La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 5 maggio 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 5 maggio 2019

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5 maggio 2019. Terza Domenica di Pasqua. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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In questa terza Domenica di Pasqua, nella Messa si legge il passo del Vangelo in cui Gesù si proclama Luce del mondo.

Vangelo della Messa (Giovanni 8, 12-19)
In quel tempo. Il Signore Gesù parlò agli scribi e ai farisei e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

Commento
Il contrasto luce-tenebre è un tema pasquale: la luce rapprenta la vita, mentre le tenebre rappresentano il peccato. Di Cristo-Luce aveva già parlato san Giovanni all’inizio del Vangelo, nel Prologo (Giovanni 1,4-5). Inoltre, in tutte le domeniche e solennità i cristiani professano che Cristo è «Luce da Luce» nel Credo o Simbolo niceno-costantinopolitano che recitano nella Messa.

Di fronte agli scribi e ai farisei, Gesù proclama se stesso «Luce del mondo» nel Tempio di Gerusalemme, nel luogo del tesoro (Giovanni 8,20). Gesù afferma che coloro che si metteranno alla sua sequela non cammineranno al buio, ma troveranno in Lui una guida sicura e avranno la vita in pienezza. Questa vita piena è evidentemente la vita eterna in paradiso. A questa testimonianza di Gesù i farisei non credono in quanto di se stesso Gesù può dire quello che vuole. Il divino Maestro dà come garanzia di testimonianza Dio Padre, per cui la testimonianza concorde di due persone, secondo la Legge ebraica, è da ritenersi vera. In risposta alla richiesta dei farisei di mostrare loro il Padre, Gesù dice che se lo conoscessero, conoscerebbero anche Dio Padre.

Nel passo che viene proclamato in questa domenica non è detto come si esprima la testimonianza del Padre, ma dal prosieguo della disputa sappiamo che sono le opere, cioè i miracoli, a rendere questa testimonianza (Giovanni 8,31-38). Inciso importante in questa disputa è l’affermazione di Gesù di non giudicare nessuno, ma se giudicasse, il suo giudizio sarebbe vero per l’inscindibile legame che sussiste tra lui e il Padre. Molti cristiani si stupiscono che la Chiesa oggi non sia più rigida come un tempo nel condannare tutti coloro che devìano dalle regole morali. In realtà, essi non fanno la distinzione tra il male che è sempre condannato e il peccatore che solo Dio può giudicare, perché nessuna autorità umana, nessun sacerdote e nemmeno il papa può entrare nella coscienza di una persona. In questo Vangelo, quindi, ci viene detto lo scopo della missione di Gesù sulla Terra: essere nostra guida perché possiamo giungere alla vita eterna. La fede in Gesù consiste nel credere che Egli è il Figlio di Dio e nostro Salvatore. Da questa fede discende l’adesione all’insegnamento di Gesù: vivere nello spirito delle beatitudini e amare il prossimo come sé stessi, in concreto compiere quelle opere di misericordia verso i sofferenti sulle quali saremo giudicati alla fine del nostro pellegrinaggio terreno.

Questa non accettazione di Gesù come Figlio di Dio da parte dei suoi conterranei, pur credenti e che attendevano la venuta del Messia come imminente, fa parte del mistero dell’iniquità. Infatti, la chiusura e la lotta contro Gesù è dovuta alla malvagità umana, che preferisce il proprio interesse garantito dalla tradizione religiosa piuttosto che il rischio della fede. Infatti, alla fine Gesù non fu condannato per blasfemia, avendo detto di essere il Figlio di Dio, ma per aver sobillato il popolo contro i Romani essendosi proclamao re (Giovanni 11,47-51, cfr. 18,29‒19,16). Gesù era diventato un problema di ordine pubblico e avrebbe scatenato la repressione dei Romani contro la nazione ebraica togliendo ad essa quell’autonomia amministrativa e religiosa che le avevano fin lì concesso. Certamente nel mistero dell’iniquità c’è anche l’azione del Maligno, che agisce senza farsi riconoscere. Rimane difficile capire come si possa non credere al vangelo di Gesù, cioè al più profondo messaggio di spiritualità di tutti i tempi, specie per i farisei che avevano il vantaggio della presenza stessa del Cristo con il suo fascino grandissimo sulle persone e la testimonianza dei miracoli da lui compiuti, probabilmente migliaia: dalle guarigioni al dominio sulle forze della natura, dalle moltiplicazioni dei pani e dei pesci alle risurrezioni.

Questa opposizione a Gesù, che ha portato alla sua morte in croce, ha poi determinato l’opposizione contro i suoi discepoli per tutto il corso della storia della Chiesa. Nell’attuale contesto secolarizzato, non ci si deve pertanto stupire per il fatto che la Chiesa sia oggetto di critiche, di tentativi di impedirne le attività ed anche di persecuzioni, del resto predette dallo stesso Maestro (Matteo 5,11-12). Siamo certi, comunque, che le forze degli inferi non prevarranno sulla Chiesa (Matteo 16,18). Il mistero dell’iniquità agisce contro la Chiesa. Così dicendo si può pensare che sia un’azione contro l’istituzione terrena “Chiesa Cattolica con sede in Vaticano”. Il mio professore di Teologia Dogmatica, don Vittorio Gorlero, diceva che per capire la natura della Chiesa, basta sostituire in tutti i testi in cui la parola “Chiesa” ricorre con l’espressione “discepoli del Signore”. Infatti, questa è la Chiesa e non altro. Allora, diremo che il Maligno agisce contro i discepoli del Signore. Come? Cominciando a insinuare il dubbio sulle verità della fede, sulla probità dei pastori (a partire dal Papa), a far passare la convinzione che il messaggio del vangelo sia inapplicabile, portando quindi i cristiani a perdere la speranza. È questa speranza che, invece, Gesù vuole donarci. Ho trovato un pensiero sulla speranza preso da un’omelia di don Walter Magni che ci fa capire il senso pasquale del passo evangelico odierno: «Conta che l’altro possa percepire una via di uscita dalla paura, dalla stanchezza, dal vuoto interiore che spesso attanaglia il cuore della gente. Conta sdoganare il primato della speranza sulla disperazione, la vita prima della morte, sopra la morte, oltre la morte. Così si diventa testimoni del Risorto. Un vero e proprio intellectus spei, cioè un’intelligenza del presente nella luce della speranza che proprio la Sua risurrezione dischiude. Aprendo il nostro cuore, definitivamente, all’amore che Lui stesso ci ha insegnato».

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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