La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 24 marzo 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 24 marzo 2019

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24 marzo 2019. Domenica III di Quaresima. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Siamo alla III Domenica di Quaresima che nel rito ambrosiano, è detta anche “Domenica di Abramo” per il Vangelo che viene proclamato nella Messa: la disputa su Abramo tra Gesù e i farisei.

Vangelo della Messa (Giovanni 8, 31-59)
In quel tempo. Il Signore Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio». Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Commento
Il Vangelo di questa domenica è una delle tante dispute che Gesù ha avuto con i Giudei, osservanti della Legge e custodi della tradizione dei padri. La disputa odierna si svolge nel Tempio di Gerusalemme e viene sollevata da quei Giudei che inizialmente avevano creduto alla predicazione di Gesù e lo avevano riconosciuto come profeta e taumaturgo. Ne ripercorriamo lo svolgimento, evidenziando quel contesto che chi non ha dimestichezza con la Bibbia non coglie. Quando il divino Maestro afferma che credere nella sua parola avrebbe significato essere nella verità e per di più nella verità che li avrebbe resi liberi, i Giudei rimangono sconcertati: per essi, discendenti di un uomo di fede e profondamente libero come Abramo, la libertà significava non essere schiavi e, in quel momento, nonostante la dominazione romana, non erano schiavi di nessuno, come lo erano stati invece al tempo dell’esilio in Egitto. Ma Gesù spiega che intende la libertà dal peccato e che Lui può dare questa libertà che invece essi rifiutano, perché non accolgono la sua parola, anzi cercano di ucciderlo. Alla pretesa dei Giudei che protestano di avere Dio per padre, Gesù controbatte affermando che se avessero veramente Dio per padre, farebbero le opere del Padre, invece, avendo per padre il diavolo che è omicida e falso per definizione, non lo ascoltano anche se dice la verità.

I Giudei non accettano questa accusa e la ribaltano su Gesù, dandogli del Samaritano (che per loro vuol dire “eretico”) e dell’indemoniato. Gesù non si scoraggia e continua il suo insegnamento che, se non fu ascoltato dai Giudei, risuona da due millenni nella chiesa: osservare la parola di Gesù significa possedere la vita eterna. I Giudei contestano questo insegnamento che pone Gesù necessariamente al di sopra di Abramo e di tutti i profeti, che, in quanto mortali, non avrebbero mai potuto trasmettere una vita eterna a nessuno. Gesù si difende spiegando che la sua gloria viene da Dio Padre e che lo stesso Abramo gioì nel vedere il giorno di Gesù. Ai Giudei che negano che un giovane uomo come Gesù avesse mai potuto vedere Abramo, Gesù solennemente afferma di essere quell’Io Sono che si era rivelato a Mosè nel roveto ardente (Esodo 3,1-14). Questo presentarsi come Dio per i Giudei non poteva che essere una bestemmia e perciò cercano di lapidarlo. Ma non era ancora l’ora di Gesù, che doveva consolidare quel gruppo di discepoli con cui fonderà la chiesa, per cui Egli si nasconde e fugge dai suoi persecutori. Possiamo porci delle domande e dare delle risposte.

1. Perché i Giudei non hanno riconosciuto Gesù come Messia? Le profezie messianiche non definivano esplicitamente i caratteri del Messia. I Giudei attendevano un liberatore dal dominio romano, non un predicatore che, dal loro punto di vista, sovvertiva una buona parte dell’insegnamento contenuto nella Bibbia e dava solo la libertà dal peccato, garantendo la vita eterna a chi avrebbe osservato la sua dottrina di amore universale e tanto paradossale da essere impraticabile alla lettera. Per avere la vita eterna i Giudei erano convinti che bastasse l’osservanza materiale di un certo numero di precetti; sono i primi discepoli di Gesù che, rileggendo la Bibbia già con l’aiuto dello stesso Maestro, vedono nel Servo sofferente del Signore annunciato nel libro del profeta Isaia (42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12) la prefigurazione dello stesso Gesù e lo riconoscono come il Cristo (traduzione greca di Messia), il Figlio del Dio vivente (Matteo 16,16).

2. In che senso la verità ci rende liberi? Intanto, la verità di cui parla Gesù è quella capacità di saper comprendere il significato degli accadimenti della nostra vita alla luce del suo insegnamento, a darci ragione che quel che ci capita dall’esterno, la stessa miseria, la malattia, la persecuzione, il carcere e la morte, non ci privano di quella libertà interiore che nessuno dall’esterno può toglierci. Questo è il punto più difficile dell’insegnamento di Cristo. È facile recitare il Credo nella Messa domenicale (anche senza preoccuparsi di capirne i singoli articoli), è difficile accettare le sofferenze che capitano nella vita, tant’è che sopravvive nel linguaggio dei credenti la parola “destino” e l’atteggiamento della rassegnazione che di cristiano non ha nulla. Il cristiano vive nella gioia anche nei momenti difficili, perché sa di possedere Cristo.

3. In che senso osservare la parola di Gesù dà la vita eterna? Osservare la parola di Gesù significa vivere lo spirito delle beatitudini (Matteo 5,3-11) e praticare le opere di misericordia (Matteo 25,31-45). Gesù dà la vita eterna per tre motivi. Primo, perché vive della stessa gloria del Padre, in quanto Figlio di Dio, uguale al Padre («Io e il Padre siamo una cosa sola» (Giovanni 10,30 e qui si entra nel mistero della fede). Secondo, Egli è la parola di Dio fatta carne e chi l’accoglie come parola di Dio entra nella vita e la vita dimora in lui (Giovanni 1,1-14). Terzo, Gesù, come Dio è superiore al tempo, pur non essendo fuori del tempo, anzi il suo giorno dà significato ai nostri giorni (questo è il mistero del tempo).

Conclusioni
Come per i Giudei, il discorso della fede è sempre difficile anche per chi ammette un Dio Creatore come causa efficiente dell’Universo. Ci sono perciò due modi di riconoscere Cristo: quello della fede che vede in lui il Redentore dell’umanità ferita dal peccato e quello della ragione che vede in lui un maestro di saggezza. Riconoscere gli insegnamenti di Gesù e metterli in pratica, al di là dell’atto di fede esplicito, è uno dei segni dei tempi che san Giovanni XXIII invitava a saper riconoscere (Humanae salutis, documento di indizione del Concilio Vaticano II, 25 dicembre 1961). Il Vangelo impegna il fedele a osservarne le implicazioni sociali e politiche: considerarlo come emblema identitario della nostra cultura nazionale è azzardato in quanto da sempre nel nostro Paese convivono persone di religioni diverse, utilizzarlo poi nella propaganda politica, quando nei fatti non lo si osserva per nulla, è una strumentalizzazione blasfema. Una vita di preghiera in un monastero di clausura non è affatto una rinuncia all’impegno sociale, anzi è un modo diverso ma arricchente per la Chiesa e per la società di essere vicini alle persone che vivono in un mondo caotico e stressante. Intanto, il monastero è un luogo di accoglienza dove si può andare a riflettere su sé stessi, prendersi una pausa rigenerante, parlare con i monaci o le monache, che sono ancora forse le poche persone che praticano il servizio dell’ascolto. E poi, il monastero è un luogo dove si lavora per la società civile, coltivando la terra o restaurando libri ed oggetti d’arte o realizzando preziosi ricami o vari lavori di artigianato o scrivendo libri. Giovedì scorso è mancata la Madre Anna Maria Cànopi, fondatrice del monastero benedettino dell’Isola di San Giulio (Novara), una donna intelligente, che ha scritto molto e che radunava nel monastero le donne in politica. Un esempio per tutte e tutti.

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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