La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano 29 maggio 2022

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Domenica 29 maggio 2022. Domenica dopo l’Ascensione. VII di Pasqua. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.


In quel tempo. Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
(Gv 17, 1b.20-26)

Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. […] È Null Achtzehn. Non si chiama altrimenti che così, Zero Diciotto, le ultime tre cifre del suo numero di matricola: come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo è degno di avere un nome, e che Null Achtzehn non è più un uomo. Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se così fosse. Quando parla, quando guarda, dà l’impressione di essere vuoto interiormente, nulla più che involucro, come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote.
(P. Levi, Se questo è un uomo)

Nel mondo semitico il nome è la realtà stessa della cosa o della persona cui aderisce. Conoscere il nome di qualcuno vuol dire entrarci in relazione, perfino con il rischio di poterlo in qualche modo manipolare. Per condannare qualcuno al nulla si procede a cancellarne il nome da ogni memoria. E quando il Signore dilaga nella vita di qualcuno, spesso lo fa iniziando a cambiargli il nome, come segno del fatto che sta facendo sorgere in lui o lei una creatura nuova.

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Per tutto questo, i figli di Israele non pronunciano il nome del Signore. Il solo sommo sacerdote lo pronuncia, come a fior di labbra, una sola volta all’anno, nel giorno dell’Espiazione, nel segreto più inaccessibile della stanza più riposta del tempio.

Gesù conclude, nella sala dove ha radunato i suoi discepoli, il suo lungo discorso di addio. Il capitolo 17 del quarto vangelo è una lunga preghiera, che Gesù innalza insieme allo sguardo. E tutto si conclude, proprio sulla soglia dell’uscita verso il giardino degli ulivi, con il riferimento al Nome: “Padre, io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere”. Io ho raccontato la tua identità profonda, io ho mostrato nei fatti chi sei e quel che fai. Tu sei il Dio della vita: ti ho raccontato, e continuerò a farlo nelle prossime ore. La mia passione dirà una volta per tutte che tu sei l’Amore incondizionato e inarginabile. “Dio nessuno l’ha mai visto. Il Figlio, che è sempre rivolto al Padre, proprio lui ce lo ha raccontato” (Gv 1,18).

Dare corpo al Nome di Dio spinge a impegnarsi perché fiorisca il nome degli uomini. “La gloria di Dio è l’uomo che vive”, scriveva Ireneo di Lione: il Nome si esprime davvero solo lì dove i nomi dei suoi figli, e delle sue creature tutte, hanno lo spazio e il vigore di fiorire e maturare.

Mentre le schiere naziste attraversavano l’Europa lordando su di sé il Nome (“Got mit uns”, “Dio con noi”), milioni di uomini e donne vedevano il loro nome sbiadire sotto il cielo, impallidire sui corpi umiliati e sfiorire dalla loro stessa memoria.

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Di quel giovane tra le spine di ferro di Auschwitz non palpitava più neppure la memoria del nome. Chiediamo di essere uomini e donne che, nei fatti e nel modo di stare al mondo, seminano nei cuori il Nome, che nutra e dia vigore ai singoli nomi di chi ci sta accanto.

Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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