La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano del 20 dicembre 2020

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Domenica 20 dicembre 2020. Domenica dell’Incarnazione. Solennità del Signore. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola»..
(Lc 1, 26-38a)

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Piú giú di cosí non si può andare: condizione umana piú misera non c’è, e non è pensabile. Nulla piú è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sí che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
(P. Levi, Se questo è un uomo)

Due nomi, racconta Luca, risuonano nelle parole dell’angelo a Maria.

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Il secondo è appunto Miryam, il nome della adolescente. Il Mistero di Dio conosce il nome della giovane donna galilea; il Cielo conosce la creatura delle umili colline. La conosce per nome, cioè nella sua identità più propria, nella sua storia personale. Dio ci chiama per nome. “Così dice il Signore che ti ha creato, Giacobbe […] Io ti ho chiamato per nome, tu appartieni a me” (Is 43,1).

Ma il primo nome a risuonare è un altro. “Rallegrati, tu che sei stata amata gratuitamente e per sempre, il Signore è con te” (Lc 1,28). Quel “piena di grazia” rende dal latino l’antica traduzione di san Girolamo, ma l’espressione greca del Vangelo esprime di per sé un’azione avvenuta nel passato (“sei stata amata gratuitamente”) e i cui effetti perdurano ancora (“e lo sei ancora”). L’amore che ti accompagna da tempo non ti lascia, Miryam di Nàzaret. Il tuo nome personale è avvolto dalla grazia, dall’amore incondizionato e inarrestabile. Tu sei amata.

Togliere il nome a un uomo, riflette Primo Levi, violentarlo piegandolo a numero, marchiandolo nella carne del braccio, è uno dei passi sulla via che lo demolisce. “Nulla è più nostro […] ci toglieranno anche il nome”. A Miryam di Nàzaret il nome è mantenuto, anzi potenziato. Trasfigurato. Il cuore di quel nome galileo pulsa dell’annuncio: tu sei l’Amata dal profondo del tempo.

Nella Bibbia il cambiamento del nome indica sempre l’inizio di qualcosa. Spesso si accompagna all’affidamento di una missione. Dio dà un nome nuovo per assegnare una responsabilità. Maria è introdotta dall’annuncio dell’angelo alla consapevolezza di un amore sconfinato e gratuito che vibra in lei, e che la apre alla responsabilità di un incarico: diventare la madre del Messia di Israele.

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Saperci amati ci rende forti. Liberi e forti, per affrontare l’incarico che la vita ci comporta.

Chiediamo di ascoltare nella voce di un angelo, nel respiro che ci abita, il Nome che ci è dato. Noi siamo gli Amati. Radicati in quel Nome, affrontiamo la grande avventura di diventar vivi.

Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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