Non all’Oriente, ma all’Occidente. Perché il sacco di Roma sta qui

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Mike Pompeo e gli Stati Uniti, strumentalmente, collocano in Cina la “questione morale” della Chiesa, ma invece è (quasi) tutta occidentale. Dove non può l’accordo, possono gli scandali.

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Non all’Oriente, Cabrini, ma all’Occidente: è con queste parole rivolte da papa Leone XIII a madre Francesca Saverio Cabrini che la tradizione sintetizza la missione della religiosa non verso la Cina, sulle orme del gesuita Francesco Saverio, bensì verso le Americhe dell’emigrazione italiana. Una frase che diede nuova direzione allo zelo missionario della suora, ma che rende bene l’idea anche della situazione nella quale versa attualmente la Chiesa: negli ultimi giorni francamente tutt’altro che missionaria e in uscita.

L’Occidente guarda alla Cina, in particolare all’accordo in fase di rinnovo fra la Santa Sede e il regime del fu Celeste Impero. Alcuni coloriti passaggi di cronaca politico-ecclesiastica hanno d’altronde contribuito a catalizzare l’attenzione. Su tutti, le parole del segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, che pochi giorni fa ha messo in dubbio nientemeno che «l’autorità morale» della Chiesa cattolica laddove l’accordo fosse stato rinnovato.

Come se non bastasse, Pompeo ha recentemente rincarato la dose, tornando sulla “questione morale” in un passaggio della sua visita in Europa, rimasta orfana della tappa papale. «La Chiesa ha un’enorme quantità di autorità morale e vogliamo incoraggiarla ad usare quell’autorità morale per migliorare le condizioni per i credenti, certamente per i credenti cattolici, ma per i credenti di tutte le fedi all’interno della Cina», ha detto Pompeo in un’intervista esclusiva per CNA.

Parole che da sole spiegano molto dell’atteggiamento politicizzato dell’establishment statunitense nei confronti della Chiesa e dei Pontefici: una riserva di autorità morale alla quale attingere, se non da “utilizzare” per i propri scopi. Ma Pompeo va oltre, bacchettando con poca grazia diplomatica la politica internazionale del Vaticano (o della Chiesa cattolica?). «Gli Stati possono a volte fare compromessi per far avanzare buoni fini, i leader vanno e vengono e le priorità cambiano. Ma la Chiesa è in una posizione differente, non devono compromettere standard di principio basati su verità eterne. E la storia ha dimostrato che i cattolici hanno affermato i loro principi in azioni gloriose», ha detto Pompeo intervenendo al simposio organizzato a Roma dall’ambasciata Usa presso la Santa Sede in tema di “Promozione e difesa della libertà religiosa attraverso la diplomazia”.

I “compromessi” e i “fini” (buoni?) di molti Stati sono fin troppo evidenti a tutti. Almeno tanto quanto il fatto che alla Segreteria di Stato Usa – e in gran parte del mondo politico statunitense – si è ben lungi dal fare proprio quel concetto di laicità dello Stato che «se ben compreso, appartiene anche alla Dottrina sociale della Chiesa», come scrive Giovanni Paolo II nel 2005 in una lettera a mons. Jean-Pierre Ricard, presidente della Conferenza dei vescovi di Francia. Paese nel quale vige, semmai, il problema opposto: quello di una laicità che troppo spesso ha assunto la forma di un laicismo anticristiano. «La non confessionalità dello Stato, che è una non ingerenza del potere civile nella vita della Chiesa e delle diverse religioni, come pure nella sfera spirituale», ricorda nella stessa lettera papa Wojtyla. «Allo stesso modo, come il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ricordato, la Chiesa non è chiamata ad amministrare l’ambito temporale».

Irritati no, sorpresi sì alla Segreteria di Stato della Santa Sede, come ha chiarito il card. Pietro Parolin. Mentre mons. Paul Richard Gallagher, segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, fa notare l’evidente strumentalizzazione del Papa operata dal governo Trump (e non solo). Certamente la storia e le prospettive dei rapporti fra Santa Sede e Cina sono una materia complicata, sulla quale con più contezza di numerosi opinionisti si sono espressi uomini di Chiesa che hanno sperimentato nella carne l’oppressione del regime comunista cinese, così come nell’animo le aspirazioni pontificie – nel senso più profondo del gettare ponti – di papa Francesco. Il sospetto, però, è che, pur nella sua grande importanza, la vicenda non abbia ancora oltrepassato i confini tracciati da esperti e appassionati di settore, a tratti con qualche fumosità da conventicola di sagrestia, mentre l’attenzione del “grande pubblico” – il popolo di Dio – è su ben altro.

E qui torniamo all’Occidente, madre Cabrini. Con una certezza invece di un sospetto: che ben più che dagli accordi con la Cina la tanto evocata “autorità morale” della Chiesa sia minata da scandali tutt’altro che esotici. Gli ultimi giorni dicono di malaffare e di presunto nepotismo, ai quali ora si aggiungono ammanchi da un conto a disposizione del Pontefice (20 milioni di sterline) e il moltiplicarsi degli indagati per l’affaire dell’immobile di Sloane Avenue a Londra.

Una situazione che fa sembrare degli sprovveduti i visigoti di Alarico e i lanzichenecchi del sacco di Roma. Le cronache restituiscono l’immagine di un Papa «turbato e isolato» dopo l’ultimo scandalo finanziario. Di più, di un Francesco «scandalizzato», come fa notare il card. Walter Kasper, esponente di spicco di quella stessa Chiesa tedesca alla quale certo non mancherebbero ragioni per esserlo a sua volta (ma che spesso non lo è). Sentimenti che con ogni probabilità appartengono anche a numerosi fedeli, sebbene venga da chiedersi se in questi momenti il gregge di Dio si stia stringendo attorno al proprio pastore o piuttosto attorno al pettegolezzo.

Nell’udienza di ieri papa Francesco ha esortato a curare non soltanto il Covid-19, ma anche «i grandi virus socio-economici». Non per il ritorno ad una «normalità» che era già «ammalata», ma per percorrere «un’altra rotta». Tutto sta a vedere, infatti, a cosa stiamo assistendo in queste ore: se ad un peggioramento della salute della Chiesa o ad un doloroso, sano salasso che condurrà alla guarigione.

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