Cos’ha da dire un artista, per di più cristiano, ad un mondo in pezzi? Che i frantumi trovano compimento soltanto nel mistero dell’unità. Che sono le crepe i soli spazi da cui iniziare a comporre un mosaico.
Marcello Silvestri è un artista, pittore e scultore italiano di respiro internazionale, che ha viaggiato insieme alle sue opere a Roma, Parigi, Bruxelles, New York, Osaka. Impegnato nel sociale, ha interpretato la Bibbia mescolandola ad appelli ecologici, denunce della violenza bellica, meditazioni su migrazioni e rifugiati.
La lunga intervista – il suo testamento spirituale, come è stata definita – è densa di spunti che toccano la carne viva della nostra attualità: la crisi dell’umano, la rottura della relazione con Dio e il ruolo dell’arte contemporanea come mediatrice di una «predicazione cromatica».
«Noi siamo tutti disumani: l’unica umanità è quella di Cristo». Una nota drastica, che denuncia il silenzio e l’inerzia di fronte all’urlo inascoltato che si leva dalla carne ferita del mondo. E individua l’unica via d’uscita nel recupero dell’autentica umanità di Cristo, Verbo di Dio.
L’immagine di Isaia 64 si fa allora metafora della nostra aridità spirituale e sociale. Nel fango della creazione non si trova soltanto l’origine, ma il gesto quotidiano di cura verso l’altro e il creato. Siamo «fango e foglie calpestate» raccolte dalle mani pazienti di un Vasaio. «Ci vuole un’arte che dica queste cose, che vada oltre le edulcorate parole di pietà».
È una riflessione potente sul ruolo dell’arte contemporanea: quando la politica e i media normalizzano la tragedia, l’arte deve «dilatare la lettera» e farsi immagine viva. Se la sofferenza è elemento centrale dell’oggi – dalle migrazioni forzate agli scartati, dai carcerati agli abbandonati – l’opera d’arte deve andare oltre la semplice espressione estetica, per farsi atto di testimonianza. Invito a guardare ciò che spesso scegliamo di non vedere.
In questo senso, l’arte non è mai neutra: quando si confronta con la contemporaneità diventa coscienza sociale. È un richiamo alla responsabilità dello sguardo: non possiamo dirci veramente umani se restiamo spettatori passivi di un «inferno» che accade a pochi passi da noi. L’arte, se è autentica interprete del Vangelo, deve «graffiare dentro».
L’intervista integrale, che ho realizzato per la rivista Migranti Press, è disponibile online.
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