La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 31 marzo 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 31 marzo 2019

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31 marzo 2019. Domenica IV di Quaresima. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Siamo alla IV Domenica di Quaresima che nel rito ambrosiano, è detta anche “Domenica del cieco” per il Vangelo che viene proclamato nella Messa: la guarigione del cieco alla piscina di Sìloe.

Vangelo della Messa (Giovanni 9, 1-38b)
In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».

Commento
Il Vangelo di questa domenica narra la guarigione del cieco nato operata da Gesù alla piscina di Sìloe o Siloam. Il luogo era ubicato nella parte inferiore del fianco meridionale del monte Ophel, a Sud-Est dell’attuale quartiere vecchio di Gerusalemme. Gli ebrei vi si recavano per purificarsi prima di entrare nel Tempio. Anche Gesù, pio osservante della Legge, doveva trovarsi là per lo stesso motivo. La guarigione di un cieco, tale dalla nascita, che il divino Maestro compie in tale occasione non è soltanto uno dei tanti miracoli di Gesù, ma riveste un’importanza particolare per il significato simbolico di cui è carico l’episodio, che inoltre è ambientato in un luogo che non poteva non richiamare nei destinatari del Vangelo il Battesimo. Il simbolo è quello della luce, opposta alle tenebre. La luce rappresenta Cristo che sconfigge il peccato che impedisce all’uomo di cogliere lo splendore delle cose create e il sapore della vita. E il Battesimo è il gesto esterno che rappresenta l’opposizione del neofita al peccato.

Era convinzione degli ebrei che le malattie o le disabilità, specialmente quelle gravi, come la lebbra e la cecità, rappresentassero la punizione divina dei peccati personali o di quelli degli antenati, comunque qualcosa di diverso dall’ordine naturale delle cose, tant’è che i discepoli che seguivano Gesù nel suo viaggio al Tempio gli domandano esplicitamente di chi sia la colpa di quella cecità. La risposta di Gesù è ovvia per noi moderni che non colleghiamo la malattia al peccato, ma è sconcertante nella seconda parte, dove il Maestro asserisce che il cieco dalla nascita è tale perché in lui siano manifestate le opere di Dio. In realtà non è che la cecità sia causata apposta da Dio, ma essa rimane un fatto naturale in un mondo che non può essere perfetto altrimenti esso sarebbe un altro dio materiale e ciò viola il principio d’identità o di non contraddizione. In altri termini, Dio non può essere fuori della materia e contemporaneamente la materia. Dio si serve di questo fatto naturale per manifestare la sua opera di salvezza attraverso la propria onnipotenza e la propria grazia. Infatti, avvengono due opere di Dio con la guarigione del cieco nato. La prima opera è sul piano materiale ed è la guarigione stessa dalla cecità che non è compiuta dall’acqua, ma di cui l’acqua è il segno, ma è compiuta dal Cristo che dichiara ai discepoli di essere la luce del mondo. In questo contesto, l’impiastro misto a saliva e spalmato da Gesù sugli occhi del cieco rappresenta il peccato eliminato col segno dell’acqua dall’azione di Cristo.

La seconda opera è la fede del cieco risanato che sa leggere, nel privilegio di aver avuto il dono della vista, il fatto che Gesù non sia peccatore, ma uno che compie la volontà di Dio e che viene da Dio e perciò profeta. Questa fede diventa testimonianza coraggiosa di fronte ai Giudei, che mettono in dubbio il fatto della sua cecità congenita. Questa fede diventa esplicita quando Gesù domanda al cieco risanato se crede nel “Figlio dell’uomo”, un’espressione che si trova nella letteratura giudaica per indicare il Messia, il “Figlio di Dio” incarnato (Daniele 7,13-14 e Libro delle Parabole, seconda sezione del libro di Enoch) e che trova nel miracolato la professione esplicita della sua divinità: «Credo, Signore», dove appunto la parola “Signore”, indica il riconoscimento della divinità di Gesù, che è Signore del cielo e della terra.

Vale la pena sottolineare il contrasto tra la fede del cieco risanato dall’incredulità dei Giudei, che pur avendo la vista, non sanno capire con obiettività quanto vedono, ma sono in realtà accecati dai loro pregiudizi. Essi sono i veri ciechi che Gesù non può guarire perché manca in essi la volontà di saper vedere l’opera di Dio, che agisce anche di sabato per la salvezza dell’uomo.

Applicazioni
1. I cristiani, che vivono coerentemente la propria fede, sono “i figli della luce”, come afferma san Paolo scrivendo ai cristiani di Efeso (Efesini 5,8). Essi, in un mondo in cui la violenza, il conflitto, la rivalità e la menzogna sembrano avere il sopravvento, pongono in esso una forza di segno contrario che diventa accusa di queste opere di morte. In realtà, le opere compiute dai cristiani nel segno della bontà, della giustizia e della verità sono il segno della presenza del regno di Dio nel mondo.

2. La comunità cristiana, nel suo insieme e nella sua cellula fondamentale che è costituita dalla famiglia, devono essere i luoghi in cui si manifesta la luce di Cristo, che è luce di verità secondo cui vanno giudicati tutti gli avvenimenti e i comportamenti delle persone.

3. La famiglia, fondata sulla coppia uomo-donna e aperta alla fecondità, è la cellula base di ogni società che aspiri al proprio sviluppo, per cui le politiche di governo devono sostenere la famiglia con provvedimenti adeguati in campo educativo e legislativo (educazione e sostegno ai valori della famiglia e non agli pseudovalori di un individualismo che riconosce la libertà del divorzio, dell’aborto, della fecondazione artificiale, della scelta del genere e dell’eutanasia). Riflettere a Verona nel XIII Convegno Mondiale delle Famiglie che si svolge in questi giorni (29-31 marzo) non solo è utile, ma doveroso per tutti, credenti, non credenti e diversamente credenti. Definirlo cosa da Medioevo è un atteggiamento da “illuministi” (gli spiriti libertini che dal millesettecento fanno della ragione la propria dea) e non da “illuminati”, come venivano chiamati i neofiti nella Chiesa dei primi secoli.

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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