Pasqua. La vita dentro

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C’è una parte della vita che non richiede spettatori, che non può crescere sotto lo sguardo degli altri e non si misura in risultati, applausi o numeri. L’alternativa è fra le peggiori condanne che possiamo infliggerci: l’essere sempre in scena.

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È più sottile dell’ipocrisia: è dimenticare che c’è uno svuotarsi di sé nel gesto calcolato, nella parola scelta, nella risposta calibrata. Esibizione, anche quando l’esibizione è interiore, anche quando il pubblico sei tu.

In ogni tradizione, il Dio che bussa non si attende di trovare una lampada accesa per essere visto, ma qualcuno che sta aspettando di essere trovato. La grazia raggiunge chi non sta in posa neppure nell’attesa, nemmeno da solo.

La libertà comincia qui: nella trama che si sfilaccia, nel gesto che nessuno vede, nel pensiero che non diventa frase, nella preghiera dalla strada tortuosa.

Non tutto è performance. E ricordarselo – già questo – richiede un certo coraggio.

Ma è Pasqua autentica, con l’augurio di ritrovarsi autentici.

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