La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 1 settembre 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 1 settembre 2019

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1° settembre 2019. I domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

Nel rito ambrosiano le domeniche che seguono la ricorrenza del martirio di san Giovanni Battista, il 29 agosto, fino alla II domenica di ottobre sono denominate “domeniche dopo il martirio di san Giovanni il precursore”. Sono sei o sette domeniche a seconda degli anni. Nel rito ambrosiano, il martirio di san Giovanni Battista rappresenta l’unità presente nell’Antica e nella Nuova Alleanza («Tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a Giovanni» (Matteo 11, 13): infatti, da una parte si chiudono i tempi delle profezie e della legge, perché si rivelino la verità e la grazia per mezzo di Cristo (vedi Giovanni 1, 17); dall’altra, unisce le profezie e la legge a Gesù Cristo, affinché nulla dell’antica Rivelazione vada perduto.

Vangelo della Messa (Matteo 4, 12-17)
In quel tempo. Quando il Signore Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Commento
Siamo nella prima domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista. Il testo del Vangelo che viene proclamato nel rito ambrosiano inizia con il riferimento alla prigionia di Giovanni per giustificare l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Con la prigionia di Giovanni finisce il suo ruolo di “precursore” e questo fatto spinge Gesù ad iniziare la sua predicazione. Giovanni aveva detto: «Pentitevi, perché il regno di Dio è vicino!» (Matteo 3, 2). Per il timore di perdere il trono, Erode fa rinchiudere Giovanni in prigione. Quando Gesù sa che Giovanni è imprigionato, ritorna in Galilea annunciando lo stesso messaggio: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 4, 17). Fin dall’inizio la predicazione del vangelo reca rischi, ma Gesù non si lascia spaventare. In questo modo, san Matteo incoraggia le comunità cristiane a cui si rivolge, che sono quelle della Galilea e della Siria, in quanto stanno correndo gli stessi rischi di persecuzione.

Le terre assegnate da Giosuè alle tribù di Zàbulon e di Nèftali si trovano in Galilea. Al tempo di Gesù la popolazione della Galilea, a causa di matrimoni con diverse etnie di religione pagana, che abitavano nella stessa regione, è considerata dai giudei osservanti contaminata con queste popolazioni dette “gentili” o “genti”, come è detto nel testo evangelico che cita il profeta Isaia (8, 23 – 9, 3). La citazione vuole affermare che Gesù è la luce annunciata dal profeta. Il riferimento alle genti all’inizio del ministero pubblico di Gesù è molto interessante, perché rivela l’attenzione del divino Maestro per gli stranieri, cosa che del resto è ben documentata dai Vangeli che riportano la guarigione del servo del centurione romano di stanza a Cafarnao (vedi Matteo 8, 5-13, Luca 7, 1-10, Giovanni 4, 46-54), la guarigione della figlia della Cananea (Matteo 15, 21-28, Marco 7, 24-30), la guarigione di un lebbroso samaritano (vedi Luca 17, 11-19), la parabola del buon samaritano (vedi Luca 10, 25-37).

Non solo Gesù non fa preferenze di persone, ma nel dialogo con la Samaritana Egli dice esplicitamente che l’adorazione di Dio non è legata ad un popolo (vedi Luca 4, 19-26). Alla fine, quando Gesù manda i suoi discepoli a tutte le nazioni, l’universalità della salvezza è ancora più chiara (Matteo 28,19-20). Allo stesso modo, le comunità cristiane di oggi sono chiamate ad aprirsi a tutti, senza escludere nessuno, poiché tutti sono chiamati a vivere come figli di Dio. Chi legge il Vangelo non superficialmente sa bene che far leva sull’identità religiosa di un popolo per giustificare la propria politica di chiusura nei confronti degli immigrati stranieri non regge.

Gesù ha certamente un motivo pratico per non predicare subito in Giudea, che è quello di non fare la fine del parente Giovanni prima di aver compiuto la missione di annunciare il vangelo alle pecore perdute della casa di Israele, come erano quelle della Galilea (cfr. Matteo 10, 5-6). Abbiamo detto che il contenuto della predicazione di Gesù è riassunto dall’evangelista con una sola frase: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Non si tratta di conversione da una religione pagana al cristianesimo, ma di conversione da una vita di peccato a quella di grazia. Inoltre, la motivazione di questo appello è spiegata con la vicinanza del “regno dei cieli”. Quest’ultima espressione sta per “regno di Dio”, in quanto l’evangelista si preoccupa di non urtare le comunità giudeo-cristiane cui era destinato il suo scritto. Il “regno di Dio” non indica il cielo, dove pure regna Dio, essendo l’Immenso e l’Onnipresente, ma una realtà spirituale, non delimitata da confini da difendere, anzi il “regno di Dio” si identifica con Dio stesso. Questa realtà divina si avvicina al popolo, anzi viene a dimorare in mezzo ad esso tramite Gesù di Nazaret. E poiché nessuno può accostarsi a Dio se non è perfetto, ecco la necessità della purificazione dal peccato tramite il Battesimo, che esprime la decisione della conversazione dal male, ma anche la necessità di una purificazione continua che si attua con la Confessione frequente.

Si tratta di una conversione che non deve limitarsi alla propria salvezza individuale, ma che deve diventare annuncio luminoso di salvezza per il mondo intero: nel “Discorso della Montagna”, Gesù dice che i discepoli devono essere sale della terra e luce del mondo (vedi Matteo 5, 13-14); nel testo odierno l’evangelista dice che Gesù è stato per i Galilei una grande luce, citando il profeta Isaia: «La moltitudine che giaceva nelle tenebre vide una grande luce!». Come Gesù, i fedeli come singoli e come comunità sono chiamati ad essere luce delle genti. E tutto questo si realizza nella pratica del comandamento dell’amore fraterno (Prima Lettera di Giovanni 3, 13-18.23 e 4, 19-21), dell’amore verso i nemici (Matteo 5, 43-47, Luca 6, 27-28.32-36) e delle opere di misericordia su cui saremo giudicati (vedi Matteo 25, 31-46).

Don Ezio

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