La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 11 agosto 2019

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11 agosto 2019. IX Domenica dopo Pentecoste, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

Nel rito ambrosiano in questa nona domenica dopo Pentecoste dell’anno C viene proclamato il passo del Vangelo che contiene il detto di Gesù su Davide che lo riconosce come suo Signore.

Vangelo della Messa (Matteo 22, 41-46)
In quel tempo. Mentre i farisei erano riuniti insieme, il Signore Gesù chiese loro: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?». Gli risposero: «Di Davide». Disse loro: «Come mai allora Davide, mosso dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”? Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?». Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo.

Commento
La domanda di Gesù ai farisei: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?» è una provocazione nel suo stile, prevenendo eventuali domande tendenziose dei medesimi farisei, che cercavano pretesti per farlo condannare dal tribubale romano come persona pericolosa. Essi, infatti, pensavano che il consenso che Gesù riscuoteva presso il popolo potesse scatenare una repressione dei Romani sulla nazione ebraica, cui era stata concessa la libertà di culto e una certa autogestione della giustizia. In altre parole, i farisei temono di perdere i loro privilegi e quindi si rifiutano di entrare nel merito della predicazione di Gesù.

Il divino Maestro, nel Vangelo di questa domenica, cita l’inizio di un salmo attribuito a Davide, precisamente il primo versetto del salmo 109, se seguiamo la numerazione della versione greca della Bibbia, detto salmo 110 nella numerazione del testo originale ebraico (le Bibbie recenti normalmente utilizzano la numerazione ebraica e tra parentesi quella greca). Davide, se non compose personalmente questo salmo, è colui che ha riordinato le Sacre Scritture e in particolare il libro dei Salmi, che furono anche la preghiera di Gesù e che per questo sono ancora preghiera ufficiale delle chiese e comunità cristiane.

Torniamo al testo. Esso comprende la domanda che Gesù pone ai farisei sull’identità del Cristo, la loro risposta e un breve ragionamento di Gesù, che cita il salmo 109 e spiazza i suoi interlocutori. Rispetto alla domanda iniziale, notiamo che Gesù non dice: che cosa pensate voi di me, ma che cosa pensate del Cristo. Per loro, infatti, si trattava di “Gesù di Nazareth”, mentre la parola “Cristo” che noi usiamo non è il cognome di Gesù, ma la qualificazione della sua missione come “unto” (cioè consacrato) con l’olio benedetto per una missione, parola greca che traduce l’ebraico “Messia”. Alla domanda quei farisei rispondono, sulla base della Bibbia (Secondo Libro di Samuele 7; Salmo 89), che il Cristo non può che essere figlio di Davide. La risposta era scontata e permette a Gesù di continuare con altre due domande che parafrasiamo così: perché allora Davide chiama Signore («disse il Signore al mio Signore») quello stesso Messia che voi giustamente avete riconosciuto come suo figlio? Il ragionamento è questo: se Davide chiama Signore suo figlio è perché gli riconosce una paternità più grande della sua, vale a dire la paternità di Dio (infatti la parola “Signore” indica Dio, come noi diciamo “il Signore” oppure “Nostro Signore”). Il ragiomento porta a questa conclusione: il Cristo/Messia è nello stesso tempo figlio dell’uomo e Figlio di Dio. E con questa conclusione Gesù vuol dire che quel Cristo che è Signore è lui in quanto discendente di Davide che con le opere ha dimostrato di essere anche Figlio di Dio. I farisei, accecati dai loro pregiudizi, non sono in grado di rispondere a quelle domande e l’evangelista annota che da quel giorno essi non osano più interrogarlo.

Che cosa dice ai cristiani di oggi questo testo? Che la fede, che è un dono di Dio, richiede un’apertura iniziale che è essa stessa un dono di Dio, come fu la fede di Simon Pietro, che a Cesarea di Filippo lo aveva riconosciuto come «il Messia, il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (vedi Matteo 16, 13-17). Il testo che cosa dice alla Chiesa come istituzione? A parer mio, dice che nell’annuncio del Vangelo dobbiamo vedere bene con chi abbiamo a che fare. La Verità va annunciata a tutti, cercando di far ragionare coloro che sono disponibili al dialogo. Quando si vede solo opposizione pregiudiziale conviene lasciar perdere, come Gesù stesso dice nel mandato missionario ai dodici: «Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» (Matteo 10, 14-15).

E ancora: questo testo che cosa dice al mondo di oggi? Che non deve sottrarsi ad interrogarsi sull’identità di Gesù, riducendolo ad un taumaturgo o ad un operatore sociale. Questo è il vero significato per cui esistono il clero, i religiosi, gli edifici di culto e tanti fedeli che nonostante tutto praticano la fede anche nei luoghi dove sono perseguitati. Al di fuori dell’orizzonte della fede, o del riconoscimento dei valori della fede per chi è diversamente credente, la Chiesa appare come un’istituzione mondana, ricca e che vuole preservare fantomatici privilegi di cui godrebbe, negando che sia l’organizzazione mondiale che aiuta di più i poveri e che il suo orizzonte è globale: per una vita dignitosa quaggiù sulla terra per tutti gli umani (anche per i migranti che “disturbano” il nostro quieto vivere), ma in vista di quell’unico Bene per cui vale la parola “destino”: la nostra predestinazione alla salvezza eterna, sempre che noi non la rifiutiamo consapevolmente.

Don Ezio

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