La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano del 4 ottobre 2020

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Domenica 4 ottobre 2020. VI Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17, 7-10).

“C’era una volta un gallo che si svegliava molto presto tutte le mattine e diceva agli animali del pollaio: Vado a cantare per far nascere il sole. In seguito saliva fin sul cucuzzolo del tetto, gonfiava il petto, guardava verso Oriente e comandava, con molta determinazione: Chicciricchì! Poi rimaneva in attesa. Poco tempo dopo, una palla rossa cominciava ad apparire, fin che si poteva vedere tutta, sopra le montagne, mentre illuminava ogni cosa. Il gallo, allora, tornava orgoglioso dagli animali del pollaio e commentava: Cosa vi dicevo? E tutti rimanevano a bocca aperta e pieni di rispetto davanti a un potere così straordinario conferito al gallo: cantare per far nascere il sole!” (Rubem Alves).

Inizia così una bella parabola di Rubem Alves, scrittore e psicanalista brasiliano. Il racconto prosegue mettendo in luce il doppio risvolto della illusoria convinzione condivisa dal gallo e dagli altri animali del pollaio: il gallo si impone con un po’ di prepotenza, minacciando capricciosamente ad ogni piè sospinto di non andare a svegliare il sole la mattina, con cataclismatiche conseguenze per tutti (“Guardate che io arrochisco!”, diceva. E tutti si mettevano a correre per accontentarlo); d’altra parte, il senso di responsabilità è schiacciante, e i suoi paurosi sbalzi d’umore segnalano che qualcosa non va (“All’alba, dopo la nascita del sole, si sentiva come un Dio, onnipotente e ammirato. Ma alla sera l’assalivano depressione e angoscia. “Non posso arrivare tardi”, diceva. “Se non canto il sole non nascerà”. E così non riusciva a dormire un sonno tranquillo”).

Una mattina il gallo non si sveglia. E il sole sorge lo stesso. Costernazione nel pollaio. Anche il gallo resta allibito. Comincia a trascinarsi depresso, “scoprendo che il suo canto non era così potente come pensava. E la vergogna era troppa”.

Gesù ha davanti a sé alcuni scribi e farisei irrigiditi dentro una corazza pseudo-religiosa che li priva di respiro e libertà interiore. Si sentono troppo importanti, troppo carichi di responsabilità davanti a Dio e al mondo. Si sentono depositari dell’unico modo di vivere che risponda al desiderio dell’Altissimo. Sono prigionieri di un’illusione soffocante: che dal loro agire, dalla loro minuziosa osservanza delle regole prescritte, dipenda il sorgere del Sole nel mondo, il fulgore del Creatore sotto il cielo. E che la loro minuziosa osservanza della Legge li renda indispensabili alla vita del gran pollaio del mondo, e unici agli occhi del Fattore stesso: in cuor loro avanzano pretese anche nei Suoi confronti.

Gesù ha compassione di questi uomini religiosi, prigionieri di un’immagine di Dio tanto gravosa e limitante. Vuole liberarli, aprirli ad un respiro più grato e ampio. “Siate liberi come il servo, che fa quel che deve fare perché ci sta comodamente dentro, come a ciò che semplicemente gli compete, e non chiede nulla in cambio. Entrate nella logica liberante di chi dice: Sono un servo senza pretese, quel che devo fare lo faccio, e questo mi rende libero e grato di fronte al mio padrone”.

Il gallo del racconto vive oppresso dall’angoscia di una prestazione insopportabile. Una terribile illusione lo rende triste e capriccioso. Ma la vita lo viene a sorprendere: quando scopre che non è il suo chicchirichì a destare il sole, ne rimane prima disorientato, e poi gradualmente sollevato.

“Finalmente un bel mattino il pollaio fu svegliato di nuovo dal canto del gallo. Lui era là, come in passato, sul cucuzzolo del tetto, con il petto gonfiato. “Stai cantando per far nascere il sole?”, gli chiese il tacchino, sghignazzando fragorosamente. “No”, rispose il gallo. “Prima, quando cantavo per far nascere il sole, ero solo uno svitato. Ma adesso canto perché il sole nasce. Il canto è lo stesso. E io sono diventato un poeta!”.

Ecco quello che Gesù vuol fare per scribi e farisei che si prendono troppo sul serio, ritenendosi indispensabili: destarli a una vita più libera e consapevole. Renderli “poeti”, liberare dal fondo di loro il canto di lode e gratitudine. Che sostituisca il frastuono religioso di chi pratica la religione come avanzando pretese perfino davanti al Creatore.
Lo Spirito vuole renderci poeti, cantori del Sole che sorge. Lasciamolo destarci.
Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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