La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 22 settembre 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 22 settembre 2019

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22 settembre 2019. IV domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

In questa IV domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista nell’anno C al Vangelo si legge la parte finale del discorso di Gesù sul pane di vita eterna.

Vangelo della Messa (Giovanni 6, 51-59)
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Commento
Il testo che la Liturgia ambrosiana proclama in questa domenica è la conclusione del capitolo VI del Vangelo secondo Giovanni. Si tratta di un capitolo fondamentale del quarto Vangelo. In esso è detto che Gesù, dopo aver sfamato la folla con il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, si era ritirato sul monte per raggiungere in seguito i discepoli che erano andati a pescare e recarsi quindi con loro a Cafarnao, dove dimorava. Qui Gesù viene raggiunto da alcuni di quelli che aveva sfamato (non tutti i cinquemila ovviamente) e ad essi fa notare che sono venuti a cercarlo perché li aveva sfamati e non per il cibo di vita eterna che avrebbe dato loro. Del resto non poteva essere diversamente, in quanto fino a quel momento Egli non aveva mai parlato di un pane in grado di dare la vita eterna. Interessati a questo pane, gli interlocutori di Gesù gli chiedono che opere vuole Dio che loro facciano e Gesù risponde che Dio chiede una cosa sola: la fede in Lui, in quanto mandato dal Padre. E alla richiesta che faccia qualche cosa di straordinario perché credano in Lui, Gesù risponde che è proprio il pane che Egli dà ad essere straordinario, in quanto diverso dalla manna, il pane dato da Mosè nel deserto: questo pane è il suo stesso corpo e chi ha fede il Lui ha la vita eterna. Gli Ebrei che avevano seguito Gesù a questo punto cominciano ad avere delle perplessità sulla sua venuta dal cielo, conoscendo le sue origini, ma il divino Maetro ribadisce la necessità della fede, che è un dono del Padre, per credere in Lui ed avere il dono della Vita eterna.

Così giungiamo al passo evangelico della Messa, dove Gesù riprende il concetto di essere il pane vivo disceso dal cielo, aggiungendo la necessità di mangiare di quel pane per vivere in eterno in paradiso. Alle difficoltà dei Giudei, Gesù risponde ribadendo il concetto che è necessario che essi mangino la sua carne e bevano il suo sangue per avere la vita in sé stessi, e quindi per l’eternità, e promettendo che li avrebbe risuscitati nell’ultimo giorno. Sono necessarie alcune precisazioni relativamente a questo discorso.

Innanzitutto, il pane vivo disceso dal cielo e che dà la vita eterna è l’Eucarestia. Osserviamo che nel testo l’Eucaristia non è chiamata con questo nome, ma con quello di pane di vita: nel Nuovo Testamento non è mai presente il termine Eucaristia, che troviamo in scritti posteriori, come la Didaché, che è della fine del I secolo o inizio del II. Gesù non dice che saranno esclusi dal paradiso coloro che non hanno ricevuto l’Eucaristia, al contrario dice che non saranno respinti coloro che si avvicinano a Gesù con la fede (vedi i versetti 35-36 dello stesso capitolo VI). Tali sono, ad esempio, i catecumeni o i bambini battezzati ma che non hanno ricevuto la prima Comunione, in quanto hanno la fede, perché hanno ricevuto il Battesimo o ne hanno il desiderio. Non sono esclusi dal paradiso neppure coloro che non hanno la fede esplicita, perché non hanno potuto conoscere Gesù in quanto non è stato ancora predicato a loro oppure sono stati oggetto di una predicazione inefficace nei fatti. Infatti, «Dio […] vuole che tutti gli uomini siano salvati» (vedi Prima Lettera a Timoteo 1, 2-4). Per questo non ci sentiamo di escludere i bambini che non hanno ricevuto il battesimo, nonostante in passato la stessa Chiesa avesse insegnato diversamente. Personalmente, vedo nei santi Innocenti fatti uccidere da Erode non un’eccezione, che a mio avviso non avrebbe alcun senso, ma proprio la prova che la grazia extrasacramentale di Dio può raggiugere tutti. In definitiva possiamo dire che il Battesimo è la fede espressa in un rito, e chi salva è Gesù Cristo attraverso il Battesimo di acqua (fede esplicita), il Battesimo di desiderio (catecumeni), desiderio implicito del Battesimo (bambini non battezzati e tutti gli uomini di buona volontà di qualsiasi religione o anche atei). Rimane salvo il dogma che Gesù Cristo è l’unico Salvatore e che extra ecclesia nulla salus (fuori della chiesa non c’è salvezza), non nel senso materiale di un’appartenenza giuridica alla Chiesa, ma nel senso di appartenenza alla “chiesa dello spirito” di cui solo il Signore che scruta i cuori sa chi siano i membri. La Chiesa organizzata giuridicamente è il sacramento della salvezza, lo strumento necessario per la predicazione del vangelo.

Il quarto Vangelo attesta poi, attraverso le parole di Gesù, che il pane che Lui dà è il suo stesso Corpo e Sangue. Si afferma qui quanto nei Vangeli sinottici Gesù dice nell’ultima Cena «Questo è il mio Corpo» e «Questo è il calice del mio Sangue». Si tratta del dogma della presenza reale di Cristo, un “mistero della fede”, come è detto nelle stesse preghiere eucaristiche della Messa. Tale presenza, e il fatto di dover mangiare la Carne del Signore e berne il suo Sangue, costituiva un discorso difficile da accettare già per gli ascoltatori di Gesù e permane un discorso difficile anche oggi. È certamente più semplice parlare di Gesù come buon Pastore o buon Samaritano, ma il Vangelo va preso nella sua interezza. Si tratta, poi, di non cadere nell’eresia dei Cafarnaiti, i quali ritenevano che nell’Eucaristia si mangia e beve vera carne umana e vero sangue umano, mentre non è così, in quanto facciamo comunione con il Corpo glorificato di Gesù, che è quel “corpo spiritualizzato” che aveva dopo la Risurrezione. Nell’ultima Cena si ha la stessa cosa, perché Gesù era presente con il suo corpo mortale ed essendo anche Dio ha anticipato ritualmente la realtà che noi viviamo nella Messa.

Può sembrare che i fedeli, non bevendo normalmente il Sangue del Signore, non attuino quanto è prescritto dalle parole di Gesù per possedere la vita eterna. Sebbene la Comunione al Sangue abbia un indubbio significato specifico che Gesù esplicita nell’ultima Cena, “il Sangue della nuova alleanza”, la fede bimillenaria della Chiesa ci dice che in ciascuna delle specie è presente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del nostro Signore Gesù Cristo, e noi ricevendolo facciamo comunione con la stessa Trinità e con tutta la Chiesa trionfante, purgante e pellegrinante.

Da ultimo, se il Battesimo è necessario per la salvezza sia nella forma sacramentale esplicita sia nella forma implicita, si pone la domanda sullo specifico scopo dell’Eucaristia. Questa va intesa come pegno di vita eterna. Il Battesimo apre la porta alla salvezza, l’Eucaristia consente di vivere il paradiso già qui in terra, naturalmente assunta senza compromessi con il peccato. E per questo la misericordia del Signore ha previsto il sacramento della Riconciliazione.

Don Ezio

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