La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 8 settembre 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 8 settembre 2019

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8 settembre 2019. II domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

In questa II domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista nell’anno C al Vangelo viene proclamata la parabola dei due figli.

Vangelo della Messa (Matteo 21, 28-32)
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Commento
Con questa breve parabola Gesù vuole insegnarci chi fa veramente la volontà del padre: quello che dice no alla sua richiesta di coltivare la vigna di famiglia, ma poi si pente e va a lavorarvi, oppure quello che ha detto di sì, ma poi non ci va? La parabola è rivolta ai capi dei sacerdoti e alle autorità del popolo, come appare dal testo precedente a quello odierno (Matteo 21, 22). Queste autorità religiose risposero come tutti noi avremmo risposto, cioè il primo figlio, il quale non ha obbedito a parole come il secondo, ma ha obbedito con i fatti. Questa parabola dà l’appiglio al divino Maestro per fare un confronto fra chi ha creduto all’appello di Giovanni Battista alla conversione, cioè i pubblicani (gli esattori delle tasse) e le prostitute, pentiti dei loro peccati, e i capi dei sacerdoti e le autorità del popolo, che erano rimasti nell’autosufficienza delle loro certezze, senza pentirsi di nulla. Notiamo che Gesù si propone come continuatore dell’opera del Battista e pone la fede come garanzia della salvezza.

La morale della parabola è che il regno dei cieli non è di coloro che si considerano giusti, ma dei peccatori che credono e fanno penitenza. Questo insegnamento di Gesù appare semplice, ma quanto constatato da Gesù sembra persistere dopo duemila anni nella stessa Chiesa. Abbiamo parecchi cristiani che si considerano giusti perché osservano l’esteriorità della legge, ma non colgono lo spirito del vangelo che motiva la legge, osservano i dieci comandamenti, ma non colgono le implicazioni delle beatitudini evangeliche. Così non è infrequente, specie tra le persone più anziane, trovare chi si giustifica dicendo che non ha nessun peccato, perché non ha ammazzato nessuno né rubato nulla a qualcuno, come se la vita morale si riducesse a questo. Vi sono persone sposate regolarmente in chiesa che si ritengono legittimate a giudicare in modo inappellabile i divorziati conviventi e giungono a criticare il Santo Padre perché con l’esortazione apostolica Amoris laetitia ha chiesto ai confessori di fare un discernimento per quelli di loro che chiedono i sacramenti relativamente alle cause in cui non vi è stato il deliberato consenso. Vi sono persone che ritengono che difendere l’identità cristiana dell’Italia anche nei simboli, ad esempio il crocifisso nelle aule scolastiche, sia indispensabile, mentre non sanno vedere il volto di Cristo nel povero, specialmente se ha il colore della pelle nera, perché se viene dall’Africa certamente è un islamico, finto povero, che fa parte di un progetto massonico di invasione dell’Italia per islamizzarla! Siccome poi il Santo Padre dice un po’ diversamente, ecco che non hanno scrupoli a giudicarlo come referente di questo progetto massonico. In questo modo colpiscono il Santo Padre come i farisei colpivano Gesù di Nazareth, non riconoscendolo come Figlio di Dio, nonostante le opere da lui compiute (i miracoli).

Ho trovato un commento di un’edizione del 1973 del Messale dell’Assemblea cristiana, pubblicato dalla Elle Di Ci, in un’epoca tranquilla rispetto a quella odierna caratterizzata da movimenti migratori, considerazioni quanto mai attuali a commento di questo Vangelo che nel rito romano si legge nella XXVI domenica dell’anno A: «La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dal dire “sì”, o dalla vigna che si possiede (immagine dell’appartenenza razziale al popolo eletto!), ma dai fatti. […] Bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani e rischiare la faccia nella ricerca di nuovi valori più vicini alla libertà, all’amore, alla felicità dell’uomo. È sulle scelte operative che si giudica l’appartenenza. […] La verità dell’uomo si scopre nelle sue opere. Esse sono inequivocabili». Il commentatore osservava: «È ancora diffusa una concezione esteriore e quantitativa della religiosità dei gruppi e delle persone, quasi che essa si possa misurare soltanto in base all’appartenenza sociologica o alla presenza di certe pratiche religiose facilmente verificabili: messa, sacramenti, preghiere, devozioni, elemosine…». Possiamo dire che dopo quasi cinquant’anni questa mentalità è ancora diffusa.

In definitiva, possiamo osservare tra i credenti diversi livelli e modalità di esperienza religiosa, considerati dal medesimo commentatore del messalino citato. Per alcuni la religione è una somma di pratiche, di devozioni, di riti che corrono il rischio di diventare fini a se stessi, mentre per altri è una visione del mondo e delle cose, e per altri ancora è criterio di giudizio su persone, valori, avvenimenti. In questi tre livelli rientrano i credenti che dicevamo prima: quelli per cui è fondamentale l’osservanza esteriore della legge, quelli che difendono l’identità cristiana della nazione e quelli che ritengono una catastrofe parlare di un Dio misericordioso. La religione può anche essere vista come norma dell’agire, o meglio come integrazione fede-vita. Ed è qui che vorremmo far riflettere i lettori di questo commento. Sin da piccolo mi è stato insegnato dai miei genitori, come criterio fondamentale dell’agire, pormi questa domanda: al mio posto che cosa avrebbe fatto Gesù? La risposta o i criteri per elaborare una risposta sono nel Vangelo, non nei cataloghi dei precetti, dei peccati o in lunghe pratiche di pietà. «Il cristiano opera l’integrazione fede-vita. Il “sì” della sua fede diventa cioè il “sì” della sua vita; la parola e la confessione delle labbra diventano azione e gesto delle sue mani e del suo fare. Così la discriminante tra il “sì” e il “no” non passa attraverso le pratiche e l’osservanza delle leggi, ma attraverso la vita».

Don Ezio

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