Il machismo con i pantaloncini

Il machismo con i pantaloncini

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«Ogni femminismo finisce con l’essere una machismo con la gonna». Qualche volta con i pantaloncini. Vienna – e la Cgil – lo confermano.

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Papa Francesco lo aveva detto, il 22 febbraio scorso. «Alla fine ogni femminismo finisce con l’essere un machismo con la gonna». Qualche volta con i pantaloncini. L’ennesima conferma giunge da Vienna, dopo l’ormai celebre sospensione della partita di calcio in programma sabato fra la squadra femminile del Vaticano e la locale FC Mariahilf. La causa? Le proteste – messaggi sul corpo, in stile soft-FEMEN – di una parte del pubblico e delle stesse calciatrici austriache nei confronti delle avversarie, prima ancora dell’inizio della “amichevole” (le virgolette, mai come in questo caso, sono d’obbligo), durante l’inno vaticano. Un atteggiamento ancora più incomprensibile, se si considera che la squadra vaticana si era recata in Austria su invito locale, per festeggiare i 25 anni di attività della squadra d’oltralpe.

Al centro della contesa le posizioni della Chiesa cattolica in materia di aborto e omosessualità, ritenute discriminatorie nei confronti delle donne e omofobe. Un esito per certi versi prevedibile dopo la pubblicazione da parte della Congregazione per l’educazione cattolica, alcuni giorni fa, del documento Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione, che mette in guardia nei confronti dell’«emergenza educativa», ed in particolare da «varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la reciprocità e le differenze tra uomo e donna». Un’ideologia che, fra l’altro, «induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina», si evidenzia, citando Amoris laetitia.

Da parte di un certo femminismo, l’ennesima occasione perduta. Al di là delle reciproche posizioni, infatti, la contestazione della squadra di calcio femminile vaticana, al debutto in una competizione internazionale, colpisce un’iniziativa che nella realtà dei fatti è molto più ampia, anche rispetto a quanto riferito da numerose cronache giornalistiche. A cominciare dal respiro internazionale della squadra, con la capitana, Eugénie Tcheugoue, originaria del Camerun, due lauree in teologia e in esegesi biblica, a suo modo rappresentante dell’apertura culturale e sociale che da tempo la Chiesa persegue. E poi Susan Volpini, segretaria e tra le fondatrici dell’associazione “Donne in Vaticano”, presente da più di tre anni nella Città del Vaticano, dove un dipendente su quattro è donna, e che raccoglie sarte, archiviste, giornaliste e archeologhe, sia laiche sia religiose. Insieme a lei, nella neonata squadra di calcio femminile, dipendenti vaticane o moglie e figlie di personale della Santa Sede, più alcune giocatrici della squadra dell’ospedale Bambino Gesù. Una famiglia, anzi tante famiglie, prima ancora che una squadra.

Una piccola rivoluzione, nei tempi e nei modi del Vaticano, che, come ha già avuto modo di chiarire Francesco, non si intende perseguire con l’occupazione di spazi, tanto meno sacerdotali, bensì di tempi, con la valorizzazione di una risorsa – quella femminile – che è irrinunciabile. Ultimo passo in ordine di tempo la nomina, da parte di papa Francesco, di quattro donne, tre suore e una laica, tra i consultori della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, che potrà quindi contare anche sul loro contributo operativo.

Insomma, in un periodo di inedita attenzione al calcio femminile, anche in Italia, quella austriaca suona decisamente come una nota stonata. E, curiosamente, parecchio maschilista. Mentre ancora molta strada rimane da fare per colmare una disparità – non solo e non tanto economica – ma morale e di considerazione rispetto alla complementare parte maschile. Una cattiva comprensione di cosa siano i diritti delle donne che va di pari passo con le ultime notizie in tema di utero in affitto, come denunciato anche da Lucetta Scaraffia dalle pagine di quotidiano.net: la decisione della Cgil di aderire all’iniziativa dei Radicali in merito a liberalizzazione e regolamentazione della gestazione per altri – il cosiddetto utero in affitto. Una rivendicazione tutt’altro che sindacale e che finirà con il reiterare, al di là della propaganda di segno opposto, il divario fra ricchi e poveri. I primi in grado di comprare e i secondi costretti, più o meno volontariamente e legalmente, a vendere, anche se stessi. Un pessimo autogol.

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