La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 23 giugno 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 23 giugno 2019

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23 giugno 2019. II Domenica dopo Pentecoste, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Nella seconda domenica dopo Pentecoste, nel rito romano, in Italia e nei Paesi in cui il giovedì precedente non è festa riconosciuta civilmente, è trasferita la Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, detta tradizionalmente del Corpus Domini. Nel rito ambrosiano, questa solennità si celebra sempre al giovedì. Le parrocchie di rito ambrosiano del Canton Ticino celebrano la festa senza problemi, essendo riconosciuta civilmente, mentre per quelle italiane, non essendo la festa riconosciuta civilmente (dal 1975), è data facoltà, per motivi pastorali, di riprenderla in questa domenica. Data l’importanza della solennità noi commentiamo in questa sede il Vangelo della Messa del Corpus Domini, che è lo stesso nei due riti, per l’anno C, in cui si legge il Vangelo secondo Luca.

Vangelo della Messa del Corpus Domini (Luca 9, 11b-17)
In quel tempo. Il Signore Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Commento
Si è soliti sentire dire che questa solennità è un doppione di quella del Giovedì Santo. In realtà, chi dice così sminuisce il valore pastorale della festa del Corpus Domini, che vuole inculcare nel popolo di Dio la realtà della presenza reale del Signore nelle specie eucaristiche, a favore di un anno liturgico che illustri la mera storia della salvezza nel suo svolgimento dall’attesa messianica (le ultime due domeniche dell’Avvento) alla parusia, il ritorno di Cristo, celebrato nel rito romano nelle ultime due domeniche dell’anno liturgico e nelle prime due dell’Avvento, e nel rito ambrosiano nelle prime quattro domeniche dell’Avvento.

In realtà, il Giovedì Santo è celebrato nella meditazione della Passione del Signore e solo nella Messa in Coena Domini si ricordano l’istituzione della Santissima Eucaristia, l’istituzione del sacerdozio e il precetto dell’amore fraterno. Al Giovedì Santo non si celebra, quindi, la presenza reale del Cristo nelle specie eucaristiche, tant’è che questa celebrazione c’è in tutta la cristianità, mentre la presenza di Gesù nell’Eucaristia è variamente intesa dalle varie denominazioni cristiane. Per i cattolici, gli anglo-cattolici e le chiese orientali nell’Eucaristia vi è la presenza reale di Cristo, mentre nella maggior parte delle chiese e comunità ecclesiali riformate si parla di presenza spirituale di Cristo e le specie “eucaristizzate” sono solo un simbolo di questa presenza, che cessa con la fine del rito eucaristico, per cui in queste chiese non esiste il tabernacolo per la custodia e l’adorazione dell’Eucaristia né avrebbe senso che ci fosse. Ecco, quindi, più che giustificata una festa ad hoc dedicata all’Eucaristia.

Oggi i tempi, riguardo al dogma dell’Eucaristia, non sono dissimili da quelli del XIII secolo quando il papa Urbano IV, nel 1264, estese per tutta la Chiesa Cattolica questa solennità, nata nella diocesi di Liegi, in Belgio, nel 1247, per celebrare la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia in reazione alle tesi di Berengario di Tours, secondo il quale la presenza di Cristo sarebbe stata solo simbolica. Ravviso l’odierna attenuazione della fede nella presenza reale di Cristo in espressioni del tipo “Cristo si fa pane per noi”. In realtà, Dio ha assunto la nostra natura umana affinché noi potessimo partecipare alla vita trinitaria come fratelli suoi (mistero salvifico del Natale). Sono il pane e il vino che, mantenendo le apparenze del pane e del vino, vengono transustanziati nel Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signor Gesù Cristo, per nutrimento delle anime.

Si aggiunge poi, nella predicazione corrente, che questo “spezzare il pane” è fatto perché anche noi ci facciamo “pane spezzato per gli altri”, espressione usata anche dall’attuale Papa nell’omelia tenuta a Molfetta, lo scorso 20 aprile. L’espressione certamente non è eretica, ma, a mio modo di vedere, usata da sola, corre il rischio di mettere tra parentesi la dimensione della nostra assimilazione a Cristo, che costituisce il pegno di vita eterna, ovvero l’anticipo del paradiso qui in terra per chi lo sa vivere. In altri termini, Cristo-Eucaristia non è tanto il modello del buon samaritano che siamo chiamati ad essere, ma il principio operante della nostra futura divinizzazione, secondo l’insegnamento dell’apostolo Giovanni: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» (Prima Lettera di Giovanni 3,1-3).

La carità verso i fratelli non trae tanto spunto dall’esempio di Cristo, nostro modello di vita, ma piuttosto dal fatto che tutti gli umani sono amati da Dio come suoi figli, esattamente come ama noi. Ovviamente, Cristo manifesta visibilmente nella sua vita terrena questo amore del Padre verso l’umanità. Questa caratteristica della carità la distingue radicalmente da ogni forma di filantropia, sia pur apprezzabile.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, come raccontato dall’evangelista Luca, ha un chiaro riferimento eucaristico, che non poteva essere capito dalle folle, contente di poter mangiare, ma certamente inteso dalle comunità cristiane primitive alla luce del mistero eucaristico. Infatti, Gesù usa le stesse espressioni che userà nell’ultima Cena: alza gli occhi al cielo, recita la benedizione, spezza il pane e lo dà ai discepoli perché sia distribuito. Il significato di questa prima moltiplicazione dei pani in chiave eucaristica viene spiegato nel capitolo sesto del Vangelo di san Giovanni (discorso del pane di vita). Alla luce di Giovanni 6, comprendiamo, quindi, perché questo miracolo è giustamente riletto nella solennità del Corpus Domini: come nell’ultima Cena, Gesù comanda agli apostoli di preparare da mangiare (cfr. con Luca 22,8), ma è Lui in realtà che dona se stesso. E sul comando di Gesù, la Chiesa continua a offrire quel Pane di vita che Gesù continua a donare come se stesso, cioè il proprio Corpo.

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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Fanny

Oggi abbiamo partecipato alla solennità del Corpus Domini, la presenza reale del Cristo nelle specie eucaristiche. Tutta questa generosità d’Amore, tutto questo dono all’umanità dovrebbe essere sottolineato celebrando oggi l’eucarestia sotto le due specie del pane e del vino, del Corpo e del Sangue di nostro Signore. Continuo a chiederlo, ma …
Grazie Don Ezio.
Fanny con Enzo Conti

Don Ezio Fonio

Ciao, Fanny. Sottolinei un aspetto importante per la verità del segno eucaristico. Precisamente l’Ecaristia si celebra sempre sotto le due specie, è la Comunione che non viene data sotto le due specie ai fedeli. Posto che in entrambe le specie c’è tutta la Divinità di Cristo e che l’eresia degli utraquisti (sec. XV) è stata condannata dalla Chiesa Cattolica, la mancata comunione al Sangue di Cristo, non necessria per la validità della stessa, rimane un impoverimento del rito eucaristico che le Chiese d’Occidente hanno attuato solo nel secondo millennio. Il rito eusebiano vigente nella diocesi di Vercelli allora comprendente anche… Leggi il resto »