La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 18 agosto 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 18 agosto 2019

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18 agosto 2019. X Domenica dopo Pentecoste, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

Nel rito ambrosiano in questa decima domenica dopo Pentecoste dell’anno C viene proclamato il passo del Vangelo che contiene il detto di Gesù sulla difficoltà per un ricco di entrare nel regno di Dio.

Vangelo della Messa (Luca 18, 24b-30)
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».

Commento
Il testo del Vangelo che viene proclamato in questa domenica è il commento di Gesù dopo aver incontrato un uomo ricco, uno dei capi dei giudei, che gli aveva chiesto che cosa dovesse fare per entrare nel regno di Dio (vedi Luca, 18, 18-23). L’incontro e il relativo commento è noto anche dai Vangeli secondo Matteo (19, 16-30) e Marco (10, 17-31), ma solo l’evangelista Matteo dice che si tratta di un giovane. L’episodio è noto proprio come “incontro di Gesù con il giovane ricco”. Gesù gli aveva risposto citando alcuni comandamenti da osservare. Alla risposta che fin da giovane aveva ubbidito a quei precetti, Gesù gli dice che gli manca ancora una cosa: vendere tutti i beni e distribuire il ricavato ai poveri per avere in quel modo un tesoro in cielo e poi di seguirlo nel suo gruppo di discepoli itineranti. L’uomo si rattrista per questo e l’evangelista annota che era troppo ricco.

Ecco, quindi, l’amara riflessione di Gesù sulla difficoltà per un ricco di entrare nel regno di Dio con il noto paragone che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago. Gli esegeti hanno discusso sull’autenticità del detto del cammello. Intanto, si tratta della traduzione letterale in italiano della versione latina del Vangelo fatta da san Gerolamo dall’originale greco. C’è chi sostiene che il santo scambiò per “kamelos”, che significa cammello, la parola “kamilos”, che significa grossa fune o gomena di nave. Altri sostengono che si tratti di un caso di iotacismo, cioè di un errore di scrittura, frequente nei manoscritti greci, dato che nell’epoca bizantina la lettera epsilon non si pronunciava “e” ma “i”, come la lettera iota. Anche in aramaico i termini “gamla” (cammello) e “gamta” (filo robusto) sono simili. C’è chi, invece, sostiene che Gesù alludesse ad una strettissima porta di Gerusalemme denominata “cruna d’ago”. Comunque sia, il significato non cambia.

I discepoli, che pure avevano lasciato i propri beni per seguire Gesù, chiedono al Maestro chi si possa salvare se è richiesta una simile radicalità di rinuncia ai propri beni. La risposta di Gesù apre la possibilità a Dio per quello che pare impossibile agli uomini. Per comprendere la risposta di Gesù dobbiamo considerare come Egli non abbia chiesto a tutti di lasciare i propri beni: vedi ad esempio Zaccheo (Luca 19, 1-10) e Levi (Matteo 9, 9-13; Marco 2, 13-17; Luca 5, 27-32), identificato con Matteo, che poi lo seguì come apostolo. Quindi Gesù non è contrario alla ricchezza in quanto tale, ma ne sottolinea la pericolosità per la tentazione di giungere a considerare il denaro come un assoluto e non un mezzo per vivere (vedi Luca 16, 13: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza», cfr. il testo parallelo in Matteo 6, 24). Infine, Gesù afferma che coloro che lasciano la propria casa e gli stessi affetti famigliari per il regno di Dio ricevono molto di più già in questa vita, oltre che la vita eterna.

L’uso delle ricchezze è sempre stato un problema: vedi le critiche per lo “spreco” di profumo che una donna fece versandolo sul capo di Gesù in casa di Simone il lebbroso (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9) o le analoghe critiche per lo “spreco” che Maria fa del nardo usato per profumare i piedi di Gesù (Giovanni 12, 1-6). Nella comunità di Gerusalemme l’uso dei beni in comune (vedi Atti 2, 44-45; 4, 32.34-36), per altro facoltativo (vedi Atti 5, 1-11), non risolse i problemi della comunità, che comprendeva credenti di lingua greca e credenti di lingua ebraica, tant’è che vennero istituiti i diaconi per provvedere alle vedove di lingua greca che erano trascurate (vedi Atti 6, 1-6). Ma, anche così, la situazione economica della comunità non fu risolta, tant’è che san Paolo si preoccupò di fare una colletta presso le comunità da lui fondate (vedi Seconda Lettera ai Corinzi 8, 1 ‒ 9, 15). Lungo i secoli le diverse vedute sull’uso del denaro furono la causa della nascita di movimenti pauperisti che si staccarono dalla comunione con la Chiesa Cattolica, come la Chiesa Valdese nel XII secolo, oppure della Riforma protestante nel 1517 contro la vendita delle indulgenze. Ancor oggi vi sono polemiche sia dall’esterno della Chiesa Cattolica sia da parte di cattolici sulle presunte “ricchezze del Vaticano”. Queste vengono fatte senza alcuna analisi obiettiva della realtà anche durante l’attuale pontificato e sono relative, per esempio, a inesistenti proprietà del Vaticano in tutto il mondo o a presunti ricavi dei Musei Vaticani che sarebbe tali da provvedere anche ai poveri del mondo intero. Tutto questo per dire che, ahimé, non è solo l’uso delle ricchezze che costituisce una difficoltà ad entrare nel regno dei cieli, ma anche la considerazione che di esse si hanno pur non avendole.

La considerazione finale di Gesù relativa a chi lo segue lasciando i propri beni e gli affetti famigliari è quanto avviene ancora oggi nella vita consacrata da parte di chi professa i consigli evangelici, in particolare i voti di povertà e castità, per quanto anche tra i religiosi, come dappertutto, esistano persone malcontente della propria scelta, ma anche diseguaglianze causate da abusi. Il Vangelo di oggi è un invito ad un esame di coscienza personale, perché ciascuno dovrà rispondere personalmente dell’uso delle proprie ricchezze, che siano il denaro o i talenti che possiede o semplicemente il tempo che ha sprecato, in sostanza se della propria vita ha fatto un dono per gli altri e si è fatto prossimo per gli altri. Questo riguarda proprio tutti, credenti, diversamente credenti e non credenti, dalle più alte cariche della Chiesa a quelle dello Stato sino ai poveri e ai malati, perché anche questi possono aiutare gli altri a vivere meglio, anche semplicemente dicendo grazie o con un sorriso. E naturalmente questo riguarda anche le politiche di governo e le scelte politiche nei confronti di persone povere che approdano ai nostri lidi.

Don Ezio

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