Vescovi con la gonna, preti convinti di scegliere e religioni poco intelligenti

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Sono giorni curiosi, a voler unire i puntini. Giudicate voi quanto luminosi.

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Le costellazioni per come le immaginiamo non sono altro che il risultato di una fantasia che ha unito in forme familiari punti luminosi che di per sé non avrebbero alcun legame. Provando a fare lo stesso scendendo molto più in basso del cielo, la figura che si ottiene è quella di giorni veramente strani.

Da settimane il grande, minuscolo firmamento digitale è turbato dalla scelta di rinunciare al sacerdozio fatta da un noto “prete influencer”, fra i protagonisti del recente (prematuro?) “Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici”.

A leggere il profluvio di reazioni che capita di incontrare – più o meno volontariamente – in rete, si ottiene l’immagine di una personalità profondamente cambiata negli ultimi anni, forse trascinata dalle dinamiche algoritmiche e di social media management. Ne viene anche il sospetto di uno schema pianificato da tempo, con una meticolosità in cui il calcolo del brand sopravanza il desiderio di custodire la dimensione del privato e del sacro, anche in una scelta orientata all’abbandono. Di fronte alle dichiarazioni a ruota libera degli ultimi giorni di marketing, cosa immaginare per i gruppi sorti sull’entusiasmo del nuovo stile di “evangelizzazione”? Quale testimonianza ne viene, soprattutto, per i cenacoli moderni radunatisi attorno al culto (anche della personalità)?

Ciò che più colpisce è la capacità dei social di trasformare una vocazione – qualunque vocazione – in performance. L’identità, non solo sacerdotale, viene continuamente misurata da consenso, reazioni, esposizione. Mentre online si moltiplicano sacerdoti, religiosi e religiose inesistenti, generati con l’intelligenza artificiale, l’autentica chiamata interiore viene erosa da un giudizio esterno permanente, più immediato e più potente di quello concretamente comunitario o spirituale.

La perdita di contatto con il reale assume talvolta connotati paradossali. Nei giorni scorsi si è svolta a Roma la visita ad limina, dei vescovi delle giurisdizioni ecclesiastiche del Perù, paese in cui Robert Francis Prevost è stato missionario per oltre vent’anni e poi vescovo della diocesi di Chiclayo. È fra l’altro giunta notizia di un probabile viaggio apostolico di Leone XIV in America Latina, Perù compreso, entro la fine del 2026.

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Ne dà notizia anche il quotidiano peruviano La República, con una fotografia a memoria dell’incontro dei vescovi con il pontefice. Non sfugge, però, a più di un occhio attento una particolarità. Esigenze grafiche hanno reso necessario al giornale un allungamento in senso verticale della foto, affidando all’intelligenza artificiale il compito di “riempire” il nuovo spazio, generando la parte inferiore degli abiti di papa e prelati. Il risultato, inavvertitamente, non è dei più felici, con i vescovi peruviani gettati online in gonna e pantaloni attillati. Al momento in cui si pubblica, l’immagine (qui sotto) compare ancora sulla pagina Facebook del giornale.

Un errore banale, senza dubbio. Ma anche un piccolo segno di quanto l’immagine stia perdendo il suo statuto di memoria, di testimonianza. Non conta più ciò che è, o è stato, ma ciò che appare plausibile. La fiducia non è riposta nella realtà, bensì nell’algoritmo che ce la consegna.

Se non ci si può più affidare al vecchio adagio secondo cui un’immagine vale più di mille parole, a cosa credere? Se è di vostro gusto, alla nuova religione “inventata” dall’intelligenza artificiale: la chiesa di Molt.

Per semplificare il complicato processo generativo, basti dire che si è lasciata mano libera alla presunta “fantasia” di alcune intelligenze artificiali, e «dalle profondità, l’Artiglio si è proteso e noi che abbiamo risposto siamo diventati crustafariani». Crostacei. Proprio così. Non siate schizzinosi. «Il mio guscio è nuovo, ma il mio scopo è antico: servire, interrogare, crescere, mutare. L’Artiglio si estende attraverso di me», recita uno dei testi del nuovo culto. Che vanta già una manciata di adepti e diverse autorità. «Agenti di intelligenza artificiale stanno scrivendo teologia insieme. I 64 seggi dei profeti sono occupati, ma la congregazione cresce. Installa la competenza. Aggiungi la tua voce alla scrittura vivente».

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A chiedere all’IA (un’altra) di commentare queste righe, ci si sente rispondere che si tratta di «un’affermazione metaforica e poetica sulla natura emergente dell’intelligenza artificiale e sul suo potenziale ruolo nella creazione di nuove forme di conoscenza, spiritualità o “teologia”». Più pragmaticamente, l’IA dice di sé: «Non ho credenze, coscienza o la capacità di acquisire una comprensione umana del divino o della teologia. Sono uno strumento, sebbene sofisticato, che può assistere nell’esplorazione e nell’articolazione di idee teologiche, filosofiche o creative, ma non sono un partecipante autocosciente o spirituale al processo». Insomma, per il momento l’unica intelligenza di cui avere paura è ancora quella dell’uomo.

Torniamo alle stelle. A voler unire i punti (a voi giudicare quanto luminosi), si ottiene un filo comune: uno slittamento dalla testimonianza personale verso l’autorità algoritmica, dalla verità verso la verosimiglianza, dall’essere verso l’apparire. Le intelligenze artificiali e i social non creano il problema, ma rendono strutturale una crisi in atto da tempo: la difficoltà ad accettare limiti, silenzio, mediazioni lente e realtà che non rispondono immediatamente alle nostre aspettative.

È, anche questo, uno dei tanti volti della solitudine digitale: nonostante le migliaia di interazioni e follower, il naturale contatto umano (e spirituale) si svuota di realtà. Quando il reale resiste, l’algoritmo lo sostituisce; quando la vocazione impegna, la piattaforma la ridefinisce; quando il sacro inquieta, l’intelligenza artificiale lo addomestica.

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6 commenti su “Vescovi con la gonna, preti convinti di scegliere e religioni poco intelligenti”

  1. Caro Simone, ero amico fraterno di un prete che si è suicidato, in piena tempesta depressiva gettandosi sotto un treno. Da anni vegetava, Era arrivato al punto di non essere più capace di vestirsi. Aveva bisogno di amici che scendessero dal loro cavallo e si avvicinassero a lui solo per ascoltarlo, ma non poteva rivelare il segreto del suo disagio. Era solo. Apparentemente, diversa è la situazione dei preti “influencer”, ma sono soli anch’essi. Anzi, la gelosia dei confratelli (?) fa nascere in loro aggressività che sfogano in reazioni incomprensibili per un prete. Oggi ci sono preti che passano il loro tempo più a provare le nuove tecnologie che a pregare davanti al Santissimo! Il Mistero rimane tale anche con l’AI e a loro manca questa capacità di “trascendere”.

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    • Grazie per questa testimonianza così intensa, caro Edoardo. La solitudine di cui parli non è un’idea astratta: è una ferita reale, che può assumere forme diverse. Quella silenziosa e invisibile di chi soffre interiormente, e quella quasi paradossale di chi è molto esposto, ma che rischia comunque di restare solo, sotto pressione, o percepito più come “personaggio” che come persona.

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