su incomprensioni strutturali.

La guerra non è combattuta solo con le armi, ma preparata psicologicamente e simbolicamente negli orizzonti di vita di soggetti abituati ad uno stato di minaccia continua. Conflittualità globale e alienazione digitale si alimentano a vicenda perché condividono lo stesso bias: l’incapacità di leggere la complessità, di riconoscere il valore della lentezza, di attribuire un ruolo al limite e all’alterità. Non è una strategia nuova, ma è importante rendersi conto che è in atto e che coinvolge tutti noi. Recuperare spazi di mediazione, spirito critico e presenza reale non è quindi soltanto una questione pedagogica o psicologica, ma anche un’azione politica e geopolitica.

Ci troviamo sul limitare di un circolo vizioso dove l’alienazione digitale sorregge la conflittualità degli attori geopolitici, come già reso evidente nei dibattiti sulle guerre per procura, sul conflitto mondiale a pezzi e sulle nuove Guerre fredde. Le molteplici forme di dipendenza da tecnologie e nuovi media ci stanno rendendo più suscettibili alla manipolazione e meno abituati alla gestione del dissenso costruttivo.

In un contesto sociale e geopolitico sempre più frammentato, questa fragilità cognitiva individuale si traduce in una instabilità collettiva. I prossimi mesi e anni ci chiamano all’azione pedagogica e politica: ricostruire la capacità critica e l’empatia reale contro un riarmo non convenzionale.

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2 commenti su “Disarmare il riarmo non convenzionale. Quel legame fra dipendenza digitale e conflittualità globale”

  1. Nel “pacchetto” che descrivi, alla fragilità cognitiva aggiungerei anche quella estetica. Di qui anche il non saper o volere capire quando una cosa è di cattivo gusto. L’educazione estetica è forse una delle chiavi per uscire dalla polarizzazione delle “idee” e delle “pance”?

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    • Come paura della verità? Possibile. Se tutto ciò che vediamo e mostriamo è filtrato, editato e ammansito, creiamo una superficie apparentemente liscia su cui la verità non trova appigli. Preferiamo la rappresentazione della verità alla verità stessa, che è scomoda. Così come scegliamo la rappresentazione della felicità in luogo della felicità stessa, perché la seconda è transitoria e richiede di accettare anche i momenti di crisi.

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